Crea sito

Altre chiese rurali

Home Su La Cattedrale San Gaetano Crocifisso Basilica SS Medici L'Annunziata Altre chiese rurali

Chiese rurali nell'agro di Bitonto

Torre Santa Croce
 
La chiesa, oramai ridotta a rudere e usata come deposito dagli agricoltori, si trova immersa tra gli ulivi tra Bitonto e Molfetta. Probabilmente, in base all’esame del tipo di architettura e all’esame dei materiali utilizzati per la costruzione, risale ad un periodo compreso tra X e XI secolo. Essa presenta una cupola in asse a croce contratta monocellulare, la pianta è rettangolare ed orientata, con volta a botte. La cupola centrale poggia su degli arconi che disegnano un breve spazio trasverso, contenuto nel perimetro del rettangolo. Il tetto è spiovente, la cupola centrale è coperta da un tamburo quadrangolare e da una piramide arretrata rispetto al perimetro esterno; il cono absidale è rivestito di chiancarelle. All’interno sulle pareti sono presenti delle nicchie affrescate, sebbene gli affreschi sono in stato di avanzato degrado e l’intonaco delle pareti ricoperte di muffa. Una feritoia di forma rettangolare assicura l’illuminazione interna della chiesa. Nel corso del XV secolo alla costruzione originaria fu aggiunta una torre di difesa con funzioni di avvistamento e vedetta a causa delle frequenti incursione piratesche.
Il luogo ove sorge la chiesa era già frequentato in età apula (IV-V sec.a.C.) essendovi un insediamento. Al tempo di Augusto il luogo venne assegnato al legionario Cassius: si trattava presumibilmente di un ricco prediale coltivato a mandorli e ulivi che nel corso del Medioevo continuò ad esistere come casale noto dai documenti come Casa Jani, Civis Jani, Civisciani. Nel corso del XVII sec. il casale e la chiesa divennero di proprietà della famiglia Bove (Bovio) originaria di Ravello.
 
Torre Sant’Eustachio
 
La chiesa è ubicata in contrada “Vulgo San Staso” al confine tra i territori di Giovinazzo e Bitonto e purtroppo versa in uno stato di forte degrado, gli affreschi che ornavano le pareti sono andati irrimediabilmente distrutti, l’interno a più riprese saccheggiato, e le grosse chianche che costituivano la pavimentazione asportate. L’edificio sacro è databile al secolo XI e sorge sui resti di un antico casale medievale noto con il nome di “Padula” del quale si possono osservare gran parte del nucleo centrale e l’ampia corte recintata. La chiesa presenta due cupole che poggiano su quattro arcate raccordate da pennacchi sferici e è ad un’unica navata divisa in due vani. La copertura è ottenuta con le caratteristiche chiancarelle, simile a quella dei trulli. Alla facciata è addossata una torre di difesa imponente realizzata in più fasi tra XI e XV secolo per finalità difensive del casale e di avvistamento di incursioni di pirati.
Secondo alcuni autori la chiesa sarebbe stata consacrata dal vescovo di Bari Elia e nel 1096 da Pietro vescovo di Giovinazzo, altri ritengono che fu fatta costruire dal vescovo Pietro II nel 1055 per una comunità greca, infatti alcuni affreschi riportano incise delle scritte in lingua greca. In questa chiesa si sarebbe fermato il crociato Gereteo che recava con se l’icona della Madonna contesa tra Giovinazzo e Bitonto successivamente venerata nella chiesa di Corsignano in agro di Giovinazzo. Da documenti di epoca successiva sappiamo che il casale e la chiesa apparteneva alla famiglia bitontina Labini.
 
Santa Croce di Cagnano
 
È situata a pochi chilometri dal centro urbano di Bitonto al confine con Modugno e risale al secolo XI. Sorge sul fondo di Lucanius, un quadrunviro della città di Bitonto vissuto alla fine dell’età repubblicana, lungo la via “Minucia ad Peucetos” inglobato in epoca medievale nell’insediamento di Cagnano (1170). La chiesa è ricordata in documenti di epoca angioina (1270) come “loco S. Crucis”, mentre in un documento del Cinquecento (1549) compare il toponimo “S. Crucis de Cornula”. L’impianto è a croce greca con pianta rettangolare voltata a botte, interrotta da un breve braccio trasversale, contenuto nel perimetro stesso della navata, e cupola posta all’intersezione. Le pareti non risultano affrescate e sono costituite da conci di pietra appena sbozzati disposti irregolarmente. Non sono presenti all’interno le caratteristiche nicchie laterali e quattro monofore, poste sugli assi principali dell’impianto, assicurano l’illuminazione. Le porte a levante e l’abside hanno un archivolto lunato. La chiesa è oramai abbandonata da moltissimi anni e versa in stato di rudere, circondata e nascosta da fichi d’India e vegetazione spontanea che ha reso irriconoscibile la struttura a piramide della cupola.
 
San Basilio
 
La chiesa, edificata in epoca altomedievale (XI sec.), è ubicata in agro di Giovinazzo in contrada denominata “Cava della volpe” circondata da ulivi e muretti a secco tipici delle campagne pugliesi, purtroppo è abbandonata, sebbene all’esterno in buone condizioni. L’intitolazione a San Basilio lascia supporre agli studiosi che il sacro edificio fu edificato da monachi italo-greci seguaci della regola basiliana venuti in Italia intorno al VI sec. d. C. Non si ha alcun riferimento documentale e storico alla chiesa prima del XVI secolo; probabilmente essa dovette sorgere laddove insisteva un prediale di epoca romana denominato “Brusciano” o “Brutianus” dal nome del colono Bruto. L’edificio è a pianta rettangolare con volta a botte e cupola al centro e tetto a capanna intersecato da un altro più alto a piramide. Nel tratto antistante l’abside si trovano due piccole nicchie usate con ogni probabilità per collocare delle icone. Le ali del transetto risultano coperte da tetti con piovente rivolto verso l’esterno. Sono presenti due ingressi, uno frontale e l’altro laterale, questo è murato e presenta l’archivolto lunato.
 
San Pietro Pago
 
I resti di questa chiesa risalente al secolo XI furono riportati alla luce nel 1975 nel corso di lavori effettuati in zona. Edificata dai benedettini, la chiesa risulta poco somigliante agli edifici sacri rurali: possiede un apparato murario di notevole fattura, molto rifinito, costituito da conci lisci e posti in opera a corsi regolari, perfettamente paralleli. Essa presenta alcune somiglianze con la chiesa di Ognissanti di Pacciano in agro di Bisceglie e doveva avere un impianto a cupola con croce contratta con nartece antistante l’ingresso. La chiesa versa in stato di rudere ed è del tutto privo di copertura, risulta bene visibile la zona absidale sulla quale sino ad alcuni decenni fa si potevano vedere piccole porzioni di resti di affreschi.
Essa si trovava lungo l’antica strada Quorchio che da Bitonto portava a Giovinazzo e sorse probabilmente sul prediale denominato “Revidianum” appartenuto al colono romano Revidius citato in alcune epigrafi latine rinvenute in Puglia e Calabria. Era integrata in un “pagus” come lascia supporre il nome. Dalla sua fondazione sino al XVI secolo fu priorato benedettino e dipendeva dalla badia di San Leone Magno, antico e potente monastero sorto a nord della città di Bitonto. La chiesa viene citata nel catasto onciario di questa città del 1622 come “loco Santo Pierro Pago” e ricordata nel Settecento tra le chiese di Giovinazzo. Alla fine dell’Ottocento, quando la chiesa doveva essere già ridotta a rudere, pur mantenendo inalterata la pianta originale, fu edificato un casolare e dalla preesistente struttura della chiesa fu ricavata una cantina. Una lapide ricorda che il quel posto sorgeva l’antica chiesa di San Pietro Pavo e l’anno di edificazione della casina 1880.
 
San Benedetto de fracta
 
Sorge nei pressi di Bitonto, affacciata sulla lama del Tiflis, antico torrente oramai scomparso, in una zona ricca di vegetazione, infatti l’indicazione de fracta starebbe ad indicare la presenza di siepi e macchia, un’insieme di piante ad alberi che si estendevano e si estendono tutt’intorno. Con ogni probabilità venne edificata dai benedettini intorno al XI secolo e fu beneficio di Santa Maria di Barletta. Di piccole dimensioni, ha una struttura architettonica abbastanza semplice: è caratterizzata da un paramento murario in conci appena sbozzati e disposti a filari, con piani di posa paralleli; la pianta è quadrangolare con volta a botte e presenta sul lato a ponente un piccolo portale con arco romanico. Le pareti della chiesetta all’interno non presentano tracce di affreschi, forse in epoche lontane presenti. Il lato destro dell’edificio è quasi del tutto crollato, è possibile vedere un grande pozzo da cui la comunità attingeva acqua. Sulla facciata principale, al di sopra della piccola ghiera lunata vi è una epigrafe rustica pressoché illeggibile che dovrebbe risale al Settecento come indicato da una data presente letta come 1717.
 
San Marco
 
Nei dintorni di Bitonto lungo l’antica via di Patierno si trova la chiesetta di San Marco databile al XII secolo, come lascia supporre la somiglianza della facciata con quella della chiesa di San Michele in Frangesto in agro di Monopoli edificata nel medesimo secolo. È inserita all’interno del complesso di una masseria con un maestoso frantoio detto “Pezza di San Marco” o “Trappeto del Capitolo”; l’antica masseria è stata recentemente recuperata, restaurata e trasformata in sala di ricevimento mantenendo l’originario stile rurale. La chiesa di San Marco è ad aula unica, con volta a botte, presenta un’abside di piccole dimensioni in fondo e una muratura in conci appena sbozzati. Nel corso dei secoli ha subito diversi rimaneggiamenti che l’hanno alquanto deturpata stravolgendone la struttura originaria. Oggi appare piuttosto tozza e disadorna, ingentilita solo dal campaniletto a vela, aggiunto in epoca successiva (è probabile nel Settecento), in asse con la porta d’ingresso. Dalla documentazione a noi giunta sappiamo che nel 1476 era rettore della chiesa don Andrea di Leone di Pietro, mentre nel 1487 viene citata in un atto notarile. Nel Cinquecento era beneficio dell’abate Antonio Amistà (1549).
 
Santa Maria di Costantinopoli
 
Questa chiesa è situata poco fuori Bitonto su via Balice, la via vecchia per Bari, e sorse presumibilmente nel XVI secolo, sebbene le origini sia del tutto ignote. Di fronte alla chiesa si può vedere l’antica taverna di Giannicchio, luogo di sosta e di ristoro per i viaggiatori e posto di muta dei cavalli. Ad alcuni metri dalla chiesa si trova sulla sinistra un’antica cisterna adoperata in passato per l’irrigazione dei campi. Nei dintorni della chiesa e della taverna sparsi sul terreno sono visibili cocci di epoca medievale. La chiesa di Santa Maria di Costantinopoli ha una pianta rettangolare con la facciata in bugnato a corsi regolari. Nel corso dei secoli ha subito diversi rifacimenti facilmente individuabili, soprattutto i più recenti. Sull’ingresso principale architravato si legge un epigrafe con il nome della chiesa e l’indicazione dell’anno 1541 in numeri romani. Potrebbe essere l’anno di edificazione o di qualche rimaneggiamento. Sul prospetto si trova una grande finestra murata, come l’ingresso principale, sproporzionata rispetto al portale che, insieme all’attuale porta d’ingresso, fu realizzata in epoca successiva. Grandi monofore laterali leggermente strombate, oggi tompagnate, assicuravano l’illuminazione dell’interno costituito da un unico ambiente con volta a crociera orami annerito e di fatto inaccessibile dato che l’ingresso e le finestre risultano murati da tempo innumerevole.
Nelle vicinanze sempre in località Balice vi erano altre chiesette oggi non più esistenti: Sant’Andrea citata in due documenti rispettivamente del 1141 e del 1273 e san Lorenzo de Fractis o di Baliscie o di Sterlichio o di Turlicchio citata in un atto notarile del 1527.
 
Annunciazione
 
Andando verso Palombaio, frazione di Bitonto, lungo il percorso extraurbano della via Megra, antica arteria di epoca pre-classica si trova la chiesetta o meglio l’edicola dell’Annunciazione che per l’architettura e i materiali impiegati è lecito supporre edificata nel XIII secolo. La strtttura ha una pianta rettangolare e presenta murature in cocci di pietra calcarea appena sbozzati, un’ampia arcata con centina a duplice ghiera, con cuspide, rivestita dalle caratteristiche chiancarelle. La facciata è nascosta da una sorta di trullo costruito in epoca successiva al fine di usare l’edicola come deposito da parte degli agricoltori. Il pavimento è in terra battuta e su ambo i lati è presente una nicchia con funzione statica e di spazialità invece sul fondo, in origine ben visibile, c’è un dipinto a tempera raffigurante l’Annunciazione che purtroppo versa in pessime condizioni causa l’umidità, le muffe e l’abbandono. Il dipinto presenta alcune particolarità: la Vergine presenta un evidente pancione, mentre nell’iconografia tradizione quasi mai è rappresentata gravida, e non è presente l’immagine dello Spirito Santo, non sappiamo se era così ab origine o è scomparsa per il deterioramento della tempera.
Non si dispone di alcuna notizia storica o documentale relativa a questa edicola-chiesetta, la cui origine resta ignota, ma la presenza sul terreno di resti ceramici di epoche diverse indica una notevole presenza e attività umana.