Crea sito

La Cattedrale

Home Su La Cattedrale San Gaetano Crocifisso Basilica SS Medici L'Annunziata Altre chiese rurali

La Cattedrale

Al centro del nucleo antico si trova la cattedrale (1175-1200), uno dei più tipici esempi di chiesa pugliese derivata dal S. Nicola di Bari, con il perimetro a blocco rettangolare compatto, la facciata tripartita e coronata da archetti, il fianco aperto da grandi arcate e da gallerie a esafore. La pianta è a T, a tre navate, con matronei e trifore e cripta pure a tre navate; in origine sulle testate dei transetti si trovavano due torri.

Particolarmente ricca è la decorazione scultorea, soprattutto all'esterno, e notevoli sono gli arredi marmorei dell'interno. In facciata, sotto la cuspide, si apre un rosone incorniciato da un caratteristico motivo formato da un arcone decorato a foglie d'acanto che poggia su due leoni, a loro volta sostenuti da due colonnette pensili; un motivo analogo incornicia il portale maggiore. La galleria sul fianco presenta archetti a triplice ghiera lunata, capitelli a fogliami e animali fantastici, fusti scolpiti. All'interno si conservano due amboni, di cui uno (1229) di Maestro Nicolaus, la vasca battesimale coeva e i frammenti, ricomposti, del tabernacolo di Gualtiero da Foggia (1240).

La storia

È del 1089, secondo le fonti, la prima notizia certa dell’esistenza del vescovado bitontino, lo stesso anno in cui il vescovo della città Arnolfo sarebbe intervenuto a Bari alla cerimonia della traslazione delle ossa di san Nicola. Alla figura di questo primo vescovo si associano solitamente almeno un paio di eventi “leggendari”, quali il finanziamento per la costruzione del maggiore edificio di culto da parte di Roberto il Guiscardo nel 1085, ed il fortuito ritrovamento alla fine del secolo scorso di una lastra sepolcrale - oggi non rintracciabile - recante il suo nome, Arnulphus.

Se anche ci fosse un fondo di verità in queste notizie, l’unica cosa improbabile risulterebbe una data di fondazione tanto precoce, considerata la stretta relazione che intercorre, dal punto di vista delle novità strutturali, tra la fabbrica bitontina e quella del S. Nicola di Bari.

È in questo periodo che Bitonto va assumendo una più definita configurazione urbana, in linea con quanto accadeva un po’ in tutta la Puglia; la popolazione sparsa nel territorio ritorna nel centro che riceve notevole slancio soprattutto dal punto di vista economico. Dunque, la realizzazione della cattedrale è comunque da collocarsi contestualmente alla rinascita della città, non essendo possibile dar creditn a quelle tesi che si appigliano alla cronologia, certa e documentata, della suppellettile marmorea, datata in piena età federiciana. Il cantiere duecentesco si innesta infatti su una fabbrica pienamente compiuta nelle sue strutture, perfetta riproposizione in scala ridotta del modello nicolaiano, scelto da Bitonto probabilmente anche per affinità di tipo politico.

l carattere normanno della committenza è sostenuto dalla maggior parte degli storici locali, che fanno riferimento ad un documento del 1098 in cui compare un «Robertus comes filius Guidelmi comitis dominator civitatis Botonti», lo stesso conte Roberto che innalzò le mura cittadine.

I Un misterioso foglio volante ritrovato tra le pagine di un antico registro della chiesa di S. Silvestro parlerebbe di una fondazione avvenuta nel 1087 e compiuta nel 1095; nel 1114, in occasione della consacrazione della stessa chiesa, si fa riferimento ad una «sedes maioris ecclesiae Botontinae» ma, alla luce di ciò che è emerso dagli scavi recenti, non è facile dire se si tratti già del nuovo edificio. E in ogni caso riuscirebbe difficile pensare che in un lasso di tempo di soli otto anni possa essere stata innalzata l’intera fabbrica anche se, a metà del XII secolo, la struttura di massima della cattedrale doveva essere stata definita, se dobbiamo prestar fede alle iscrizioni funerarie presenti sulla parete absidale, nelle quali compaiono i nomi di due personaggi normanni, Gerardus Comestabulus e Joannes Iudex.

L'edificio

La sostanziale omogeneità delle strutture e della decorazione più antica della cattedrale consente di individuare una prima campagna di lavori ascrivibile ai decenni centrali del XII secolo. Questo primo cantiere porta avanti, con coerenza ed unità, il progetto mutuato dall’esperienza nicolaiana; entro la fine del XII secolo la fabbrica doveva presentarsi conclusa, completa di torri postiche, arconi sui fianchi per pareggiare la sporgenza del transetto, facciata tripartita ed aperta da tre portali con stipiti intagliati

secondo la tradizione pugliese, finestrone absidale semplice. A queste maestranze, sicuramente bitontine e non rintracciabili in altri cantieri coevi, sono da attribuire le decorazioni interne della cripta, nonché - per evidenti affinità tematiche - i capitelli della navata e quelli dei matronei, tutti strutturati prevalentemente secondo lo schema a due zone, con animali accovacciati in corrispondenza degli spigoli o passanti sui fogliami. Ai temi romanzi del pieno XII secolo fa riferimento il famoso capitello raffigurante il volo di Alessandro Magno, il primo della navata a sinistra dell’ingresso, per le evidenti affinità con i mosaici pavimentali di Otranto, Taranto e Trani, dietro al quale potrebbe celarsi anche l’intenzionale allusione, in forma di monito, agli eventi del tempo e al destino delle città ribelli.

Gran parte dell’arredo e delle decorazioni, come ad esempio le originarie capriate dipinte, è andato purtroppo disperso a causa dei profondi mutamenti subiti dall’edificio nei secoli successivi. Molti frammenti scampati alle trasformazioni, ai restauri, ai ripristini sono custoditi nel locale museo diocesano: tra questi, i resti del ciborio e dell’altare basilicale, che recano ancora una volta il nome di un vescovo - Domenico - quale probabile committente e sostenitore dell’abbellimento della maggior chiesa della città, e quello del presunto artista - Gualtiero - che, insieme al maestro identificato con il nome di Pollice - autore di una lastra di recinzione presbiteriale preziosamente ornata da motivi decorativi ispirati a tessuti arabo-siculi - contribuisce a rafforzare quell’ipotesi che individua a Bitonto l’esistenza di una scuola, di una bottega o quantomeno di una cerchia di artisti qualificati in grado di affidare il loro nome alle opere, emergendo dalla folta ma pur sempre anonima schiera di abilissimi e comuni scalpellini.

Il portale

Un cantiere diverso, per modi ed interpretazione delle tematiche proposte dalla committenza, è quello che lavora in facciata, dove - alla fine del XII secolo - al semplice portale centrale originario viene accostato un ricco archivolto poggiante su grifi e colonnine su leoni stilofori sormontato dall’immagine salvifica del pellicano, simbolo di Cristo. Le stesse maestranze adegueranno il finestrone absidale alle forme e allo stile di quello barese (cattedrale), sostituendo alla semplicità originaria un’esuberanza plastica ormai collaudata. Le figurazioni dell’architrave e della lunetta del portale raccontano la Rivelazione, grazie alla quale chi varchi la porta della chiesa varca la porta del Cielo e può godere dei benefici effetti dell’Incarnazione e della vittoria di Cristo sul male ottenuta grazie alla sua Risurrezione. Il programma, imperniato sul poema della salvezza raggiunta attraverso Cristo ed estraneo alla pratica ed alla consuetudine degli scalpellini locali, fu verosimilmente dettato da qualche colto prelato.

Nel ciclo dell’Infanzia scolpito sull’architrave viene esaltata la Vergine quale strumento di Redenzione, giacché ogni scena (nell’ordine Annunciazione, Visitazione, Adorazione dei Magi, Presentazione al tempio), riferimento ad un preciso episodio dell’infanzia di Gesù intesa come antefatto della salvezza finale, corrisponde non a caso ad altrettanti momenti in cui la sua divinità viene rivelata, sempre attraverso la presenza di Maria.

La chiave di lettura del messaggio salvifico così articolato sta nella lunetta, dove è raffigurata l’Anastasis: la scena illustra quanto avvenne fra la morte di Cristo e il suo ritorno fisico sulla terra, ispirandosi a testi palestinesi e siriani come il Vangelo apocrifo di Nicodemo, poi ripresi da tutti i compilatori medievali. Nella discesa agli inferi Cristo libera le anime dei giusti vissuti prima del Cristianesimo, sciogliendo così la dannazione del peccato originale grazie alla sua passione ed alla sua risurrezione.