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Componenti:

Ten. PERRULLI Michele

M.llo CESARI Angelo

Ag. MARRONE Giovanni

Ag. ALTAMURA Filippo

D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 Norme in materia ambientale

TESTO AGGIORNATO AL 27 MARZO 2010

 

  REATI AMBIENTALI:

 

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Scarico di pesce azzurro

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Compiti:

Svolge attività nell'ambito di episodi di inquinamento idrico, atmosferico, acustico e del suolo.

Mappatura suoli a rischio di incendi

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Le NUOVE SANZIONI PER RIFIUTI ABBANDONATI CAMBIA TUTTO CON IL D.LGS n. 205/2010. Tra LUCI nuove  E vecchie OMBRE. …MA A COSA SERVE?

Immissioni rumorose intollerabili anche se non superano i limiti di legge Cassazione civile , sez. II, sentenza 17.01.2011 n° 939

  

L'AUTORIZZAZIONE

 

Per trasportare rifiuti è necessario possedere una speciale autorizzazione detta “Iscrizione” che si ottiene presentando documentazione sia soggettiva che tecnica all'apposito Albo, istituito dal Ministero Ambiente e organizzato in Sezioni regionali che hanno sede presso le CCIAA del capoluogo di regione (per la Lombardia dunque è presso la CCIAA di Milano). Tale Albo è denominato “ALBO NAZIONALE GESTORI AMBIENTALI” (trucco: ricordarsi il parallelismo con l’Albo Trasportatori). L’iscrizione-autorizzazione è rilasciata dalla Sezione regionale dell’Albo ove si trova la sede legale dell’azienda che intende effettuare l’attività di trasporto di rifiuti.

L’iscrizione è in forma espressa, cioè non vale il silenzio-assenso, e consiste in un documento in più pagine che deve trovarsi su ogni mezzo, a disposizione, appunto, dei controlli. Questo obbligo è espressamente contenuto nell’iscrizione stessa.

L’obbligo di iscrizione è prevista dal articolo 212 comma 5 del Decreto legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 intitolato “Norme in materia ambientale” (erroneamente definito “testo unico ambientale”) che ha rinormato il settore ambientale, la cui Parte IV disciplina i rifiuti. La materia è regolamentata dal DM 406/1998 (emanato in vigenza del precedente Dlgs 22/97, cd. “decreto Ronchi”) il quale prevede la suddivisione dell’attività di trasporto in categorie come segue:

# CATEGORIA 1 = raccolta e trasporto di rifiuti urbani e assimilati

# CATEGORIA 2 = raccolta e trasporto di rifiuti non pericolosi

# (…) avviati al recupero in modo effettivo ed oggettivo CATEGORIA 3 = raccolta e trasporto di rifiuti pericolosi (…) avviati al recupero in modo effettivo e oggettivo

# CATEGORIA 4 = raccolta e trasporto di rifiuti speciali non pericolosi prodotti da terzi

# CATEGORIA 5 = raccolta e trasporto di rifiuti pericolosi

# Imprese che esercitano la raccolta e il trasporto dei propri rifiuti non pericolosi come attività ordinaria e regolare.

# Imprese che trasportano i propri rifiuti pericolosi in quantità che non eccedano trenta chilogrammi al giorno o trenta litri al giorno.

 

Ogni categoria è poi suddivisa in “classi” in funzione della potenzialità dell’azienda, cioè in funzione delle quantità annue trasportate o della popolazione servita (solo per i RSU) ma ciò all’atto del controllo su strada ricopre un interesse relativo in quanto il dato è controllabile su un periodo significativo di attività e non sul singolo momento di controllo. L'impresa può comunque essere iscritta a una o più categorie, secondo le proprie dimensioni (es. numero di mezzi, personale disponibile) e l'attività che svolge (trasporto di rifiuti speciali non pericolosi e di speciali pericolosi).

Ogni iscrizione deve riportare la/le categorie e classe/i autorizzata/e. Ad esempio, se sull’iscrizione è riportata la dicitura "Abilitato per categoria 2 classe F" ciò significa che l’azienda può trasportare solamente rifiuti non pericolosi e destinati ad un impianto di recupero. La classe F, per completezza, significa che l’azienda è autorizzata a trasportare un quantitativo inferiore a 3.000 T/anno (link: www.albogestoririfiuti.it).

Allegato iscrizione all'albo

 

Come si legge l’iscrizione?

L’iscrizione ha validità 5 anni e indica al proprio interno:

 

    * il numero e data dell’autorizzazione e la Sezione regionale che l’ha rilasciata

    * i dati dell’azienda che è stata autorizzata

    * i soggetti responsabili dell’attività: il Legale rappresentante e il Responsabile tecnico

    * l’attività autorizzata: categoria e classe

    * tipo e targa dei mezzi autorizzati

    * l’elenco dei rifiuti che possono essere trasportati con relativo codice CER

    * le prescrizioni da rispettare durante l’attività

    * l’obbligo di riportare copia dell’autorizzazione su ogni mezzo per i controlli

 

Si veda il fac-simile come esempio.

Quindi, per quanto concerne l’iscrizione, al momento del controllo, si dovrà:

 

    * identificare l’autista del mezzo di trasporto

    * chiedere copia dell’iscrizione che deve essere conservata sul mezzo in copia autentica o corredata da dichiarazione di conformità all’originale sottoscritta dal legale rappresentante (dichiarazione sostitutiva atto notorietà)

    * verificare che l’iscrizione sia in corso di validità

    * verificare che la targa del mezzo sia indicata nell’iscrizione

    * verificare il rispetto delle prescrizioni contenute nell’iscrizione immediatamente ottemperabili (es. divieto di dispersione di liquidi sulla sede stradale, disponibilità a bordo del veicolo di mezzi per l’assorbimento di eventuali perdite e fuoriuscite di rifiuti, presenza della cartellonistica prescritta sul mezzo e sugli imballaggi di rifiuti…)

    * verifica che le tipologie di rifiuti trasportati siano conformi a quelle indicate nell’autorizzazione.

 

Questa ultima verifica potrebbe essere difficoltosa se le caratteristiche merceologiche dei rifiuti non sono immediatamente constatabili (come ad esempio per fanghi, fusti chiusi, liquidi in cisternette…). Non è opportuno eseguire direttamente l’apertura dei contenitori per ragioni di sicurezza.

Il controllo si esegue amministrativamente attraverso confronto dei dati contenuti nei documenti di trasporto (formulario di identificazione) e visivamente dove possibile. Qualora si avesse la percezione che i prodotti trasportati possano non corrispondere ai contenuti dell’autorizzazione occorre fare intervenire organi tecnici quali ARPA al fine di effettuare un campionamento di aliquota dei rifiuti per sottoporla ad analisi di caratterizzazione.

E’ sempre consigliabile eseguire una fotografia del contenuto del mezzo sia per l’effettuazione di eventuali controlli incrociati a posteriori sul produttore o smaltitore dei rifiuti, sia per le eventuali contestazione conseguenti il controllo.

L’intento che ci si prefigge in questi interventi è quello di fornire all’operatore su strada pratiche nozioni ed informazioni per eseguire le operazioni di controllo del mezzo con serenità e competenza, ma soprattutto con efficacia. Dopo l’esame dell’iscrizione, titolo abilitativo per l’impresa che esercita l’attività di trasporto di rifiuti, in questa sede vediamo quale altro documento deve essere presente durante il viaggio del rifiuto e come deve essere compilato per essere esaustivo del proprio ruolo.

 

IL DOCUMENTO DI TRASPORTO

La norma recita chiaramente (art. 193 D.lgs. 152/06): "Durante il trasporto effettuato da enti o imprese i rifiuti sono accompagnati da un formulario di identificazione dal quale debbono risultare, in particolare, i seguenti dati:

a) nome ed indirizzo del produttore e del detentore;

b) origine, tipologia e quantità del rifiuto

c) impianto di destinazione;

d) data e percorso dell'istradamento;

e) nome ed indirizzo del destinatario”.

Il soggetto principale del precetto è il trasporto. Dunque, a parte eccezioni espresse che citeremo più avanti, durante ogni trasporto di rifiuti deve essere presente il documento denominato “formulario di identificazione” che, secondo l’intento del legislatore, dovrebbe illustrare immediatamente da dove proviene e dove si dirige il rifiuto, chi lo sta movimentando, di cosa si tratta e quanto ce n’è a bordo (trucco: ricordarsi l’analogia con il ddt). Concetti semplici dunque, del tipo “chi sono, da dove vengo e dove vado”...

Quindi, preso atto della semplicità delle informazioni sopra descritte, l’operatore addetto al controllo, una volta verificato il possesso dell’iscrizione già esaminata in precedenza, e la sua congruenza con i dati dell’impresa di trasporto, deve verificare la presenza sul veicolo del formulario di identificazione, naturalmente se ci sono rifiuti. Questo documento consiste sostanzialmente in un foglio formato A4, costituito da 4 copie a ricalco in modo tale che tutte riportino i medesimi dati, annotati al momento della partenza del rifiuto dal luogo di produzione, cioè nel momento in cui il rifiuto è stato trasferito da un soggetto (produttore) a un altro (vettore), con il conseguente passaggio di responsabilità gestionali...

Durante il viaggio però le copie che accompagnano il rifiuti debbono essere 3 in quanto la prima, per aspetti di controllo del ciclo di smaltimento, resta nelle mani del produttore. Inoltre il formulario, essendo, come dice il nome, “di identificazione”, deve essere compilato per ogni tipologia di rifiuto presente: significa, ad esempio, che se sul cassone sono presenti contemporaneamente, in modo distinguibile fra loro, rottame ferroso, rottame di alluminio e inerti da demolizione, l’autista dovrà mostrare 3 formulari (singolarmente composti da 3 copie a ricalco), ognuno indicante la tipologia alla quale ogni documento si riferisce e la relativa quantità. Indipendentemente che tutto ciò provenga da un unico produttore e/o dal medesimo luogo di produzione.

Ogni documento è identificato da un numero di serie, alfanumerico, assegnato in modo univoco alla tipografica che lo emette. Il numero di serie si ripete ogni anno, quindi è riportato anche l’anno di emissione, per evitare contraffazioni. Detto numero è stampigliato nell'angolo in alto a destra del documento ed è importante verbalizzare questo riferimento per garantire la successiva tracciabilità dello stesso.

Se la veridicità di dati come luogo di partenza o di destinazione non è immediatamente verificabile dall'operatore su strada per gli ovvi motivi che impediscono di avere a disposizione referenti nelle relative zone (si pensi ad un trasporto partito da Milano, diretto a Caserta...) un elemento di assoluta importanza, da rilevare con attenzione, e accertabile solo al momento del viaggio, è quello è quello relativo alla quantità di rifiuti trasportata.

Nonostante il formulario, nella sua prima enunciazione, esista ben dal 1985, tuttora è un documento sottovalutato sotto questo aspetto, che è il più rilevante, e dove si giocano tutte le responsabilità di chi interviene nel circuito di gestione del rifiuto. Il produttore che indica malamente, approssimativamente, o, addirittura, non scrive la quantità affidata al vettore, permette e facilita la commissione di illeciti ambientali, lesivi della concorrenza e del mercato, o frodi di altro genere (fiscali, alimentari, sanitarie ecc.). Purtroppo l’esperienza mostra che questo è un illecito commesso con facilità, da produttori nella migliore delle ipotesi, sprovveduti, mal consigliati da trasportatori furbi (cfr. Sentenza Corte Cass. 11 ottobre 2006, n. 21781, Provincia di Como vittoriosa).

E’ il caso di evidenziare che il legislatore, per agevolare l’incombenza, ha previsto che la quantità possa essere espressa in più modi: annotando il "peso" o il "volume" o il "numero di colli" se quantificabili (cfr. DM 145/1998 e dalla Circolare Ambiente/Industria del 4 agosto 1998). Facciamo esempi pratici: in caso di trasporto di misto di demolizione per il muratore sarà più semplice quantificare il rifiuto in metri cubi,  non avendo a disposizione la pesa in cantiere, e abituato com'è, peraltro, a valutare in volume la sabbia che utilizza per la produzione del calcestruzzo... Il trasporto di 15 frigoriferi potrà essere indicato in colli; quello di 10 cisternette da 1 mc. contenenti acqua e solvente, stante il peso specifico del prodotto vicino a quello dell’acqua, potrà essere annotato sia in volume che in peso, valutando a priori però se le cisternette sono colme, piene a metà, per tre quarti ecc. Sarà errato invece, in questo caso, indicare solo il numero di colli in quanto non è indicativo della quantità totale del loro contenuto, cioè dell’effettivo rifiuto da smaltire. Un cassone da 15 mc. recante imballaggi misti (cellophane, cartone, pellets rotti…), stante la variabilità delle forme, quindi dei vuoti intrinseci presenti nel carico, e del peso dei singoli materiali, potrà essere valutato secondo il valore di riempimento del cassone… Il legislatore ha lasciato la possibilità di stimare la quantità, ciò non significa che questa deve essere lontana dalla realtà: nel caso di cassone del volume di 20 mc. che durante il controllo risulti pieno per

metà non sarà corretta l’annotazione sul formulario di 20 mc. in quanto la quantità reale è in realtà di 10! Il mezzo in quel momento potrebbe essere diretto verso un secondo produttore dove prelevare altri 10 mc. del medesimo tipo di rifiuto e poi fatturare il tutto al primo soggetto… quello che ha sottoscritto il formulario.

Altri elementi da leggere con attenzione sono quelli relativi alla data e ora dell’inizio trasporto e percorso effettuato, ovviamente da correlare fra loro. Un mezzo che viaggia in un giorno diverso da quello annotato sul formulario probabilmente ha sostato da qualche parte per qualche motivo. Ciò non è regolare in quanto il trasporto "è una fase unica e non si può interrompere" (sentenza CC 22/5/2000 n. 1040), se non per emergenze o incidenti o soste tecniche e per un massimo di 48 ore. Orario di partenza incongruente con la distanza percorsa sino al momento del controllo può presupporre che il "percorso" di raccolta abbia toccato soggetti ulteriori rispetto a quelli riconducibili ai documenti a bordo. Oppure orari incongruenti su formulari appartenenti ad un unico "giro" (es. microraccolta). Purtroppo riguardo al percorso vi è incongruenza fra quanto prescritto dall’art. 193 e quanto indicato nel DM 145, che invece ne prevede l'annotazione "se diverso dal più breve". Quindi un eventuale mancanza non sarà sanzionabile; sarà invece assolutamente utile in questo caso, ai fini del controllo, verificare se il punto dove è stato fermato il mezzo è compatibile con il percorso fra provenienza e destinazione indicati sui documenti di trasporto!

Poiché la norma consente le operazioni di trasbordo dei rifiuti da un mezzo a un altro, ciò trova spazio in un'apposita area del formulario, definita “annotazioni”. Sostanzialmente il legislatore ha previsto a priori che qualcosa possa variare durante il trasporto e ha dato la facoltà di rendere questo il più trasparente possibile attraverso la compilazione di questo spazio.

 

ESCLUSIONI

Le esclusioni sono distribuite in varie parti del D.lgs. 152/2006 e sono riassumibili come segue:

 

    * il trasporto effettuato da privati cittadini è esente da formulario (perché non sono Enti o Imprese), naturalmente se di rifiuti urbani da consegnare ai servizi comunale per il successivo smaltimento.(in caso diverso può configurarsi l’esercizio di attività abusiva);

    * la movimentazione dei rifiuti esclusivamente all'interno di aree private non è considerata trasporto, quindi non è soggetta alla presenza di formulario di identificazione;

    * le disposizioni non si applicano al trasporto di rifiuti urbani, effettuato dal soggetto che gestisce il servizio pubblico; quindi il soggetto appaltatore, nelle ore e nei giorni previsti dall’appalto;

    * il trasporto di rifiuti classificati non pericolosi, effettuato dal produttore stesso, in modo occasionale e saltuario, per un quantitativo massimo di 30 litri o 30 kg max;

    * i soggetti ambulanti, limitatamente ai rifiuti che sono oggetto della loro attività di commercio (cfr. i contenuti della licenza comunale);

    * i rifiuti derivanti da assistenza sanitaria e da manutenzione;

    * i fanghi destinati all’utilizzo in agricoltura (sono accompagnati da apposita scheda).

 

Quindi, per quanto concerne il formulario di identificazione, al momento del controllo, si dovrà:

    * verificare la presenza di formulario/formulari e il numero di copie che li costituiscono;

    * controllare che il numero di documenti sia compatibile con le tipologie presenti sul mezzo;

    * accertare che le quantità annotate siano coerenti con quelle presenti;

    * accertare che targa e nominativo dell’autista annotati corrispondano alla situazione effettiva;

    * verificare che data del viaggio e orario di partenza del mezzo siano pertinenti con il tragitto effettuato sino al momento del controllo;

    * annotare elementi stonanti per riferire e promuovere successive indagini per la verifica della correttezza del circuito di smaltimento;

    * effettuare qualche fotografia del carico…

 

Allegato: Formulario_identificazione_facsimile.pdf

 

APPROCCIO AL CONTROLLO DEL TRASPORTO DEI RIFIUTI

Abbiamo sin qui trattato dei documenti di controllo del viaggio dei rifiuti. Tuttavia esistono molte tipologie di rifiuti che, per il fatto di essere contemplate anche in norme speciali o settoriali, pongono seri problemi all’operatore in fase di controllo a causa delle conflittualità fra le norme stesse. Si tenta in questa sede di evidenziare i casi problematici richiamando anche prassi in uso, ciò al fine di stimolare il lettore ad un costante approfondimento ed aggiornamento nella materia.

3a parte: casi particolari: trasporto di particolari tipologie di rifiuti

Rifiuti solidi urbani: ai sensi dell’art. 193 del Dlgs 152/06 è espressamente esonerato dall’obbligo di formulario di identificazione il trasporto di rifiuti urbani:

- effettuato dal gestore del servizio pubblico;

- nel territorio del comune o dei comuni per i quali il servizio medesimo è gestito.

La Circolare 4.8.98 del Ministero dell’ambiente e Ministero dell'industria del commercio e dell’artigianato ha specificato con chiarezza che “ l'esonero dall'obbligo del formulario di identificazione si ritiene, tuttavia, applicabile anche nel caso in cui il trasporto dei rifiuti urbani venga effettuato al di fuori del territorio del comune o dei comuni per i quali e' effettuato il predetto servizio qualora ricorrano entrambe le seguenti condizioni:

1) i rifiuti siano conferiti ad impianti di recupero o di smaltimento indicati nell'atto di affidamento del servizio di raccolta e trasporto dei rifiuti urbani (ed a tal fine si ritiene che il concessionario del servizio di raccolta di rifiuti urbani e/o di frazioni differenziate di rifiuti urbani debba dotare ogni veicolo adibito al trasporto di una copia dell'atto di affidamento della gestione dal quale risulti, appunto, l'impianto cui sono destinati i rifiuti);

2) il conferimento di tali rifiuti ai predetti impianti sia effettuato direttamente dallo stesso mezzo che ha effettuato la raccolta.

Resta fermo che il trasporto di rifiuti urbani effettuato da un centro di stoccaggio a un centro di smaltimento o recupero deve sempre essere accompagnato dal formulario di identificazione”.

Quindi, nel caso di azienda di trasporto privata, benché nota per essere appaltatrice di servizi pubblici, è importante, in fase di controllo, confrontare se il viaggio in corso è conforme agli orari, percorso e modalità previste dal contratto di appalto; ciò in quanto, al di fuori delle condizioni stabilite, la ditta potrebbe in realtà esercitare attività per conto proprio (es. rifiuti assimilabili per conto di aziende) e quindi sarebbe assolutamente soggetta al trasporto con formulario di identificazione.

Rifiuti assimilati agli urbani: il trasporto di questa categoria di rifiuti non è contemplato nelle esclusioni indicate dall’art. 193 succitato, quindi non è esente da emissione e accompagnamento con formulario. Ciò significa che ogni trasporto di rifiuti assimilati agli urbani, effettuato dal produttore degli stessi (che, si ricorda, non è privato cittadino ma impresa che ha stipulato a priori apposita convenzione con il Comune) verso il centro di raccolta comunale (piazzola, centro ecologico, piattaforma o ecopiazzola… le definizioni sono varie) dovrà essere condotto con formulario. Al momento del ricevimento del rifiuto un operatore comunale dovrà firmare il documento e tratterrà la copia “smaltitore” di sua spettanza per gli obbligatori controlli quali-quantitativi e per la registrazione.

Si ricorda che i rifiuti “assimilati” sono solo quelli indicati nel Regolamento comunale, individuati per tipologia e quantità. Per l’approfondimento di un utile caso pratico si legga “CASSAZIONE PENALE Sez. III, 25 gennaio 2007 (Ud. 18/12/2006), Sentenza n. 2871 “RIFIUTI - Gestione dei rifiuti urbani non domestici - Violazione dell'autorizzazione - Responsabilità del gestore – Principi”.

Microraccolta: attività “tollerata” in passato, per esigenze operative, oggi brilla di propria luce.

Il Dlgs 152/06 contempla la microraccolta dei rifiuti, intesa come la raccolta di rifiuti da parte di un unico trasportatore presso più produttori o detentori, svolta con lo stesso automezzo.

Tale modalità di raccolta consente un percorso frazionato non previsto in passato dalla normativa previgente ma di fatto già attuato da tempo nella prassi. Ora L’art. 193, comma 11 dispone esattamente che la microraccolta:

- deve essere effettuata nel più breve tempo tecnicamente possibile;

- nei formulari di identificazione dei rifiuti devono essere indicate tutte le tappe intermedie previste nello spazio relativo al percorso;

- in caso di variazione del percorso, nello spazio relativo alle annotazioni, l’autista deve indicare il tragitto realmente effettuato.

La norma autorizza e regolamenta quindi un tipo di percorso che prevede però un unico trasportatore, un percorso frazionato, e più formulari (tanti quanti i soggetti conferenti), ciascuno collegato a uno specifico carico di rifiuti, il tutto reso manifesto da opportune annotazioni sui formulari di trasporto.

Spurgo fosse settiche: dalla microraccolta allo spurgo delle fosse biologiche il passo è breve…

Per definizione i fanghi della pulizia delle fosse settiche sono classificati fra gli “speciali” benché provengano da civile abitazione; infatti sono identificati con codice CER della categoria dei rifiuti urbani.

Il caso di più raccolte di liquami

- da fosse biologiche della medesima tipologia e provenienza (medesimo CER 20.03.04)

- da parte dello stesso soggetto, con un unico mezzo

- lungo un percorso programmato,

- nel più breve tempo possibile

- che si conclude con un unico conferimento all’impianto di depurazione

può essere ricompreso nella fattispecie sopra indicata; nello spazio relativo al percorso dei formulari devono essere tuttavia indicate tutte le tappe intermedie, dovrà essere predisposto un formulario per ogni cittadino titolare di fossa settica, al quale dovrà essere rilasciata una copia del formulario al momento del prelevamento del rifiuto.

Occorre chiarire che è forte la spinta da parte delle associazioni di categoria a ricondurre questo tipo di attività nell’ambito della “manutenzione”. Ciò comporterebbe, ai sensi dell’art. 230 comma 5 del Dlgs 152/06, che il soggetto che effettua pulizia e manutenzione delle infrastrutture relative a fognature civili diventerebbe, per definizione, il produttore del rifiuto e sarebbe soggetto ad una disciplina diversa e meno puntuale di quella attuale.

Si evidenzia al lettore quanto sia importante e delicata la gestione trasparente e documentata di questa attività nel caso di appalto del servizio di spurgo di alloggi dell’Edilizia Residenziale Pubblica. Ciò per gli aspetti sanzionatori peculiari che in tal caso, in presenza di illecito, si potrebbero eventualmente manifestare.

Sottoprodotti di origine animale: si tratta di corpi interi o parti di animali o prodotti di origine animale (non comprende i rifiuti di cucina e ristorazione). Per tali rifiuti è in vigore il Regolamento europeo n. 1774/2002. In passato, vigente il DLgs 22/97 (cd. decreto Ronchi), la Corte di Cassazione con sentenza Sez. III 15 giugno 2004 (Cc. 5 maggio 2004), n. 587, si era espressa indicando che “nel rapporto tra la normativa in materia di gestione dei sottoprodotti di origine animale e quella in materia di gestione dei rifiuti non opera il principio di specialità, in considerazione dei limiti afferenti ai profili sanitari e di polizia sanitaria cui ha riguardo la prima. La disciplina dettata dal regolamento Ce n. 1774/2002, pertanto, concorre con quella di cui al D.lgs n. 22/97 …” Attualmente il DLgs 152/2006 evidenzia che il Reg. 1774/02 è disciplina autonoma ed esaustiva e autonoma nel proprio ambito. Tuttavia, nello stabilire che il trasporto di tali prodotti deve essere condotto con apposito documento commerciale, previsto dal citato reg. CE 1774/02, che sostituisce a tutti gli effetti il formulario di identificazione, contestualmente prevede la tenuta del registro di carico e scarico per il soggetti che ne fanno lo smaltimento; quindi parrebbe ripetersi la doppia disciplina già richiamata dalla Cassazione nella citata sentenza… Attendiamo nuovi pronunciamenti, speriamo definitivi.

Ambulanti: ai sensi dell'art. 266 comma 5 del Dlgs 152/06 alle attività di raccolta e trasporto di rifiuti effettuate dai soggetti abilitati allo svolgimento di tali attività in forma ambulante, limitatamente ai rifiuti che formano oggetto del loro commercio non si applicano gli obblighi relativi a formulario ed iscrizione all'Albo Nazionale Gestori Ambientali. Va naturalmente dimostrata, in sede di controllo, il possesso di autorizzazione all’esercizio di tale attività. Tipica attività di questo tipo è quella esercitata da chi si propone per lo svuotamento di solai e cantine da vecchi oggetti. In proposito si richiama la seguente pronuncia:

CORTE DI CASSAZIONE PENALE Sez. III, 8 agosto 2006 (Ud. 05/07/2006), Sentenza n. 28366: Può essere legittimamente esercitata l'attività di raccolta e trasporto di rifiuti in forma ambulante solo previo conseguimento del titolo abilitativo e limitatamente ai rifiuti compresi nell'attività autorizzata, sicché in mancanza di abilitazione è configurabile il reato contestato nel d.lgs.n .22/1977. (Fattispecie: attività di raccolta e commercio ambulante di materiali ferrosi senza alcun titolo abilitativo) .

I poteri della pg in campo ambientale

 

La polizia giudiziaria è legittimata a compiere una serie di attività tipiche ed atipiche: fra questi il prelievo di campioni, anche avvalendosi di ausiliari di pg.

 

I poteri a iniziativa della polizia giudiziaria in campo ambientale con particolare riferimento agli accertamenti urgenti

 

Con la sentenza 11 gennaio 2005, n. 5468 la Suprema Corte ha stabilito che la Polizia Giudiziaria , a norma dell’art. 354 c.p.p. – “Accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose, sulle persone”, è legittimata a compiere una serie di attività tipiche e atipiche: può effettuare gli accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose e sulle persone, effettuare, nella immediatezza, prelievo di campioni , provvedere al sequestro di urgenza onde assicurare che le tracce e le res concernenti il reato siano conservate e che la situazione non sia mutata prima che il Pubblico Ministero intervenga o assuma la direzione delle indagini. L’articolo in esame permette alla Polizia di prendere le opportune iniziative perché gli elementi probatori non si disperdano; se necessario, per gli accertamenti e i rilievi, la Polizia può farsi assistere, ex art. 348 u.c. c.p.p. da persone dotate di specifiche competenze tecniche che forniscono un parere non destinato ad essere utilizzato come prova: i cosiddetti Ausiliari di Polizia Giudiziaria. Essi hanno l’obbligo di intervenire subito, non possono rifiutarsi dalle imposizioni dettate dalla Polizia Giudiziaria, e rivestono la qualifica di Pubblici Ufficiali. Ai sensi dell’art. 354 c.p.p., gli accertamenti che concernono cose o situazioni suscettibili per loro natura di subire modificazione e, addirittura, di scomparire in tempi brevi (così che, in seguito, potrebbero solo essere riferiti o descritti) possono essere effettuati, a ragione della improcrastinabile urgenza, in assenza del difensore che, tuttavia, ha il diritto di intervenire senza essere avvisato. Di conseguenza, l’osservazione immediata e diretta dello stato dei luoghi, effettuata a sola iniziativa dalla Polizia Giudiziaria, in relazione a determinate attività considerate urgenti, è sempre consentita.

Obblighi a carico della Polizia Giudiziaria consistono nella sola redazione del relativo Verbale di Accertamenti Tecnici Urgenti, ai sensi dell’art. 357, comma 2, c.p.p., al fine di trasmetterlo al Pubblico Ministero competente.

La estrema importanza alla quale ricorrono tali atti si concretizza nel fatto che essi sono atti irripetibili, ovverosia non si fermano nel fascicolo del Pubblico Ministero, ma entreranno come prova nel dibattimento, inserendosi, così, nel fascicolo del giudice.

La Corte, comunque, sottolinea che tale procedura debba redigersi dalla Polizia Giudiziaria nelle sole ipotesi in cui sussistano le condizioni di urgenza. Nel caso de quo la Cassazione si era espressa in merito al fatto che ha ritenuto necessario e urgente la verifica della consistenza, stato e modalità di gestione delle alghe e materiale spiaggiato, in quanto rifiuti in putrefazione che causavano esalazioni maleodoranti, con rischi per la salute e per l’ambiente.

Invece, gli accertamenti eseguiti dalla P.G. in mancanza delle condizioni di urgenza richieste dalla norma sono inficiati da nullità a regime intermedio per violazione dell’art. 178 c) del c.p.p. (Nullità di ordine generale); parte della dottrina ritiene che tali attività della P.G. e gli atti conseguenti sono, comunque, ugualmente utilizzabili in dibattimento, in quanto non si ravvisa la riconducibilità alla nullità di ordine generale, e nemmeno la loro inutilizzabilità prevista per le prove acquisite in violazione dei divieti di legge.

Diversa è invece la ipotesi di cui all’art. 360 c.p.p. – Accertamenti urgenti non ripetibili -, alla quale vi si ricorre a sola iniziativa del Pubblico Ministero ed è applicabile quando siano necessari accertamenti urgenti per cui sono necessarie specifiche competenze e che riguardano situazioni soggette a modificazione e, pertanto, non sono differibili o ripetibili; in tale caso occorre, per la peculiare situazione, un accertamento avente valore di prova in tutti i tipi di giudizio per cui il Pubblico Ministero, nella fase delle indagini preliminari, può optare per tale procedura ex art. 360 c.p.p.

In pratica l’accertamento tecnico di cui all’art. 354 c.p.p., in dottrina definito “ACCERTAMENTO URGENTE”, ha lo scopo di evitare che le cose e le tracce pertinenti al reato vadano disperse, e che lo stato dei luoghi e delle cose non venga mutato prima dell’intervento del Pubblico Ministero. L’art. 360 c.p.p., invece, in dottrina definito “ACCERTAMENTO TECNICO”, è assimilabile alle perizie , vale a dire quegli atti disposti o compiuti per acquisire dati e valutazioni su fatti, situazioni o materie che richiedono particolari conoscenze scientifiche e tecniche [1]. Atto questo che può essere compiuto solamente dopo la comunicazione di notizia di reato e non nella immediatezza/flagranza dei fatti.

Obblighi a carico dell’organo che ha redatto l’atto – sia in riferimento all’art. 354 che all’art. 360 – sono quelli di depositare lo stesso nella segreteria del Pubblico Ministero entro il terzo giorno successivo al compimento dell’atto, con facoltà per il difensore di esaminarli e di estrarre copia nei cinque giorni successivi.

Inoltre, nei casi di cui all’art. 360 c.p.p., e quindi in riferimento ai soli accertamenti tecnici compiuti ad iniziativa del Pubblico Ministero, è necessario dare avviso del compimento dell’atto, senza ritardo, alla persona sottoposta alle indagini, alla persona offesa dal reato, e ai difensori, del giorno, dell’ora e del luogo fissati per il conferimento dell’incarico al tecnico, e della facoltà consentita alle parti di potere nominare un proprio consulente tecnico. Nelle ipotesi in cui tale avviso non sia stato effettuato, o non siano stati rispettati i dettami previsti, non ricorre mai ipotesi alcuna di nullità dell’atto, in quanto il c.p.p. consente al Pubblico Ministero di notificare al difensore l’avvenuto deposito nel fascicolo delle indagini preliminari di tale atto, e i termini di cui sopra decorrono dal giorno di ricevimento della notificazione [2].

Altra sostanziale differenza tra l’art. 354 e l’art. 360 c.p.p., oltre al requisito della necessità e della urgenza come sopra delineato, e relativamente ai soli accertamenti effettuati dalla Polizia Giudiziaria, diretti alla acquisizione di fonti di prova da rinvenire nei luoghi, sulle cose o sulle persone, consiste nelle operazioni concrete effettuate, ovverosia nelle ipotesi in cui l’accertamento venga eseguito dalla stessa P.G. in modo tautologico, sempre uguale, magari tramite l’utilizzo di strumentazione in dotazione. Tale attività rientra sempre nelle procedure di cui all’art. 354 e mai nelle procedure di cui all’art. 360, e quindi tale attività può essere effettuata senza la presenza del difensore, senza nemmeno l’obbligo di avvisarlo di tali operazioni, e senza la delega e/o la convalida del Pubblico Ministero. Tale teoria è stata riconosciuta dalla Corte di Cassazione, Sez. V, 5 ottobre 2004, n. 46176, la quale in merito a quanto già riferito, recita: “L’esame dattiloscopico, non postulando alcuna valutazione da parte di chi vi procede, si esaurisce in semplice operazione di ordine materiale soggetta alla disciplina dell’art. 354 comma 2 c.p.p. e non a quella dell’art. 360 c.p.p., riservata agli accertamenti veri e propri, se ed in quanto qualificabili come irripetibili”. Sempre sulla stessa linea, la Corte di Cassazione si è espressa in merito ad accertamenti sempre eseguiti a iniziativa della P.G. con apposite strumentazioni, stabilendo che i rilievi di inquinamento ambientale, nel caso di specie inquinamento acustico, anche se non presentano la caratteristica della urgenza, rientrano sempre e comunque nella disciplina di cui all’art. 354 c.p.p. La Corte Suprema, con sentenza n. 25103 del 16 aprile 2004, ha stabilito:” I rilievi fonometrici sono tipici accertamenti “a sorpesa” che non possono farsi rientrare tra quelli riguardanti cose o luoghi il cui stato è soggetto a modificazione, per i quali l’art. 360 c.p.p. richiede, in quanto non ripetibili, il previo avviso all’indagato, ma vanno inquadrati tra le attività svolte dalla Polizia Giudiziaria ai sensi degli artt. 348 e 354 comma 2 stesso codice”.

Non costituisce, invece, atto urgente, quella operazione di P.G. , anche se effettuata tramite strumentazione in suo possesso, in tutti i casi in cui la notizia di reato era già stata effettuata – art. 347 c.p.p. – ma era necessario, per consentire la prosecuzione delle indagini preliminari dinanzi al Pubblico Ministero, tale ulteriore operazione. Infatti, la Cassazione si è espressa stabilendo che non costituisce accertamento tecnico irripetibile e neppure atto urgente ai sensi dell’art. 354 c.p.p. quello consistente nell’effettuazione, da parte di un operatore di Polizia Giudiziaria, di una prova chimica atta a far rilevare l’avvenuta alterazione del numero di telaio di un autoveicolo, trattandosi in realtà della semplice constatazione, di un dato fattuale, con possibilità, quindi, che in ordine ad esso venga acquisita la deposizione del medesimo operatore (Cass. Pen. , Sez. III, 6 aprile 2004, n. 18889) .

Tanto premesso, nel caso di specie – sentenza contenuta nel titolo - il Collegio ha rilevato che, nella ipotesi concreta, non si può seriamente dubitare del requisito della urgenza per la stessa situazione operativa che aveva richiesto l’intervento della Polizia; occorreva, infatti, verificare la consistenza, lo stato e le modalità di gestione dei rifiuti in putrefazione che causavano emanazioni maleodoranti, per le quali vari cittadini si erano lamentati, con possibili danni o ricadute negative per la salute e l’ambiente. Gli accertamenti effettuati ai sensi dell’art. 354 c.p.p. si sono limitati ad una osservazione immediata e diretta dello stato dei luoghi ed alla descrizione oggettiva e statica della situazione dei rifiuti e, pertanto, non richiedevano l’intervento della difesa. L’attività della Polizia è stata circoscritta a dei “meri rilievi” come segnala lo stesso imputato nei motivi di impugnazione. Di conseguenza, gli accertamenti in oggetto – rimasti nell’ambito di operatività dell’art. 354 c.p.p. – sono stati correttamente inseriti nel fascicolo del dibattimento ed utilizzati ai fini decisori. E’ stato, quindi, rigettato il ricorso presentato dal soggetto trasgressore dell’illecito ambientale.

 

[1] D’Ambrosio Vigna “La pratica di Polizia Giudiziaria”, Cedam, 2002.

[2] “Non dà luogo a nullità l’omessa indicazione nell’avviso di cui all’art. 360 c.p.p. della natura degli accertamenti tecnici disposti, della possibilità di nominare un difensore di fiducia e dell’identità del difensore d’ufficio nominato, trattandosi di informazioni non espressamente richieste dalla legge”. Cassazione Penale, Sez. I, 28 gennaio 2005, n. 11708.

 

Prelievo e analisi dei campioni

 

Il prelievo e l'analisi di campioni fra l'art. 15 della l. 689/1981 e l'art. 223 disp. att del codice di procedura penale.

 

GLI ACCERTAMENTI COMPIUTI DALLA POLIZIA GIUDIZIARIA MEDIANTE ANALISI DI CAMPIONI

 

Gli accertamenti compiuti dagli organi di controllo aventi la qualifica di agente accertatore, o agente di polizia amministrativa – Art. 15 l. 689/81

L’atto di accertamento amministrativo costituisce il primo passo nel sistema sanzionatorio punitivo: è l’atto mediante il quale i soggetti abilitati (accertatori) riscontrano che in un luogo definito, in una certa data ed ora determinata si è consumata la violazione di una norma che è punita in via amministrativa. Ovviamente, alla fattispecie concreta andrà associata la fattispecie astratta prevista dal legislatore e assoggettata a sanzione. Talune violazioni presuppongono, per il loro accertamento, una analisi tecnica di laboratorio, come ad esempio l’accertamento di eventuali scarichi in acque pubbliche o private. È intervenuta, in materia amministrativa, la Legge 24 novembre 1981, n. 689, la quale, ad ulteriore precisazione, oltre alle disposizioni in materia di redazione del verbale di violazione amministrativa, l’art. 15, consente agli organi di controllo, e quindi organi che non devono obbligatoriamente possedere la qualifica di P.G., ma semplicemente dipendenti di Enti Pubblici o, ancora di più, dipendenti di Enti Privati (es. ditte che hanno in appalto il servizio A.T.O.) di effettuare prelievi di campioni, anche all’interno delle ditte, per verificare il livello di contaminazione o non contaminazione. Lo stesso art. 15, inoltre, al fine di consentire il diritto alla difesa, pone il cittadino nella condizione di chiedere la revisione delle analisi dei campioni prelevati dagli organi accertatori prima dell’irrogazione della sanzione o del compimento degli effettivi atti del procedimento.

 

Gli accertamenti compiuti dagli organi di polizia giudiziaria ai sensi del c.p.p. – Art. 223 disp. att.ne c.p.p –

In materia penale, ovverosia nel caso in cui a seguito l’analisi del campione emerge una violazione avente carattere penale, è intervenuto l’art. 223 delle disposizioni di attuazione del c.p.p.

“…se è logico che l’autorità amministrativa, cui compete il diritto di effettuare i campionamenti delle acque, non abbia l’obbligo di preavvisare il titolare dello scarico circa il momento in cui verranno effettuate le operazioni di prelievo per evitare che possano esser apportate modifiche agli scarichi e di conseguenza fatte sparire le tracce di ogni irregolarità, non altrettanto può dirsi per quanto riguarda il momento delle analisi delle acque campionate. Infatti queste debbono essere esaminate con la massima tempestività stante la loro deteriorabilità e pertanto le analisi non sarebbero utilmente ripetibili nel corso del successivo procedimento penale.

 

Corte costituzionale, 28 luglio 1983, n. 248

 

Con questa sentenza la Corte ha voluto sottolineare che, sebbene, al momento iniziale di prelievo di campioni, non è possibile venire a conoscenza se dall’analisi risulterà un superamento che rientra nella fattispecie penale, e quindi il prelievo può essere sempre eseguito ai sensi dell’art. 15 della L. 689, ma, nella ipotesi in cui il superamento rientra nel penale, l’operatore avrebbe dovuto seguire le procedure di cui all’art. 223 delle disp di att. del c.p.p. Pertanto, tale sentenza, impone a tutti gli operatori di adeguarsi ai principi dettati dalla c.p.p. in quanto assumono efficacia probatoria le analisi compiute con un vero e proprio accertamento assimilabile,nella sostanza, ad una perizia, fonte, quindi, di convincimento del giudice; tanto più che le relazioni sulle analisi sono allegate agli atti del procedimento penale e di esso lo stesso giudice può tener conto e darne lettura a norma dello stesso art. 466 c.p.p. Proprio questa particolare efficacia probatoria del risultato delle analisi impone che sia dato avviso alla parte onde consentirne la presenza con l’eventuale assistenza di un consulente tecnico. Circoscritta, quindi, la norma di cui al D.L.vo 152/06 sopra elencata, in riferimento al controllo sugli scarichi (art. 101), in riferimento all’art. 24 della Costituzione, il prelievo, originariamente amministrativo, ma con le tecniche dettate dal c.p.p. va riconosciuto valido a tutti gli effetti, e quindi considerato atto irripetibile da poter inserire nel fascicolo del giudice.

 

L’obbligo di comunicare all’interessato l’esito delle analisi

La comunicazione a mezzo raccomandata costituisce la prima notizia dell’infrazione. Per la contestazione delle violazioni il cui accertamento richiede l’effettuazione di analisi su campioni, l’art. 15/689 detta disposizioni precise in materia. Tali violazioni sono tipiche ipotesi di trasgressione alle norme sulla genuinità degli alimenti e bevande, inquinamento idrico ed atmosferico, composizione dei carburanti.

La necessità delle analisi impone che l’accertamento della violazione avvenga in un momento successivo rispetto al tempo del prelevamento di campioni, perché solo successivamente all’esito si accerta il tipo di violazione. E’ quindi da questo momento che diventa possibile dare notizia al trasgressore dell’addebito che gli si ascrive. Infatti, poiché le analisi vengono quasi sempre eseguite all’interno di laboratori (A.R.P.A.), non è mai utilizzabile la procedura di contestazione immediata ex art. 14/689.

Invece, in materia di mancata comunicazione all’interessato, la Cassazione Civile, con Sentenza 13.07.2004, n. 12952, ha stabilito che , qualora per l’accertamento della violazione siano compiute analisi di campioni e i relativi risultati non siano stati comunicati all’interessato con lettera raccomandata, così come sancito dall’art. 15, comma 1 L. 689, la contestazione della violazione deve comunque seguire le normali procedure di cui all’art. 14 della medesima legge, e, pertanto, deve contenere gli estremi essenziali della violazione, quali risultanti dalle analisi compiute sul campione, riportando con esattezza l’esito delle analisi, allo scopo di garantire comunque il diritto alla difesa all’interessato, esercitabile anche mediante la richiesta di revisione delle analisi.

 

La revisione delle analisi

L’istanza di revisione deve essere presentata dall’interessato per iscritto allo stesso organo che ha prelevato i campioni da analizzare. Egli è tenuto a versare una somma determinata dall’istituto procedente, ed allegare la relativa ricevuta alla domanda di revisione. Alle operazioni di revisione ha diritto di assistere, tramite la partecipazione di un consulente di parte, lo stesso richiedente. In questa materia è da ritenersi non esista spazio per una attività di difesa in senso tecnico: l’avvocato potrà presenziare soltanto in veste di procuratore, munito di mandato sostanziale. I risultati delle analisi sono comunicati al contravventore, a cura del dirigente del laboratorio, presso il quale furono eseguite. L’istanza di revisione, in altre parole, ha l’effetto di sospendere sino al controllo del risultato della prima analisi la procedibilità del meccanismo di irrogazione della sanzione.

Il momento in cui cominciano a decorrere i termini per la contestazione della violazione

Ai fini della determinazione del dies a quo del termine di novanta giorni previsto dall’art. 14/689 per la notificazione del verbale irrogativo della sanzione amministrativa, deve aversi riguardo nella ipotesi di infrazione concretamente percepibile da parte degli agenti competenti, e quindi, rileva a detti fini solo quando, dopo le rilevazioni eseguite da quegli agenti, l’accertamento dell’infrazione risulti da verificare attraverso e per effetto di successivi esami o analisi rispetto al momento del prelievo (Cass. Civ. 29.03.1999, n. 3001).

Per le notifiche a mezzo posta, la Cassazione ha individuato la concreta applicazione delle norme dettate in materia civile, individuando il momento in cui deve ritenersi perfezionata la comunicazione nel momento in cui vi sia l’effettiva ricezione del piego raccomandato. Nessuna rilevanza è attribuita alla data di spedizione della raccomandata, ma soltanto dalla data risultante nella ricevuta di ritorno iniziano a decorrere i vari termini a disposizione dell’interessato.

Gli istituti incaricati alla revisione delle analisi (art. 20 d.p.r. 29.07.1982, n. 571)

Le analisi di revisione sono eseguite:

Istituto sperimentale per l’enologia di Asti per le analisi dei mosti, dei vini, degli aceti, degli agri e degli altri prodotti alcolici;

Istituto sperimentale per l’elaiotecnica di Pescara per le analisi chimiche degli olii e dei grassi ad eccezione del burro;

Istituto sperimentale lattiero caseario di Lodi per le analisi chimiche del burro e dei formaggi;

Istituto sperimentale per la zootecnica di Roma per le analisi dei prodotti per l’alimentazione degli animali;

Istituto sperimentale agronomico di Bari – Sezione di Modena – e dall’Istituto di industrie agrarie dell’Università degli Studi di Bologna per le analisi botaniche;

Istituto sperimentale per la zoologia di Firenze – Sezione di Roma – per le analisi del miele;

Istituto Nazionale della nutrizione di Roma per le analisi delle paste alimentari, zuccheri, conserve vegetali ed analcolici;

Istituto sperimentale per la cerealicoltura di Roma – Sezione di Vercelli – per le analisi del riso;

Istituto sperimentale per la nutrizione delle piante di Roma per le analisi di tutti gli altri prodotti agrari e sostanze di uso agrario.

Nelle materie diverse da quelle attribuite agli istituti indicati sopra, le analisi di revisione sono eseguite dal Laboratorio Centrale delle dogane e delle imposte indirette del Ministero delle Finanze e dall’Istituto Superiore di Sanità.

Il momento in cui cominciano a decorrere i termini per la contestazione della violazione

Ai fini della determinazione del dies a quo del termine di novanta giorni previsto dall’art. 14/689 per la notificazione del verbale irrogativo della sanzione amministrativa, deve aversi riguardo nella ipotesi di infrazione concretamente percepibile da parte degli agenti competenti, e quindi, rileva a detti fini solo quando, dopo le rilevazioni eseguite da quegli agenti, l’accertamento dell’infrazione risulti da verificare attraverso e per effetto di successivi esami o analisi rispetto al momento del prelievo (Cass. Civ. 29.03.1999, n. 3001).

Per le notifiche a mezzo posta, la Cassazione ha individuato la concreta applicazione delle norme dettate in materia civile, individuando il momento in cui deve ritenersi perfezionata la comunicazione nel momento in cui vi sia l’effettiva ricezione del piego raccomandato. Nessuna rilevanza è attribuita alla data di spedizione della raccomandata, ma soltanto dalla data risultante nella ricevuta di ritorno iniziano a decorrere i vari termini a disposizione dell’interessato.

 

DOVE DEVE ESSERE IL PUNTO DI PRELIEVO DEI CAMPIONI?

 

Il punto di prelievocampioni di acque, sui quali effettuare le analisi chimico-fisiche dirette a verificare il superamento delle concentrazioni di sostanze inquinanti consentite dalle vigenti norme di legge, deve essere individuato - in osservanza ai principi di proporzionalità e precauzione - immediatamente prima dell'immissione di tali reflui industriali nel mare e non, invece, in corrispondenza del singolo impianto produttivo, ubicato all'interno dello stabilimento industriale.

Consiglio Stato, sez. V, 09 settembre 2005, n. 4648

 

La Direttiva 91/271/CEE concernente il trattamento delle acque reflue urbane e la Direttiva 91/676/CEE relativa alla protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrti provenienti da fonti agricole, sono state recepite dall’abrogato D.L.vo 152/1999 e dall’attuale D.L.vo 152/2006 (art. 101 commi 3 e 4). Le disposizioni summenzionate rispettivamente recitano: “Gli scarichi devono essere resi accessibili per il campionamento da parte dell’autorità competente per il controllo nel punto assunto per la misurazione. La misurazione degli scarichi, si intende effettuata subito a monte del punto di immissione in tutte le acque superficiali e sotterranee, interne o marine, nonché in fognature, sul suolo o nel sottosuolo” e “per le acque reflue industriali contenenti le sostanze della tabella allegata, il punto di misurazione dello scarico si intende fissato subito dopo l’uscita dallo stabilimento o dall’impianto di trattamento che serve lo stabilimento medesimo, ed esattamente nel punto preciso ove tali scarichi si immettono in un corso d’acqua. L’autorità competente può richiedere che gli scarichi parziali contenenti le sostante sostanze della tabella allegata siano tenuti separati dallo scarico generale .

Chi è l’autorità compente per il controllo?

Tutti gli organi tecnici di cui all’art. 13 l. 689/81

L’art. 101 comma 4 del D.L.vo 152/2006 recita: “L’autorità competente per il controllo è autorizzata a effettuare tutte le ispezioni che ritenga necessarie per l’accertamento delle condizioni che danno luogo alla formazione degli scarichi. Essa può richiedere che scarichi parziali contenenti le sostanze di cui ai parametri fissati subiscano un trattamento particolare prima della loro confluenza nello scarico generale”.

Il compito dell’organo accertatore, quale organo di Polizia amministrativa o Polizia giudiziaria, è, dunque, quello di stabilire quale sia, nello specifico, l’uscita dello stabilimento o dall’impianto di trattamento che serve lo stabilimento medesimo, ovvero, in altri termini, se il prelievo di campioni di acqua, onde controllare la conformità ai limiti tabellari, dovesse effettuarsi in corrispondenza dell’uscita dei reflui dall’impianto dello stabilimento o, piuttosto, immediatamente prima dell’immissione degli stessi nel fiume, nel canale, o nel mare, una volta depurati all’interno dello stabilimento.

La nuova direttiva comunitaria

OSSERVAZIONI SULLA DIRETTIVA EUROPEA SUI RIFIUTI DIRETTIVA 2008/98/CE G.U.U.E. del 22 novembre 2008

di Rosa Bertuzzi
Il parlamento europeo, con pubblicazione in G.U.U.E. del 22 novembre 2008, n. L.312/3 ha pubblicato la “Direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del consiglio del 19 novembre 2008 relativa ai rifiuti “.
La norma, composta da ben 111 pagine di Gazzetta Ufficiale, 43 articoli e cinque allegati, entrerà in vigore il prossimo 12 dicembre 2008, ed entro il 12 dicembre 2010 tutti gli Stati membri dovranno adeguarsi, recependone il contenuto.
I punti più importanti della nuova direttiva riguardano le possibili dissociazioni con i principi dettati dal Decreto Legislativo 152/2006, cosi come novellato dal secondo decreto correttivo n. 4/2008.
Già lo stesso Decreto Legislativo 4/2008 ha introdotto novità (6 nuovi articoli nella parte prima) al fine di adeguare la normativa ambientale italiana a quella europea.
Il legislatore europeo, consapevole dei mutamenti intervenuti nella materia, ha emanato questa direttiva la quale, pur sostituendo/integrando le precedenti direttive quadro sui rifiuti – Direttiva 5 aprile 2006, n. 2006/12/CE e Direttiva 75/442/CEE -, non ha apportato rilevanti modifiche di tipo sostanziale alle stesse, individuando cosi una sorta di indirizzi/linee/scelte operative/decisioni politiche, che costituiscono un semplice aggiornamento in linea con l’evoluzione sociale odierna.
I principi fondamentali contenuti nella direttiva hanno lo scopo di rafforzare le misure da adottare per la prevenzione dei rifiuti, seguire l’intero ciclo di vita dei prodotti e dei materiali, non soltanto nella fase in cui diventano rifiuti; particolare attenzione sulla riduzione degli impianti ambientali connessi alla produzione e alla gestione dei rifiuti,il cercare di favorire al massimo il recupero dei rifiuti e l’utilizzazione dei materiali per preservare le risorse naturali.

TERRENO – SUOLO – ACQUE DI SCARICO NON RIENTRANO NELLA DIRETTIVA
La nuova direttiva sui rifiuti sancisce espressamente che sono esclusi dall’ambito di applicazione della stessa: 1) effluenti gassosi emessi in atmosfera; 2) terreno, inclusi il suolo contaminato non scavato; 3) suolo non contaminato; 4) rifiuti radioattivi; 5) materiali esplosivi; 6) acque di scarico.
L’esclusione dalla direttiva delle acque di scarico – cosi come scritta con tali termini generici – comporta che vengano escluse tutte le acque reflue e tutto ciò che in esso sarà convogliato, anche se in base alle caratteristiche, qualità, codice C.E.R., siano qualificabili come rifiuto.
L’articolo 3 detta precise definizioni in ordine a specifici termini, quali il rifiuto, anche se solo per alcuni, la disciplina è del tutto innovativa. Il rifiuto, quale definizione più importante per la materia che trattasi, ancora una volta lo ha definito “qualsiasi sostanza o oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o l’obbligo di disfarsi”. La differenza fondamentale tra questa definizione e quella contenuta dal D. Lgs. 152 , il quale quest’ultimo la individua come “qualsiasi sostanza o oggetto che rientra nelle categorie riportate nell’allegato A e di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi” consiste nella differenza di qualificazione all’interno di uno schema predefinito, ovverosia la direttiva elimina la condizione dell’appartenenza alla catalogazione europea (C.E.R.) togliendo, in tal modo, l’obbligatorietà dell’appartenenza ad una classificazione specifica.
In merito alla definizione di “trattamento” intesa quale “operazioni di recupero o smaltimento, inclusa la preparazione prima del recupero o dello smaltimento” ha ancora una volta introdotto un principio – generico e non ancora definito giuridicamente - ed ad oggi non chiaramente disciplinato nel nostro ordinamento giuridico – D.Lgs. 152 - .
È stata inoltre introdotta una nuova figura: il “commerciante” inteso quale “qualsiasi impresa che agisce in qualità di committente al fine di acquistare e vendere rifiuti compresi i commercianti che non prendono materialmente possesso dei rifiuti”.

SOTTOPRODOTTO
Il Parlamento europeo ha introdotto ufficialmente per la prima volta la nozione di sottoprodotto ove, all’art. 5, la definisce una sostanza o oggetto derivante da un processo di produzione il cui scopo primario non è la produzione di tale articolo, ma può non essere considerato rifiuto bensì sottoprodotto soltanto se sono soddisfatte le seguenti condizioni:
è certo che la sostanza o l’oggetto sarà ulteriormente utilizzata/o;
la sostanza o l’oggetto può essere utilizzata/o senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale;
la sostanza o l’oggetto è prodotta/o come parte integrante di un processo di produzione;
l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o l’oggetto soddisfa, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente e non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o la salute umana.

MATERIE PRIME SECONDARIE
Novità assoluta introdotta dalla nuova direttiva è la definizione delle materie, sostanze e prodotti secondari (M.P.S.) che per quanto solamente citate dal legislatore europeo, non erano mai state definite a livello comunitario.
L’art. 6 sancisce espressamente che “Taluni rifiuti specifici tessano di essere tali quando siano sottoposti ad un’operazione di recupero, incluso il riciclaggio, e soddisfino criteri specifici da elaborare conformemente alle seguenti condizioni:
la sostanza o l’oggetto è comunemente utilizzata/o per scopi specifici;
esiste un mercato o una domanda per tale sostanza o oggetto;
la sostanza od oggetto soddisfa i requisiti tecnici per gli scopi specifici e rispetta la normativa e gli standard esistenti applicabili ai prodotti;
l’utilizzo della sostanza o l’oggetto non porterà a impatti negativi sull’ambiente o sulla salute umana.”

RESPONSABILITA’ ESTESA AL PRODUTTORE
La direttiva, allo scopo di rafforzare la prevenzione, il riutilizzo, il riciclaggio, e il recupero dei rifiuti, consente agli stati membri di adottare misure legislative o non legislative volte ad assicurare che qualsiasi persona fisica o giuridica che professionalmente sviluppi, fabbrichi, trasformi, venda o importi, prodotti (è lui il produttore del prodotto) sia soggetto ad una responsabilità estesa del produttore.

AUTORIZZAZIONI
In tema di autorizzazioni e registrazioni, la direttiva indirizza gli stati membri ad imporre a qualsiasi ente o impresa che intende effettuare il trattamento dei rifiuti di ottenere l’autorizzazione dell’autorità competente.
Tale autorizzazione dovrà precisare almeno i tipi e i quantitativi di rifiuti che possono essere trattati, i requisisti tecnici, le misure precauzionali, le operazioni di monitoraggio e di controllo necessarie e, infine, le disposizioni relative alla chiusura e agli interventi a essa successivi che si rivelano necessari.


Rocce e terre da scavo

Le terre e rocce da scavo: le ultime, importanti, novità legislative
Il legislatore nel solo corso di un anno, cioè dalle modifiche sostanziali introdotte con il Dlgs. 4/2008, si è sbizzarrito a produrre ben ulteriori 11 modifiche del testo del cosiddetto Codice dell’Ambiente; di queste ben due riguardano la gestione delle terre e delle rocce derivanti da attività di scavo, di cui si è già trattato in passato.
Ora riprendiamo l’argomento a beneficio, come di consueto, dei controlli da porre in essere da parte degli organi di vigilanza ambientale ed edilizia, consci che agevolare il recupero dei materiali di scavo, sottraendoli al regime dei rifiuti ed elevandoli al livello di risorsa, produce il nobile effetto di non ricorrere all’uso di risorse non rinnovabili (cave) e di non dover saturare luoghi di discarica, ma consapevoli che semplificare le procedure senza introdurre vincoli certi e controllabili favorisce il proliferare di illeciti ambientali, edilizi e fiscali e impoverisce il potere di controllo degli organi accertatori a discapito della comunità nel suo complesso.
I riferimenti normativi sull’argomento sono:
Legge 28 gennaio 2009, n. 2 (conversione del Decreto legge 185/2008)
Legge 27 febbraio 2009, n. 13 (conversione del Decreto legge 208/2008)
In sintesi: dapprima con la legge 28 gennaio 2009 n. 2 di "Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, recante misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale", sono stati modificati gli articoli 185 e 186 del Dlgs. 152/06, introducendo una nuova posizione giuridica dei residui derivanti da scavi se riutilizzati nel medesimo cantiere ove sono stati prodotti attribuendo loro la qualifica di “sottoprodotto”.
Attraverso la seconda innovazione introdotta con la Legge 27 febbraio 2009 n. 13 (conversione del Decreto legge 208/2008), è stato nuovamente modificato l’art. 186
a) con la previsione dell’utilizzo delle terre e rocce per miglioramenti ambientali
b) estendendo le modalità di utilizzo della terra da scavo ai materiali derivanti dall`estrazione e della lavorazione della pietra e del marmo.
Cosa comporta tutto ciò oggi? Attraverso quali strumenti è controllabile? Esaminiamo i vari aspetti.
Innanzi tutto le tipologie di rifiuto oggetto delle procedure introdotte dalla Legge 2/09 riguardano “il suolo non contaminato” e “altro materiale allo stato naturale” escavati nel corso dell’attività di costruzione. Questa differenziazione induce a pensare che possano esservi materiali diversi da quelli primitivi derivanti dall’escavazione: ad esempio materiali di riporto utilizzati in precedenza allo scavo che, per definizione, non possono considerarsi “suolo”; oppure ad altri materiali naturali (si pensi, ad esempio, alla torba, tipico materiale organico di origine vegetale).
Altro aspetto vincolante posto dal legislatore è che entrambi questi materiali devono essere “allo stato naturale”, quindi non contaminati da sostanze o materiali a loro estranei (si pensi ad esempio a riempimenti condotti in passato con terra mista a rifiuti da demolizioni... ciò che ora riemerge per escavazione certo non può ricadere nella definizione di “materiale allo stato naturale”), oppure a suolo derivante da scavi condotti in aree industriali, fortemente indiziato quindi della presenza di contaminanti utilizzati nelle attività preesistenti sul sito.
Può sussistere inoltre necessità di valutazione del materiale estratto durante scavi particolari qualora caratterizzati dalla presenza di vene amianifere o di sostanze naturali radioattive...
Per essere classificata come “sottoprodotto”, quindi sottratta dall’ambito di applicazione delle disposizioni sui rifiuti contenute nel Dlgs 152/06, la terra (o il materiale naturale) deve essere recuperata nel medesimo cantiere ove viene prodotta. Ciò che ne discende quindi è che il progetto (o la DIA) da presentare al Comune per la autorizzazione ai fini edilizi dovrà contenere sia la previsione dei volumi scavati sia di quelli riutilizzati in sito con l’indicazione delle relative quote e profili che deriveranno dal ricollocamento.
Tale elemento di novità deve essere oggetto di controllo sia preliminare, di tipo edilizio, al fine di verificare il rispetto dei regolamenti edilizi locali, sia durante o a fine lavori per accertare che tutto il quantitativo di suolo estratto sia stato ricollocato in sito. In caso di discrepanza fra queste quantità grava sul soggetto che si è avvalso del regime semplificato introdotto dalla Legge 2/09 l’onere di provare che i quantitativi di terra non riutilizzata in sito sono stati correttamente smaltiti o recuperati altrove.
In tal senso dovrà dimostrare di avere seguito una delle procedure indicate nello schema di seguito allegato. Le conseguenze sanzionatorie in caso di illecito sono quelle già previste dalla parte IV del Dlgs. 152/06 e sono di carattere sia amministrativo che penale (artt. 256, 260 (eventuale), 258).
Gli organi accertatori hanno come strumento di controllo il progetto dell’intervento (o DIA) integrato come si è detto sopra. Resta ancora da chiarire se l’eventuale contaminazione del suolo debba essere provata da certificato analitico (in questo caso il riferimento sarebbero i parametri indicati all'allegato 5, tabella 1, parte IV, Dlgs 152/2006) oppure sia sufficiente dichiarazione (autocertificazione) del soggetto che si avvale della procedura, fatta salva la facoltà di accertamento tecnico da parte degli organi di vigilanza.
Restano comunque in vigore le precedenti disposizioni (art. 186) in materia di terre e rocce da scavo qualora non riutilizzate nel medesimo sito di escavazione e cioè:
le terre e rocce da scavo, anche di gallerie, ottenute quali sottoprodotti, possono essere utilizzate per reinterri, riempimenti, rimodellazioni e rilevati purché:
a) siano impiegate direttamente nell'ambito di opere o interventi preventivamente individuati e definiti;
b) sin dalla fase della produzione vi sia certezza dell'integrale utilizzo;
c) l'utilizzo integrale della parte destinata a riutilizzo sia tecnicamente possibile senza necessità di preventivo trattamento o di trasformazioni preliminari per soddisfare i requisiti merceologici e di qualità ambientale idonei a garantire che il loro impiego non dia luogo ad emissioni e, più in generale, ad impatti ambientali qualitativamente e quantitativamente diversi da quelli ordinariamente consentiti ed autorizzati per il sito dove sono destinate ad essere utilizzate;
d) sia garantito un elevato livello di tutela ambientale;
e) sia accertato che non provengono da siti contaminati o sottoposti ad interventi di bonifica ai sensi del titolo V della parte quarta del presente decreto;
f) le loro caratteristiche chimiche e chimico-fisiche siano tali che il loro impiego nel sito prescelto non determini rischi per la salute e per la qualità delle matrici ambientali interessate ed avvenga nel rispetto delle norme di tutela delle acque superficiali e sotterranee, della flora, della fauna, degli habitat e delle aree naturali protette. In particolare deve essere dimostrato che il materiale da utilizzare non è contaminato con riferimento alla destinazione d'uso del medesimo, nonché la compatibilità di detto materiale con il sito di destinazione;
g) la certezza del loro integrale utilizzo sia dimostrata. L'impiego di terre da scavo nei processi industriali come sottoprodotti, in sostituzione dei materiali di cava, è consentito nel rispetto delle condizioni fissate all’art. 183 comma 1 lett. p).
A dimostrazione di quanto sopra debbono essere tuttora presentate ai singoli Comuni ove il materiale è prodotto e/o utilizzato progetto, comunicazioni e certificazioni, secondo le modalità stabilite localmente.
Per quanto riguarda le novità introdotte dalla Legge 13/09 (che introduce i commi 7 bis e 7 ter dell’art. 186 del Dlgs 152/06 il discorso si fa più complesso e insidioso:
in pratica le terre da scavo possono rientrare nel regime di deroga dalle disposizioni sui rifiuti qualora
possiedano caratteristiche ambientali
queste caratteristiche siano accertate
siano utilizzate per interventi di miglioramento ambientale anche di siti non degradati
ai fini del miglioramento della qualità della copertura arborea o delle funzionalità agro-silvo-pastorali
ai fini del miglioramento delle condizioni idrologiche rispetto alla tenuta dei versanti e alla raccolta e regimentazione delle acque piovane
ai fini del miglioramento della percezione paesaggistica
Da più parti è stato eccepito che le procedure introdotte con il comma 7 bis dell’art. 186 per “i miglioramenti ambientali” non sono al momento chiare. Infatti tali attività sarebbero già ricomprese fra le operazioni di reinterro-riempimento-rimodellazione-rilevazione già autorizzate dal comma 1 dell’art. 186 del Dlgs. 152/06, procedure soggette, come si è detto sopra, a tutta una serie di condizioni vincolanti. Le procedure invece introdotte dal 7 bis invece appaiono semplificare in modo assoluto le procedure di utilizzo, per le attività a scopo ambientale, prevedendo il solo vincolo del possesso di “caratteristiche ambientali” del materiale utilizzabile.
Poiché non è chiaro quali siano i parametri che individuano appunto tali caratteristiche ne’ è chiaro se il comma 7 bis debba leggersi in combinato disposto con il comma 1 e neppure se le nuove disposizioni siano in contrasto con quanto già disposto dalle procedure di riutilizzo indicate dal DM 5.2.98 all. 1 sub. 1 voce 7.31-bis punto b) (che prescrivono la DIA alla Provincia in caso di recupero ambientale, voce R10 dell’all. C parte IV Dlgs. 152/06), attendiamo significative spiegazioni dal legislatore... fermo restando che in caso di recuperi ambientali, ai fini dei controlli, il progetto presentato per l’intervento dal tecnico abilitato dovrà essere valido riferimento quindi corredato dalle valutazioni oggettive sulla qualità del materiale utilizzato e della sua compatibilità con le finalità del progetto.
Con il comma 7 ter alla disciplina sulle rocce da scavo sono equiparati i residui derivanti dall’estrazione di pietre e marmi e dalla lavorazione delle medesimi ma, in questo caso, solo se in tali lavorazioni non sono stati usati reagenti non naturali.
Ai fini dell’uso in recuperi ambientali di questi materiali dovrà essere dimostrato attraverso certificazione analitica, prodotta dagli interessati, che gli stessi rispettano i valori limite indicati nell’All. 5 alla parte IV del Dlgs. 152/06.
Dopo quanto detto sopra evidenzio, ad ogni modo, che la giurisprudenza attuale ci aiuta stabilendo che:
- la sussistenza delle condizioni previste per i sottoprodotti (art. 183 comma 1 lett. p) deve essere contestuale: la mancanza di una sola di esse rende la terra da scavo soggetta alla disciplina sui rifiuti (Cass. Pen. Sez. III n. 10711 del 11 marzo 2009)
- per i rifiuti destinati al riutilizzo la prova sulla natura degli stessi deve essere obiettiva, univoca e completa, non potendosi tenere conto solo delle affermazioni o delle intenzioni dell'interessato, posto che i rifiuti richiedono un corretto e tempestivo recupero, se possibile, e dimostrato, oppure il loro smaltimento in modo compatibile con la salute e l'ambiente (Cass. Sez. III n. 9494 del 3 marzo 2009).

Prontuario


ROTTAMI FERROSI, ORA SONO RIFIUTI Corte di cassazione, sez. III penale - sentenza 13 gennaio 2009, n.833
Il 21.4.08 la Polizia Provinciale di Napoli svolgeva un controllo presso la società PROIM, società a responsabilità limitata esercente in Caivano l'attività di fonderia di alluminio e commercializzazione di metalli. L'iniziativa era partita da un esposto di sei mesi prima (che indicava tale azienda quale responsabile di smaltimento illecito di rifiuti. Gli investigatori accertavano che tale azienda acquistava rottami di alluminio e altri metalli come materie prime secondarie, le quali venivano conservate in varie aree recintate destinate a vari tipi di metallo, dopo avere subito alcuni trattamenti preliminari. Secondo la polizia il materiale subiva i seguenti trattamenti: l'eliminazione di contaminazioni con materiale non metallico, la riduzione volumetrica mediante una pressa compattatrice, la frantumazione in piccole pezzature tramite trituratore Vecoplan. Al termine delle sopradescritte operazioni il materiale era utilizzabile per la fusione e trasformazione in lingotti. La polizia giudiziaria riteneva che i trattamenti effettuati sui materiali acquistati, ai quali si è dianzi fatto riferimento, fossero trattamenti preliminari rientranti nell'attività di recupero di un rifiuto. Per tale ragione, secondo gli investigatori, il materiale acquistato dalla società rappresentata dall'indagato non poteva considerarsi escluso dalla disciplina sui rifiuti di cui al decreto legislativo n 152 del 2006 e successive modificazioni.
Invero, sempre secondo gli investigatori, le materie prime, secondarie erano escluse dalla disciplina sui rifiuti qualora fossero impiegate nell'attività industriale senza subire alcun trattamento preliminare.
Tanto premesso in fatto, il tribunale osservava che le attività poste in essere dall'indagato non erano attività di trattamento di un rifiuto per il suo recupero ma lavorazioni industriali di una materia prima secondaria.
Precisava che, contrariamente all'assunto del pubblico ministero, il "trattamento preliminare" non si identifica con una qualsivoglia operazione sul materiale, ma riguarda i trattamenti necessari per rendere il rifiuto utilizzabile come materia prima rottami ferrosi, eliminando la definizione di "materie prime secondarie per attività siderurgiche e metallurgiche" e riconducendo quindi i rottami nel campo di applicazione dei rifiuti. In particolare la qualificazione di materia prima secondaria, allo stato attuale ed al momento del sequestro, poteva e può essere attribuita solo se il rottame proviene da un centro autorizzato di gestione e trattamento rifiuti e presenta le caratteristiche rispondenti a quelle dettate nei citati decreti ministeriali.
Nella fattispecie il tribunale ha omesso di svolgere indagini in merito alla provenienza ed alle caratteristiche del materiale sequestrato.
IL COMMENTO
In tema di gestione dei rifiuti, a seguito delle modifiche introdotte dal D.Lgs. 16 gennaio 2008, n. 4 al D.Lgs. n. 152 del 2006 (cosiddetto Testo Unico ambientale), i rottami ferrosi rientrano nel campo d'applicazione della disciplina dei rifiuti, salvo che gli stessi provengano da un centro autorizzato di gestione e trattamento di rifiuti. Lo ha stabilito la Cassazione penale con la sentenza n. 833/2009. secondaria. In definitiva per il tribunale non è rifiuto quel materiale che non ha una destinazione soggettiva all'abbandono, ma all'utilizzazione come materia prima secondaria. Il materiale di pronto impiego, secondo il tribunale, non è solo quello che è già pronto per l'utilizzazione finale ma anche ciò che è pronto per l'utilizzazione industriale.
Per tali ragioni il tribunale revocava il sequestro preventivo.
Ricorre per cassazione il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Napoli denunciando la violazione del D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 181 bis, artt. 183 e 256.
Sostiene che all'epoca del sequestro ed attualmente i rottami ferrosi e non ferrosi sono qualificati giuridicamente come materie prime secondarie in relazione alla loro provenienza (da centro di recupero rifiuti) ed alle caratteristiche chimico-fisiche dettate dalle specifiche tecniche commerciali delle norme CECA, AISI, CAEF e UNIEN congiuntamente a quanto indicato nel D.M. 5 febbraio 1998 e successive modificazionila Cassazione ha accolto il ricorso, per i motivi di seguito decritti.
Il D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 183, come sostituito dal D.Lgs. n. 4 del 2008, art. 20 considera materia prima secondaria quella avente le "caratteristiche stabilite ai sensi dell'art. 181 bis". Quest'ultimo articolo, introdotto con il D.Lgs. n. 4 del 2008, art. 18 bis, dispone che non rientrano nella definizione di cui all'art. 183, comma 1, lettera a) - ossia nella definizione di rifiuto - le materie le sostanze ed i prodotti definiti dal decreto ministeriale di cui al comma 2.
Il decreto correttivo n. 4/2008, ha apportato significative modifiche al D.Lgs. n. 152 del 2006 nell'ambito dei rottami ferrosi, eliminando la definizione di "materie prime secondarie per attività siderurgiche e metallurgiche" e riconducendo quindi i rottami nel campo di applicazione dei rifiuti. In particolare la qualificazione di materia prima secondaria, allo stato attuale ed al momento del sequestro, poteva e può essere attribuita solo se il rottame proviene da un centro autorizzato di gestione e trattamento rifiuti e presenta le caratteristiche rispondenti a quelle dettate nei citati decreti ministeriali.
Nella fattispecie il tribunale ha omesso di svolgere indagini in merito alla provenienza ed alle caratteristiche del materiale sequestrato.


Rifiuti. Ordinanza di rimozione

T.A.R. VENETO, SEZ. III Sent. 2623 del 20 ottobre 2009

1. L’art. 192, comma 3, del D.lgs. n. 152/2006 è norma speciale sopravvenuta rispetto all’art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000 ed attribuisce espressamente al Sindaco la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti, prevalendo per il criterio della specialità e per quello cronologico sul disposto dell’art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000 (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V, 25.8.2008, n. 4061).
2. È legittima l’ordinanza di rimozione dei rifiuti di cui all’art 192 del D.lgs. n. 152/2006, qualora il provvedimento riproduca testualmente ampi stralci della relazione tecnica pervenuta all’Amministrazione comunale, da cui risulta un “forte, concreto e immediato rischio di propagazione degli inquinanti nell’ambiente circostante, sia tramite perdite liquide che in forma areale, con grave pericolo per la salute pubblica e l’ambiente”, in ragione del cattivo stato di conservazione dei contenitori dei rifiuti con conseguente rischio di sviluppo di reazioni chimiche tra rifiuti differenti e di emissioni tossiche in atmosfera. Risultano, pertanto, senz’altro sussistenti quelle situazioni di carattere eccezionale e impreviste costituenti concreta minaccia per la pubblica incolumità richieste dall’art. 54 del D.lgs. n. 267/2000 per l’esercizio del potere di urgenza da parte del Sindaco, e in tale contesto il carattere eccezionale ed imprevedibile della minaccia non può dirsi insussistente perché l’abbandono dei rifiuti nel sito costituiva una situazione temporalmente preesistente. Inoltre il ritardo ulteriore nell’agire da parte del Sindaco, rispetto alle circostanze emerse per la prima volta nella relazione tecnica, avrebbe comportato un sicuro aggravamento della situazione. (segnalazione e massima di A. Pierobon)


Rifiuti. Veicoli abbandonati e dei veicoli fuori uso

La disciplina dei veicoli abbandonati e dei veicoli fuori uso di Gaetano Alborino

1. Le recenti novità della giurisprudenza
I veicoli abbandonati non possono classificarsi incondizionatamente come rifiuti in senso tecnico e giuridico.
Più correttamente, essi non assumono, per il solo fatto di essere in condizioni il cui stato di abbandono è ancora tutto da accertare, la qualifica di rifiuti, nella duplice e alternativa veste di veicoli fuori uso (CER 16 01 04*), o di veicoli fuori uso non contenenti liquidi né altre componenti pericolose (CER 16 01 06).
Per i veicoli de quibus, affinché possa dichiararsi lo status di rifiuto è necessario che:
• si configurino gli estremi della nozione di rifiuto, ai sensi dell’art. 183, comma 1, lett. a) del D. Lgs. 152/2006, che definisce rifiuto qualsiasi sostanza od oggetto che rientra nelle categorie riportate nell'allegato A alla parte quarta del medesimo decreto e di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l'obbligo di disfarsi;
ovvero,
• si realizzi la classificazione di veicoli fuori uso ai sensi dell’art. 3, comma 2, D. Lgs. 209/2003:
a) con la consegna ad un centro di raccolta, effettuata dal detentore direttamente o tramite soggetto autorizzato al trasporto di veicoli fuori uso oppure con la consegna al concessionario o gestore dell’automercato o della succursale della casa costruttrice che, accettando di ritirare un veicolo destinato alla demolizione nel rispetto delle disposizioni del presente decreto rilascia il relativo certificato di rottamazione al detentore;
b) nei casi previsti dalla vigente disciplina in materia di veicoli a motore rinvenuti da organi pubblici e non reclamati;
c) a seguito di specifico provvedimento dell'autorità amministrativa o giudiziaria;
d) in ogni altro caso in cui il veicolo, ancorché giacente in area privata, risulta in evidente stato di abbandono.
In particolare, si può desumere che, ex pluribus, perché un veicolo possa essere definito come rifiuto, fin da subito e senza seguire alcuna fictio juris (necessaria, invece, per i veicoli rinvenuti dagli organi di polizia e non reclamati dai proprietari, ovvero per veicoli in sosta oltre 60 giorni, di cui si tratterà più approfonditamente nei paragrafi successivi), deve risultare evidente lo stato di abbandono, sia che il veicolo si trovi in area pubblica che privata.
A statuire quanto ultimo sopra detto, ancora più dettagliatamente rispetto al dettato legislativo, è stata la Corte di Cassazione, che si è pronunciata recentemente e più volte sull’argomento.
Per quel che attiene alla qualità di rifiuto dei veicoli fuori uso trova applicazione il principio affermato da questa Corte (per tutte, Corte di Cassazione, Sez. III, 23 giugno 2005 n. 33789), secondo cui a seguito dell’entrata in vigore del D. Lgs. n. 209/2003, con il quale è stata recepita la Direttiva 2000/53/CE, deve essere considerato veicolo fuori uso sia il veicolo di cui il proprietario si disfi o abbia l’obbligo di disfarsi, sia quello destinato alla demolizione, ufficialmente privato delle targhe d’immatricolazione, anche prima della materiale consegna ad un centro di raccolta, nonché quello che risulti in evidente stato di abbandono, anche se giacente in area privata.
Corte di Cassazione, Sez. III, 8 giugno 2009, n. 23701.
Nello stesso senso come sopra, la sentenza del 15 maggio 2009 n. 20424, con la quale i giudici ermellini hanno, peraltro, rilevato anche l’inconferenza della persistente iscrizione di un veicolo nell'apposito elenco del PRA ai fini della qualificazione del veicolo come bene anziché come rifiuto.
La decisione impugnata non risulta, infatti, censurabile posto che ha dato ampiamente conto del fatto che dal verbale di sequestro era evincibile lo stato di elevato degrado del veicolo sì da non poter esser più circolante.
A tal fine è necessario che si tratti di mezzi non più usabili come tali, anche se ancora non privi di valore economico, è, cioè, sufficiente che si tratti di oggetti abbandonati o destinati all'abbandono, non nel senso di res nullius, bensì in quello traslato - funzionale - di cosa (o parte di cosa) non più idonea allo scopo per il quale era stata originariamente costruita.
Più risalente, infine, la sentenza del 17 giugno 2004 n. 27282:
L'art. 3 del D.Lgs. 24.6.2003, n. 209, (Attuazione della direttiva 2000/53/CE relativa ai veicoli fuori uso) considera il veicolo "fuori uso” un rifiuto sia il veicolo di cui il proprietario si disfi o abbia deciso o abbia l'obbligo di disfarsi sia quello destinato alla demolizione, ufficialmente privato delle targhe di immatricolazione, anche prima della consegna ad un centro di raccolta, nonché quello che risulti in evidente stato di abbandono ancorché giacente in area privata. Il centro di raccolta deve essere autorizzato alla stessa stregua dei soggetti che effettuino il trasporto destinato al centro stesso.
2. Il campo di applicazione del D. Lgs. 209/2003
In riferimento all’evidente stato di abbandono di un veicolo, legittimante la condizione di rifiuto ai sensi dell’art. 3, comma 2, lett. d) del D. Lgs. 209/2003, è utile precisare che non tutti i veicoli fuori uso rientrano nel campo di applicazione del decreto citato, recante l’attuazione della direttiva 2000/53/CE relativa ai veicoli fuori uso.
Esso, infatti, si applica solo ai veicoli fuori uso, come definiti all'articolo 3, comma 1, lettera a), e ai relativi componenti e materiali, e dunque:
ai veicoli a motore appartenenti alle categorie M1 ed N1 di cui all'allegato II, parte A, della direttiva
70/156/CEE, ed ai veicoli a motore a tre ruote come definiti dalla direttiva 2002/24/CE, con esclusione dei tricicli a motore.
I veicoli M1 sono così definiti dall’art. 47, comma 2, lett. b) del D. Lgs 285/1992 (Nuovo codice della strada):
I veicoli destinati al trasporto di persone aventi al massimo otto posti a sedere, oltre al sedile del conducente.
I veicoli N1, invece, fanno riferimento non al numero di passeggeri ma al trasporto merci, e sono così definiti dall’art. 47, comma 2, lett. c) del codice della strada:
I veicoli destinati al trasporto di merci, aventi massa max non superiore a 3,5 t.
In conclusione, quando si parla di un veicolo in evidente stato di abbandono, classificato fuori uso dal D. Lgs. 209/2003, si fa riferimento esclusivamente ai veicoli M1, N1 e ai tricicli a motore, con l’esclusione della categoria L5.
Quindi, per i veicoli che sono fuori dal suddetto campo di applicazione non vale la statuizione giurisprudenziale come riportata sopra nell’introduzione.
3. Il campo di applicazione del D. Lgs. 152/2006
Il 23 agosto 2003 è entrato in vigore il D. Lgs. 24 giugno 2003, n. 209 (Attuazione della Direttiva 2000/53/CE relativa ai veicoli fuori uso), come successivamente modificato dal D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 149, con cui è stata introdotta in Italia una nuova normativa concernente il recupero e il riciclaggio di materiali provenienti da veicoli fuori uso.
Poiché la disciplina comunitaria non contemplava tutte le categorie di veicoli, con il decreto legislativo n. 152/2006 si è reso necessario dettare l’art. 231, quale complemento della particolare disciplina introdotta con il D. Lgs. n. 209/2003, al fine di evitare una vacatio juris della disciplina complessiva.
Il citato art. 231, che riproduce quasi integralmente l’art. 46 del previgente D. Lgs. n. 22/97 (cd. decreto Ronchi), trova dunque applicazione nelle ipotesi non disciplinate dal decreto legislativo n. 209.
Più precisamente, l’art. 231, rubricato con il titolo “Veicoli fuori uso non disciplinati dal decreto legislativo 24 giugno 2003, n. 209” stabilisce: << Il proprietario di un veicolo a motore o di un rimorchio, con esclusione di quelli disciplinati dal decreto legislativo 24 giugno 2002, n. 209, che intenda procedere alla demolizione dello stesso deve consegnarlo ad un centro di raccolta per la messa in sicurezza, la demolizione, il recupero dei materiali e la rottamazione, autorizzato ai sensi degli articoli 208, 209 e 210. Tali centri di raccolta possono ricevere anche rifiuti costituiti da parti di veicoli a motore >>.
Rientrano nella disciplina del D. Lgs. 152/2006, in quanto fuori dal campo di applicazione del decreto 209, i seguenti veicoli:
 Motoveicoli;
 Veicoli per il trasporto di persone con più di 8 posti a sedere oltre il conducente;
 Veicoli per il trasporto cose di massa superiore a 3,5 t.
 Rimorchi;
 Tricicli categoria L5;
 Macchine agricole.
Per tali veicoli, se in stato di abbandono, vale l’interpretazione secondo cui essi possono considerarsi rifiuti solo in quanto è integrata la definizione di rifiuto ai sensi dell’art. 183 del D. Lgs 152/2006.
4. I veicoli abbandonati in area pubblica
Si rammenti preliminarmente che un veicolo abbandonato, se ed in quanto non ricorrano le condizioni che integrano gli estremi della definizione di rifiuto di cui all’art. 183 del D. Lgs. 152/2006, non può considerarsi immediatamente un veicolo fuori uso, e quindi un rifiuto.
Il regolamento recante la disciplina dei casi e delle procedure di conferimento ai centri di raccolta dei veicoli a motore o rimorchi rinvenuti da organi pubblici o non reclamati dai proprietari e di quelli acquisiti ai sensi degli artt. 927-929 del codice civile è contenuto nel D.M. 460/1999, emanato in attuazione dell’art. 46 del D. Lgs 22 febbraio 1997 (cd. decreto Ronchi).
Non sorprenda, purtroppo, dato il notorio tempismo del nostro legislatore, che un regolamento attuativo di un decreto abrogato da ormai più di tre anni sia ancora vigente (<<sic!>>).
Nelle more che sia adottato il decreto che stabilisca, ai sensi dell’art. 231 comma 3, la nuova disciplina per il conferimento dei veicoli ai centri di raccolta rinvenuti da organi pubblici o non reclamati dai proprietari e quelli acquisiti per occupazione ai sensi degli articoli 927, 928, 929 e 923 del codice civile, continua a trovare applicazione il decreto 22 ottobre 1999, n. 460.
Il campo di applicazione del Regolamento è delimitato dall’art. 1 del citato decreto:
<< Gli organi di polizia stradale di cui all’art. 12 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n.
285, e successive modificazioni e integrazioni, allorché rinvengono su aree ad uso
pubblico un veicolo … …>>.
A precisare che cosa debba intendersi per area ad uso pubblico, è intervenuta la Circolare del Ministero dell’Interno 12 giugno 2000, n. M/2413/25:
<< In relazione alla dizione "aree ad uso pubblico" contenuta nell'art. 1, comma 1, del D.M. n. 460 del 1999, si ritiene che la stessa coincida con la definizione di strada pubblica o privata destinata alla circolazione dei veicoli, dei pedoni e degli animali di cui all'art. 2 del Codice della strada. Pertanto, l'area ad uso pubblico che rileva ai fini dell'applicazione del D.M. n. 460 del 1999 è qualsiasi spazio aperto alla circolazione veicolare o pedonale >>.
L’articolo 1 del DM 460/1999 stabilisce altresì i criteri presuntivi dello stato di abbandono di un veicolo, dettando la disciplina dettagliata per il successivo conferimento provvisorio dello stesso ad un centro di raccolta.
Sono ritenuti indici presuntivi dello stato di abbandono di un veicolo la mancanza della targa di immatricolazione o del contrassegno di identificazione, ovvero di parti essenziali per l’uso o la conservazione.
Quid juris quando un organo di polizia stradale di cui all’art. 12 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, rinviene sul territorio (rectius: area ad uso pubblico) un veicolo abbandonato?
In primis, deve accertare che il veicolo non sia di provenienza furtiva, perché in tal caso tutta la disciplina in materia ambientale arretra in favore di quella del codice penale. Quindi, deve accertare se sia possibile risalire al proprietario.
4.1 Da veicolo abbandonato a veicolo fuori uso
L’art. 1 del regolamento in questione definisce, nei casi in cui si può presumere che un veicolo a motore o un rimorchio rinvenuto su area pubblica si trovi in stato di abbandono, la procedura da seguire ai fini dello smaltimento dello stesso.
Previo e separato verbale di contestazione nel quale si da conto dello stato d’uso e di conservazione del veicolo e delle parti mancanti, prontamente notificato al proprietario del veicolo stesso, si dispone il conferimento provvisorio ad uno dei centri di raccolta individuati annualmente dai prefetti con le modalità di cui all’articolo 8 del decreto del Presidente della Repubblica 29 luglio 1982, n. 571.
Ove il proprietario non sia identificabile, nell’impossibilità di effettuare la notificazione, ed in sua sostituzione, il verbale di rinvenimento del veicolo in stato di abbandono è pubblicato all’albo pretorio.
Il secondo comma dell'articolo 1 introduce una presunzione di abbandono del veicolo trascorsi 60 giorni dalla avvenuta notifica del verbale di contestazione dello stato d'uso del mezzo, ovvero, in caso di non identificabilità del proprietario, dalla pubblicazione all’albo pretorio del verbale di rinvenimento del veicolo stesso, senza che il proprietario o altro avente diritto lo abbia reclamato.
Trascorsi i 60 giorni, il veicolo si considera cosa abbandonata ai sensi dell'articolo 923 del codice civile e suscettibile, come tale, di occupazione .
Più precisamente, allo scadere del termine di 60 giorni senza che il proprietario abbia chiesto la restituzione del veicolo, il gestore del centro di raccolta procede, previa cancellazione dal Pubblico Registro Automobilistico, alla rottamazione del mezzo, salvo che il Comune non ne disponga la vendita, tenuto conto delle condizioni e della funzionalità del veicolo stesso.
Dall'esame delle suddette disposizioni, si evince che il veicolo sottoposto alla disciplina di cui al D.M. n. 460 del 1999 può anche non essere un rifiuto essendo essenzialmente un bene nei confronti del quale bisogna accertare la situazione di abbandono al fine del conferimento ai centri di raccolta.
Infine, consacrato lo status di rifiuto, conseguono le sanzioni amministrative pecuniarie previste dagli artt. 231 e 255, co. 1, del D. Lgs. 152/2006, ovvero dagli artt. 5, co. 1 e 13, co. 2, del D. Lgs. 209/2003.
4.2 Il veicolo in sosta vietata per oltre 60 giorni
L’articolo 2 del D.M. 460/1999 prevede una singolare ipotesi in cui un veicolo può tramutarsi in veicolo fuori uso.
Gli organi di polizia, allorché accertano il protrarsi per oltre sessanta giorni della sosta di un veicolo a motore o di un rimorchio su un’area ad uso pubblico in cui ne è fatto divieto ai sensi degli articoli 6, 7, 157, 158 e 175 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), ne dispongono il conferimento, per la temporanea custodia, ad uno dei centri di raccolta indicati nell’articolo 1, dopo aver verificato che nei riguardi del veicolo non risulta presentata denuncia di furto.
L’organo di polizia, quindi, riferisce al sindaco del ritrovamento e dell’avvenuto conferimento, ai sensi dell’articolo 927 e seguenti del codice civile .
Il sindaco, oltre alla pubblicazione di cui all’articolo 928 del codice civile , dispone, ove il proprietario del veicolo , quale risulta dai pubblici registri, sia identificabile, la notificazione allo stesso dell’invito a ritirarlo nel termine indicato nell’articolo 929 dello stesso codice , con l’esplicita avvertenza della perdita della proprietà in caso di omissione.
La restituzione è subordinata al pagamento delle spese di prelievo, di custodia e del procedimento.
Trascorso il termine indicato nell’articolo 929 del codice civile senza che il proprietario abbia chiesto la restituzione del veicolo previo versamento delle spese, il centro di raccolta procede alla rottamazione, salvo che il comune, in relazione alle condizioni d’uso del veicolo, non ne disponga la vendita. La cancellazione dal pubblico registro automobilistico (P.R.A.) è curata dal centro di raccolta con le modalità di cui al comma 3 dell’art. 1.
5. I veicoli abbandonati in area privata
Nel caso in cui il veicolo, considerato rifiuto speciale, sia rinvenuto su area diversa da quella considerata ad uso pubblico ai sensi dell'art. 2 del Codice della strada (ad esempio, su area demaniale o privata), non potendosi applicare, per il conferimento ai centri raccolta, le disposizioni speciali dal D.M. n. 460 del 1999, ricorrono quelle generali contenute nell'art. 192 del D.Lgs. n. 152/2006 ovvero nell’articolo 13, comma 2 del D. Lgs 209/2003.
Tale interpretazione è stata formulata dal Ministero dell’Interno, con la circolare 12 giugno 2000, n. M/2413/25
5.1 I veicoli privi di targa in area privata
La lettera b) dell’articolo 3, comma 2, del D. Lgs. nr. 209/2003, prima della modifica apportata dal D. Lgs. nr. 149/2006, prevedeva come veicolo classificato fuori uso anche “Il veicolo che sia stato ufficialmente privato delle targhe di immatricolazione, salvo il caso di esclusivo utilizzo in aree private, per il quale è stata effettuata la cancellazione dal P.R.A. a cura del proprietario”.
La Commissione Europea ha richiesto tale modifica, in quanto la normativa comunitaria esclude la possibilità che veicoli radiati possano continuare ad essere utilizzati su aree private, anziché essere demoliti.
Nella versione vigente, i veicoli privi di targa abbandonati su area privata costituiscono chiaramente dei rifiuti.
L’art. 3 del D. Lgs. 209/2003 considera rifiuto il veicoli fuori uso, privato delle targhe, sia quando il proprietario abbia deciso di disfarsene consegnandolo ad un centro di rottamazione, sia quando lo abbia depositato, privo di targhe, in area privata.
L’eventuale utilizzazione di qualche pezzo di ricambio da parte del detentore, non fa venire meno la natura di rifiuto del veicolo dismesso.
In conformità al dettato legislativo europeo e nazionale si è pronunciata anche la Corte di Cassazione, Sez. III, 18 giugno 2007, n. 23790:
L’art. 3 del D. Lgs. 209/2003 considera rifiuto il veicolo fuori uso, privato delle targhe, sia quando il proprietario abbia deciso di disfarsene consegnadolo ad un centro di rottamazione, sia quando lo abbia depositato privo di targhe in un’area privata (cfr. Cassazione 21963 del 2005; 33789 del 2005).
6. Le sanzioni per l’abbandono dei veicoli fuori uso
Le sanzioni per l’abbandono di veicoli fuori uso sono determinate dall’applicazione di due distinte normative:
a) Il D. Lgs. n. 209/2003, per i veicoli rientranti nella categoria M1 e N1, oltre che per i tricicli;
b) Il D. Lgs. n. 152/2006 per tutti gli altri veicoli non contemplati dal decreto di cui sopra.
Per i veicoli classificati dall’articolo 47 del D. Lgs. 285/1992 (Nuovo codice della strada) M1 e N1, oltre che per i tricicli a motore, con l’esclusione della categoria L5, si fa riferimento per l’applicazione delle sanzioni all’articolo 13, comma 2, del D. Lgs n. 209/2003:
Il detentore del veicolo che abbandona o che procede alla sua demolizione senza consegnarlo ad un centro di raccolta autorizzato o ad un rivenditore è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 1000 a 5000 euro (p.m.r. euro 1666,67).
Per tutti gli altri veicoli, non rientranti nelle categorie di cui sopra, si fa riferimento all’articolo 255, comma 1, del D. Lgs. n. 152/2006:
Il detentore del veicolo che abbandona oppure che procede alla sua demolizione senza consegnarlo ad un centro di raccolta autorizzato né ad un rivenditore è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 105 a 620 euro (p.m.r. 206,67 euro).
A differenza, però, di quella di cui al D. Lgs. n. 209/2003, che prevede solo sanzioni amministrative pecuniarie, nella disciplina sanzionatoria di cui al D. Lgs. n. 152/2006, l’abbandono dei veicoli fuori uso è sanzionato anche penalmente quando la condotta illecita è posta in essere dai titolari di imprese e dai responsabili di enti.
L’articolo 256, comma 2, punisce l’abbandono e il deposito incontrollato di rifiuti posto in essere dai suddetti soggetti:
a) con la pena dell'arresto da tre mesi a un anno o con l'ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti non pericolosi;
b) con la pena dell'arresto da sei mesi a due anni e con l'ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti pericolosi.
Nell’applicazione di entrambe le normative de quibus, l’autorità competente all’irrogazione delle sanzioni amministrative è, ai sensi dell’art. 262 del D. Lgs. 152/2006 (cui si richiama lo stesso art. 13, comma 8 del D. Lgs. 209/2003), la Provincia.
I proventi delle sanzioni amministrative pecuniarie per le suddette violazioni sono devoluti, ai sensi dell’art. 263 del D. Lgs. n. 152/2006 (al quale ancora l’art. 13, comma 8, del D. Lgs. n. 209/2003 rinvia) alle Province e sono destinati all’esercizio delle funzioni di controllo in materia ambientale.
7. Le sanzioni per la gestione illecita dei veicoli fuori uso
L’attività di raccolta e deposito di veicoli fuori uso in assenza della prescritta autorizzazione (ex art. 208 del D. Lgs. n. 152/2006 nel caso di autorizzazione unica per i nuovi impianti di smaltimento e di recupero dei rifiuti, ovvero ex artt. 212 e 216 nel caso delle procedure semplificate), configura il reato di cui all’art. 256, comma 1, del D. Lgs. n. 152/2006, sanzionato con:
1) con la pena dell'arresto da tre mesi a un anno o con l'ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di veicoli fuori uso non contenenti liquidi né altre componenti pericolose (CER 16 01 06);
2) con la pena dell'arresto da sei mesi a due anni e con l'ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di veicoli fuori uso (CER 16 01 04*).
Sul punto la Giurisprudenza di legittimità è unanimamente concorde.
Ex multis, la più recente:
L'attività di raccolta di veicoli fuori uso e di rottamazione, costituisce attività di gestione di rifiuti anche se finalizzata alla attività di autoriparatore, e se svolta in assenza di autorizzazione configura il reato di cui all'art. 51, comma primo, del D.Lgs. 5 febbraio 1997 n. 22, atteso che anche a seguito della entrata in vigore del D.Lgs. 24 giugno 2003 n. 209, attuazione della Direttiva 2000/53/CE relativa ai veicoli fuori uso, il centro di raccolta deve essere autorizzato alla stessa stregua dei soggetti che effettuino il trasporto destinato al centro stesso.
Corte di Cassazione, Sez. III, 7 novembre 2008, n. 41835
Salvo che l’attività di gestione non configura una vera e propria discarica abusiva.
Per la configurabilità del reato di discarica abusiva costituita da veicoli fuori uso di cui all’art. 51, comma 3, del D. Lgs 22/97, (trasfuso nell’art. 256, comma 3, del D. Lgs. 152/2006) non è sufficiente lo stato di inservibilità irreversibile del sito a causa dei tempi di giacenza, ma è necessario che vi siano modalità di stoccaggio tali da creare infiltrazioni di oli usati o atro nel terreno, oppure altre forme di inquinamento ambientale.
Corte di Cassazione, Sez. III, 9 maggio 2002 nr. 16249
In tal caso l’art. 256, comma 3, punisce il reato de quo con la pena dell'arresto da sei mesi a due anni e con l'ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro.
Ovvero con la pena dell'arresto da uno a tre anni e dell'ammenda da euro cinquemiladuecento a euro cinquantaduemila se la discarica è destinata, anche in parte, allo smaltimento di rifiuti pericolosi. Alla sentenza di condanna o alla sentenza emessa ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale, consegue inoltre la confisca dell'area sulla quale è realizzata la discarica abusiva se di proprietà dell'autore o del compartecipe al reato.


IL CONTROLLO DEL DEPOSITO TEMPORANEO AZIENDALE DI RIFIUTI

L'importante tema del deposito temporaneo che, spesso, nasconde attività di gestione dei rifiuti contro cui gli organi di polizia non sono adeguatamente istruiti. Il prezioso contributo di uno dei massimi esperti S. Stendardo

Il deposito temporaneo è una operazione di stoccaggio di rifiuti preliminare alle operazioni di gestione degli stessi.
Affinché un deposito temporaneo si possa considerare tale, e quindi possa derogare dagli aspetti autorizzativi previsti per tutte le altre fasi di gestione rifiuti, occorre che siano rispettate dal produttore dei rifiuti, contemporaneamente, varie condizioni.
LOGISTICA DEL DEPOSITO: innanzi tutto il luogo ove i rifiuti sono detenuti deve essere quello in cui gli stessi sono stati prodotti. Quindi occorre ricordare la definizione di “luogo di produzione dei rifiuti”: uno o più edifici o stabilimenti o siti infrastrutturali collegati tra loro all'interno di un'area delimitata in cui si svolgono le attività di produzione dalle quali sono originati i rifiuti.
TEMPORALITA’ del deposito o dell’asportazione dei rifiuti: i rifiuti devono essere raccolti ed avviati alle operazioni di recupero o di smaltimento
o con cadenza almeno trimestrale, indipendentemente dalle quantità in deposito
o quando il quantitativo di rifiuti in deposito raggiunga un quantitativo massimo stabilito ex lege: complessivamente i 10 metri cubi nel caso di rifiuti pericolosi o i 20 metri cubi nel caso di rifiuti non pericolosi (si sommano le quantità delle tipologie di RSNP o RSP stoccati)
Se quantitativo di rifiuti pericolosi stoccati non supera i 10 metri cubi l'anno e il quantitativo di rifiuti non pericolosi non superi i 20 metri cubi l'anno il deposito temporaneo non può avere durata superiore ad un anno.
E’ facoltà del produttore del rifiuto scegliere la modalità di asportazione più consona alla propria dimensione aziendale. Aspetto questo peraltro confermato in sede penale anche dalla Corte di Cassazione Sez. III che con sentenza n. 15997 del 19 aprile 2007 ha stabilito che “Il produttore, ferme le altre condizioni qualitative, può decidere di conservare i rifiuti in deposito temporaneo per tre mesi in qualsiasi quantità, prima di avviarli allo smaltimento o al recupero (privilegiando così il limite temporale), oppure può scegliere di conservare i rifiuti in deposito per un anno, purché la loro quantità non raggiunga i venti metri cubi (assumendo così come decisivo il limite quantitativo)”.
Come si verifica quale criterio ha scelto il produttore, a prescindere da eventuali dichiarazioni dello stesso da verbalizzare in fase di controllo? Dalla lettura del registro di carico/scarico: poiché il registro deve essere aggiornato entro 10 giorni lavorativi dalla produzione del rifiuto, al momento del controllo si dovrà valutare se il quantitativo in giacenza corrisponde a quello annotato in carico sul registro (salvo eventuali variazioni di produzione avvenute, appunto, in quei 10 giorni di tempo per l’annotazione). Si tenga presente che alcune categorie di rifiuti (es. demolizioni edili) sono escluse dalla tenuta del registro; in tale caso occorre l’effettuazione di un doppio accertamento per verificare il rispetto dei termini di smaltimento. Ricordo che il registro deve essere tenuto presso il luogo di produzione del rifiuto salvo i casi in cui il produttore non ecceda le dieci tonnellate di rifiuti non pericolosi e le due tonnellate di rifiuti pericolosi nel cui caso può affidare l'obbligo della tenuta dei registri di carico e scarico dei rifiuti anche alle organizzazioni di categoria interessate o loro società di servizi che provvedono ad annotare i dati previsti con cadenza mensile, mantenendo presso la sede dell'impresa copia dei dati trasmessi che devono essere fornite in qualunque momento all'autorità di controllo che ne faccia richiesta.
CONDIZIONI TECNICHE: il deposito temporaneo deve essere effettuato
- per categorie omogenee di rifiuti
- nel rispetto delle relative norme tecniche
- per i rifiuti pericolosi, nel rispetto delle norme che disciplinano il deposito delle sostanze pericolose in essi contenute
- devono essere rispettate le norme che disciplinano l'imballaggio e l'etichettatura delle sostanze pericolose;
- rifiuti depositati non devono contenere policlorodibenzodiossine, policlorodibenzofurani, policlorodibenzofenoli in quantità superiore a 2,5 parti per milione (ppm), né policlorobifenile e policlorotrifenili in quantità superiore a 25 parti per milione (ppm).
Il legislatore non specifica cosa si debba intendere per “categorie omogenee di rifiuti”; si può far solo riferimento alle categorie indicate o all’allegato A o all’allegato G alla parte IV del Dlgs. 152/06.
Salvo la presenza di specifica normativa di emanazione regionale, le norme tecniche da rispettare sono tuttora solo quelle stabilite dalla Delibera del Comitato Interministeriale 27 luglio 1984 – che valgono però solo per gli ex rifiuti tossico-nocivi, e sono estese ora ai pericolosi, in attesa che venga adottato da parte del Ministero dell'ambiente il decreto che dovrebbe fissate le modalità di gestione del deposito temporaneo almeno per alcune categorie di rifiuti (previsto dall’art. 183 c. 1 lett.m).
Queste prescrizioni sono:
…omissis…
4.1.1. I recipienti, fissi e mobili, comprese le vasche ed i bacini, destinati a contenere rifiuti devono possedere adeguati requisiti di resistenza in relazione alle proprietà chimico-fisiche ed alle caratteristiche di pericolosità dei rifiuti contenuti. I rifiuti incompatibili, suscettibili cioè di reagire pericolosamente tra di loro, dando luogo alla formazione di prodotti esplosivi, infiammabili e/o tossici, ovvero allo sviluppo di notevoli quantità di calore, devono essere stoccati in modo che non possano venire a contatto tra di loro.
4.1.2. Se lo stoccaggio di rifiuti liquidi avviene in un serbatoio fuori terra, questo deve essere dotato di n bacino di contenimento di capacità all'intero volume del serbatoio. Qualora in uno stesso insediamento vi siano più serbatoi, potrà essere realizzato un solo bacino di contenimento di capacità eguale alla terza parte di quella complessiva effettiva dei serbatoi stessi. In ogni caso, il bacino deve essere di capacità pari a quella del più grande dei serbatoi. I serbatoi contenenti rifiuti liquidi devono essere provvisti di opportuni dispositivi antitraboccamento; qualora questi ultimi siano costituiti da una tubazione di troppo pieno, il relativo scarico deve essere convogliato in modo da non costituire pericolo per gli addetti e per l'ambiente.
4.1.3. Se lo stoccaggio avviene in cumuli, questi devono essere realizzati su basamenti resistenti all'azione dei rifiuti. I rifiuti stoccati in cumuli devono essere protetti dalla azione delle acque meteoriche, e, ove allo stato polverulento, dall'azione del vento.
4.1.4. I recipienti mobili devono essere provvisti di: • idonee chiusure per impedire la fuoriuscita del contenuto; • accessori e dispositivi atti a effettuare in condizioni di sicurezza le operazioni di riempimento e svuotamento; • mezzi di presa per rendere sicure ed agevoli le operazioni di movimentazione. •
4.1.5. Allo scopo di rendere nota, durante lo stoccaggio provvisorio, la natura e la pericolosità dei rifiuti, i recipienti, fissi e mobili, devono essere opportunamente contrassegnati con etichette o targhe, apposte sui recipienti stessi o collocate nelle aree di stoccaggio; detti contrassegni devono essere ben visibili per dimensione e collocazione.
4.1.6. I recipienti, fissi e mobili, che hanno contenuto i rifiuti, e non destinati ad essere reimpiegati per gli stessi tipi di rifiuti, devono essere sottoposti a trattamenti di bonifica appropriati alle nuove utilizzazioni. In ogni caso è vietato utilizzare per prodotti alimentari recipienti che hanno contenuto rifiuti.
Etichettatura ed imballaggio: prescrizione da attuarsi in funzione delle sostanze pericolose eventualmente contenute nel rifiuto - da valutarsi di volta in volta, le disposizioni che regolano l’immissione di sostanze e preparati sul mercato sono numerose e l’adozione ed aggiornamento sono funzionali al progresso tecnico e scientifico. Rimando al Dlgs. 52/1997 n. 52 e al Dlgs. 65/2003 per una verifica della peculiarità e complessità della materia.
Per quanto riguarda la presenza di PCB etc. evidentemente la ricerca va condotta tramite analisi chimica; personalmente ritengo che la valutazione chimica debba essere condotta qualora la tipologia del rifiuto sia idonea a contenere tale tipologia di inquinante o vi sia il dubbio che ne possa essere stata contaminata (es. olii esausti, terre da scavo in zone industriali dismesse, fusti con fluidi sconosciuti...).
È comunque sempre vietato miscelare categorie diverse di rifiuti pericolosi (indicate dall’allegato G alla parte quarta del Dlgs. 152/06) oppure rifiuti pericolosi con rifiuti non pericolosi (quindi le categorie indicate all’allegato A) per non impedire sia tecnicamente ed economicamente il recupero dei rifiuti oppure al fine di impedire la diluizione delle sostanze pericolose in essi contenute e quindi declassificare il rifiuto (art. 187 Dlgs. 156/06).
Esistono alcune norme tecniche riguardanti le modalità di realizzazione, gestione e conduzione del deposito di singole tipologie di rifiuti, ad esempio per:
Oli usati - D.M. 16 maggio 1996, n. 392
Rifiuti ospedalieri • e cimiteriali - D.P.R. 15 luglio 2003, n. 254
Rifiuti di amianto – DM 29 luglio 2004 n. 248
Rifiuti prodotti da navi - D.Lgs n° 182/2003
Quando il deposito esula dai confini di quello temporaneo, esso può integrare alternativamente:
a) gli estremi del deposito incontrollato o abbandono, sanzionato a seconda dei casi o come illecito amministrativo ai sensi del D.Lgs.. n. 152 del 2006, art. 255 (se realizzato da persona fisica) o come reato contravvenzionale ai sensi del D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 2 (se realizzato da persona giuridica);
b) gli estremi del deposito preliminare (o stoccaggio), che, essendo una forma di gestione dei rifiuti, in assenza della prescritta autorizzazione o comunicazione in procedura semplificata, sanzionato come contravvenzione dal D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 1;
c) una messa in riserva (o stoccaggio) in attesa di recupero, che e' sempre soggetta ad autorizzazione, in quanto configura un ulteriore forma di gestione dei rifiuti (punto R.13 allegato C dei D.Lgs. n. 22 del 1997 e D.Lgs. n. 152 del 2006).
La configurazione delle situazione dipende dagli elementi specifici della fattispecie concreta quindi, quando non ricorre un deposito temporaneo, si configura un deposito preliminare se esso è realizzato in vista di successive operazioni di smaltimento, oppure una messa in riserva se è realizzato in vista di successive operazioni di recupero, invece si realizza un deposito incontrollato o abbandono quando non prelude ad alcuna operazione di smaltimento o di recupero.
Come richiamato all’inizio, una volta accertato che l'accumulo dei rifiuti non corrisponde alle prescrizioni imposte per il deposito temporaneo, non è necessario esaminare a fondo tutte le violazioni riscontrate essendo sufficiente ai fini della configurabilità del reato anche la violazione di una sola prescrizione (vedasi Corte Cassazione, Sez. III, Sentenza n. 19883 del 11/05/2009).
Stefania Stendardo

ESEMPIO DI ETICHETTA PER IMBALLAGGIO RIFIUTI SPECIALI PERICOLOSI COSTITUITI DA BATTERIE AL PIOMBO

 

Note: il deposito temporaneo è una operazione di stoccaggio di rifiuti preliminare alle operazioni di gestione degli stessi. Affinché un deposito temporaneo si possa considerare tale, e quindi possa derogare dagli aspetti autorizzativi previsti per tutte le altre fasi di gestione rifiuti, occorre che siano rispettate dal produttore dei rifiuti, contemporaneamente, varie condizioni.

ORDINANZA RIMOZIONE RIFIUTI, MA A CHI SPETTA ADOTTARLA?

Continua il braccio di ferro giuridico tra Consiglio di Stato e Tribunali amministrativi regionali sulla competenza ad adottare l'ordinanza di rimozione dei rifiuti: sindaco o dirigente?

ORDINANZA RIMOZIONE RIFIUTI, MA A CHI SPETTA ADOTTARLA?
di A. Casale
Nuova pronuncia di un giudice amministrativo sul delicato tema della competenza ad adottare l’ordinanza di rimozione rifiuti, e nuovo sussulto da parte dei dirigenti.
Il Tar Sardegna, con la sentenza n. 1598 dello scorso 4 novembre, ha infatti adottato la propria decisione discostandosi dall’orientamento del Consiglio di Stato e del Tar Campania, allineandosi invece a quello del Tar Basilicata. Infatti, mentre il Cds nell’agosto 2008 aveva stabilito che la competenza spetta al Sindaco, il Tar Sardegna opta invece per il dirigente, confermando così il proprio orientamento costituitosi con le sentenze n. 104/2005 e n. 1086/2008.
Vediamo allora quali sono le tesi che portano a questa conclusione.
IL TAR SARDEGNA. Ha osservato che la disposizione di cui al 3° comma dell’articolo 192 del D.lgs. 152/2006 affida il potere di rimozione al Sindaco ma, in virtù del principio sulla separazione tra funzioni di indirizzo politico e funzioni gestionali, di cui all’art. 107 del T. U. delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, la norma che attribuisce la competenza al Sindaco va ora letta alla luce del nuovo principio per il quale spetta ai dirigenti tutta l’attività di gestione, tra cui è ricompresa quella sulla rimozione dei rifiuti abbandonati di cui al citato articolo 14.
Ad identica soluzione è pervenuto anche il TAR Basilicata con la sentenza n. 457 del 23.5.2007, nella quale si legge che "l’adozione dell’ordinanza ex art. 14, comma 3, D.lg. n. 22/1997, trattandosi di un atto di gestione (più precisamente di un provvedimento sanzionatorio), rientra nella competenza del Dirigente comunale e non del Sindaco".
La soluzione non cambia neppure dopo l’adozione del D.Lgs 3 aprile 2006, n. 152, il cui articolo 192, comma 3°, ultima parte, riproduce, con identica formulazione, la disposizione di cui all’art. 14, come 3°, ultimo periodo.
IL CONSIGLIO di STATO. L’organo supremo di giustizia amministrativa ritiene invece che l’art. 192, comma 3, del D.Lgs. 3 aprile 2006 n. 152 - che è norma speciale sopravvenuta rispetto all'art. 107, comma 5, del D.Lgs. n. 267 del 2000 T.U.E.L.) - attribuisce espressamente al Sindaco la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti previste dal comma 2 e, in base agli ordinari criteri preposti alla soluzione delle antinomie normative (criterio della specialità e criterio cronologico), prevale sul disposto dell'art. 107, comma 5, del D.Lgs. n. 267/2000; è pertanto legittima una ordinanza di rimozione di rifiuti abbandonati adottata dal Sindaco piuttosto che dal dirigente del relativo settore.
Si riporta il testo integrale della sentenza.
TAR SARDEGNA, SEZ. II - sentenza 4 novembre 2009 n. 1598
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sardegna
(Sezione Seconda)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
Sul ricorso numero di registro generale 248 del 2007, proposto dalla
Anas Spa ed Anas Compartimento Viabilita' Sardegna, rappresentata e difesa dall'avv. Pietro Raniero Allori, con domicilio eletto presso il Compartimento della viabilità per la Sardegna, in Cagliari, via Biasi 27;
contro
Comune di Ploaghe, in persona del Sindaco pro-tempore, non costituitosi in giudizio;
per l'annullamento
previa sospensione dell'efficacia,
dell’ordinanza n. 2 del 22.1.2007, con la quale il Sindaco di Ploaghe ha disposto la rimozione rifiuti abbandonati sulla piazzola di sosta di pertinenza della strada statale n. 672, posta tra il km 4,00 e 5,00.
Visto il ricorso con i relativi allegati;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti  gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 14/10/2009 il dott. Francesco Scano e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:
FATTO e DIRITTO
Con il provvedimento impugnato il Sindaco del Comune di Ploaghe ha ordinato all’ANAS spa di rimuovere i rifiuti abbandonati sulla piazzola di pertinenza della strada statale n. 672, posta tra il km 4,00 ed il km 5,00.
Nel provvedimento si da atto che i rifiuti - costituiti da indumenti usati, scatole di cartone ed oggetti domestici vai – sono stati depositati da ignoti, ma che la rimozione deve far carico all’ANAS che è tenuta a provvedere, ai sensi dell’articolo 14 del D.Lgs 30.4.1992, n. 285, alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze ed arredi.
La società ricorrente ha proposto vari motivi di ricorso tra cui, ultimo motivo, la censura di incompetenza del Sindaco.
Il Comune di Ploaghe non si è costituito in giudizio.
Alla pubblica udienza del 14 ottobre 2009 la causa è stata trattenuta in decisione dal Collegio.
Il ricorso deve essere accolto.
Assume prioritaria ed assorbente valenza la censura di incompetenza del Sindaco, proposta con l’ultimo motivo di ricorso, che appare fondata.
La Sezione ha già avuto occasione di pronunciarsi, con le sentenze 24.1.2005 n. 104 e 29.5.2008 n.1086, sulla questione della competenza in ordine all’adozione delle ordinanze previste dall’art. 14, comma 3°, del D.Lgs 5 febbraio 1997 n. 22, statuendo che la competenza spetti al Dirigente.
In dette sentenze è stato osservato che "la disposizione di cui al 3° comma affida il potere al Sindaco ma, in virtù del principio sulla separazione tra funzioni di indirizzo politico e funzioni gestionali, di cui all’art. 107 del T. U. delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, la norma che attribuisce la competenza al Sindaco va ora letta alla luce del nuovo principio per il quale spetta ai dirigenti tutta l’attività di gestione, tra cui è ricompresa quella sulla rimozione dei rifiuti abbandonati di cui al citato articolo 14."
Ad identica soluzione è pervenuto anche il TAR Basilicata con la sentenza n. 457 del 23.5.2007, nella quale si legge che "l’adozione dell’ordinanza ex art. 14, comma 3, D.lg. n. 22/1997, trattandosi di un atto di gestione (più precisamente di un provvedimento sanzionatorio), rientra nella competenza del Dirigente comunale e non del Sindaco".
La soluzione non cambia neppure dopo l’adozione del D.Lgs 3 aprile 2006, n. 152, il cui articolo 192, comma 3°, ultima parte, riproduce, con identica formulazione, la disposizione di cui all’art. 14, come 3°, ultimo periodo.
L’accoglimento del dedotto vizio di incompetenza comporta ai sensi dell’art. 26, comma 2, L. n. 1034/1971 l’annullamento del provvedimento impugnato e la rimessione dell’affare all’autorità amministrativa competente (dirigente dell’ufficio), con l’assorbimento degli altri motivi di impugnazione.
Le spese del giudizio seguono la regola della soccombenza e si liquidano nel dispositivo.
P.Q.M.
Accoglie il ricorso in epigrafe e, per l’effetto, annulla il provvedimento impugnato.
Condanna la parte soccombente al pagamento delle spese del giudizio in favore dell’Anas, che liquida in complessivi € 2000,00 (duemila), oltre IVA, CPA e Contributo Unificato come per legge;
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Cagliari nella camera di consiglio del giorno 14/10/2009 con l'intervento dei Magistrati:
Rosa Maria Pia Panunzio, Presidente
Francesco Scano, Consigliere, Estensore
Marco Lensi, Consigliere
DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 04/11/2009
Note: il CdS ritiene che la competenza spetti al Sindaco, mentre Tar Sardegna e Basilicata propendono per il dirigente.

 

Rifiuti. Abbandono fuori dei contenitori per la raccolta

Cass. Sez. III n. 8275 del 3 marzo 2010 (CC 25 nov. 2009) file pdf
Pres. Grassi Est. Marmo Ric. Rizzi
Rifiuti. Abbandono fuori dei contenitori per la raccolta

E’ vietato l’abbandono dei rifiuti fuori dagli appositi contenitori e vi è l’onere, per le imprese addette alla raccolta dei rifiuti, di controllare la corretta attività di smaltimento rivolgendosi ad altro luogo di conferimento nel caso in cui siano saturi i contenitori ai quali

 

Cass. Sez. III n. 8300 del 3 marzo 2010 (CC 25 nov. 2009)
Pres. Grassi Est. Marmo Ric. Cadelano
Rifiuti. Trasporto

Il trasporto di rifiuti propri non pericolosi, ancorché effettuato in via eccezionale, integra il reato di cui all’art. 256 comma primo D.lgs. 152 del 2006, ove il produttore, non avvalendosi delle prestazioni di imprese esercenti servizi di smaltimento regolarmente autorizzate ed iscritte all’Albo nazionale dei gestori ambientali, abbia utilizzato mezzi propri non autorizzati

Rifiuti. Abbandono fuori dei contenitori per la raccolta

Cass. Sez. III n. 8275 del 3 marzo 2010 (CC 25 nov. 2009)

UDIENZA del 25.11.2009
SENTENZA N. 2095
REG. GENERALE N. 26519/2009
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
Sez. III Penale
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. ALDO GRASSI Presidente
1.Dott. MARIO GENTILE Consigliere
2." MARGHERITA MARMO Cons.Relatore
3. " MARIA SILVIA SENSINI Consigliere
ha pronunciato la seguente:

S E N T E N Z A

sul ricorso proposto da:
- RIZZI ELISA N. il 00/00/0000 avverso la SENTENZA n. 680/08 TRIBUNALE di TRENTO del 17/03/2009
- Visti gli atti, la sentenza denunziata e il ricorso, Udita in pubblica udienza la relazione fatta dal Consigliere dott. MARMO MARGHERITA
- Udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore Generale dott. ANTONIO SINISCALCHI che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
- Udito il difensore dell'imputata avvocato MONICA BAGGIA che ha chiesto l'accoglimento del ricorso

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza pronunciata il 17 marzo 2009 il Tribunale di Trento dichiarava Elisa RIZZI colpevole del reato previsto e punito dall'art. 256 commi 1 e 2 lettera a del D.L.vo n. 152 del 2006 perché, quale titolare della Brill Rover s.r.l., abbandonava in modo incontrollato, buttandoli in modo disordinato vicino ad una campana per la raccolta della carta, i rifiuti che aveva raccolto presso la filiale Unicredit di Corredo in esecuzione di un contratto di appalto del servizio di pulizie (in Trento in data anteriore e prossima al 22 maggio 2007) e, con la concessione delle attenuanti generiche condannava l'imputata alla pena di € 2.000,00 di ammenda.
L'imputata ha proposto appello, riconvertito in ricorso per cassazione della Corte di appello di Trento ai sensi dell'art. 593 comma 3 c.p.p., trattandosi di contravvenzione punita con la sola pena dell'ammenda.
Con atto successivo la ricorrente integrava l'originaria impugnazione con motivi a chiarimento a specificazione dei precedenti.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di impugnazione l'imputata deduce che il giudice di primo grado aveva erroneamente affermato, sulla base del solo esame delle fotografie in atti, che essa imputata aveva depositato i rifiuti in un luogo dove mancavano gli appositi contenitori, mentre invece i sacchi della carta erano stati lasciati in prossimità delle campane destinate alla raccolta differenziata.
Risultava infatti dalla fotografia 1, allegata al verbale della polizia municipale, che si trattava di un'area nell'ambito della quale erano collocate le campane per la raccolta differenziata, sicché il giudice avrebbe dovuto motivare in ordine alla sussistenza dell'elemento materiale del reato.
Non poteva quindi ritenersi integrato il reato di abbandono incontrollato dei rifiuti di cui all'art. 256 comma 2 c.p.p. in quanto non vi era stato deposito incontrollato di rifiuti, ma un mero deposito degli stessi in prossimità della campane e quindi in luogo dove sarebbero stati agevolmente raccolti dai mezzi specializzati, incaricati di svuotare le campane.
Rileva il Collegio che il motivo è infondato.
Il Tribunale ha infatti adeguatamente motivato in ordine ad analoghe difese dell'imputata nel corso del giudizio rilevando che la circostanza secondo cui il materiale poteva essere stato depositato fuori dai cassonetti perchè detti contenitori erano pieni, da un lato, era sfornita di prova e, dall'altro, non rendeva legittima la condotta, essendo vietato l'abbandono dei rifiuti fuori dagli appositi contenitori ed essendovi l'onere, per le imprese addette alla raccolta dei rifiuti, di controllare la corretta attività di smaltimento rivolgendosi ad altro luogo di conferimento nel caso in cui siano saturi i contenitori ai quali vengano destinati i rifiuti.
Alla luce dell'adeguata motivazione della sentenza impugnata il motivo si traduce in una ingiustificata rivalutazione di circostanze di fatto non consentite in questa sede di legittimità.
Con il secondo motivo la ricorrente deduce che, pur potendo concretizzarsi il reato di cui all'art. 256 comma 2 del D. L.vo n. 152 del 2006 anche con culpa in vigilando, nel caso in esame non era prevedibile la condotta del dipendente che, in sostituzione di altra dipendente della ditta abilitata al servizio di pulizia, aveva provveduto in modo anomalo allo smaltimento dei rifiuti disattendendo le istruzioni ricevute.
Rileva il Collegio che anche il secondo motivo è infondato.
Secondo consolidata giurisprudenza di questa Corte (vedi per tutte Cass. pen. sez. III sentenza 7 novembre 2007, n. 6420, rv 238980) " in materia ambientale, per attribuirsi rilevanza penale all'istituto della delega di funzioni, è necessaria la compresenza di precisi requisiti: a) la delega deve essere puntuale ed espressa, con esclusione in capo al delegante di poteri residuali di tipo discrezionale; b) il delegato deve essere tecnicamente idoneo e professionalmente qualificato per lo svolgimento del compito affidatogli; c) il trasferimento delle funzioni delegate deve essere giustificato in base alle dimensioni dell'impresa o, quantomeno, alle esigenze organizzative della stessa; d) la delega deve riguardare non solo le funzioni ma anche i correlativi poteri decisionali di spesa; e) l'esistenza della delega deve essere giudizialmente provata in modo certo".
La motivazione del Tribunale risulta conforme agli indicati principi di diritto in quanto il Tribunale ha rilevato che non era rilevante il fatto che il materiale esecutore dell'abbandono non apparteneva ai soliti addetti alla pulizia della filiale di Coredo, ma faceva parte di una squadra esterna adibita alle sostituzioni volanti, in quanto è comunque onere dell'impresa adibire a specifici servizi tutti soggetti che presentino standard formativi uguali, sicché l'utilizzo di un sostituto non scrimina la condotta rientrando nell'onere imprenditoriale la verifica preventiva di idoneità e di formazione degli addetti.
Giova precisare che, trattandosi di contravvenzione punibile a titolo di colpa, non rileva la buona fede dell'imputata che comunque non ha adempiuto all'obbligo di controllo del delegato.
Va quindi respinto il ricorso, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma il 25/11/2009
DEPOSITATA IN CANCELLERIA 3 MAR. 2010


Si configura il reato di cui all'art. 256, comma 2, d. lgs. n. 152/2006 per i materiali provenienti da lavorazioni aziendali non più reimpiegati nell'ambito del ciclo produttivo ed eliminati con l'interramento

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE Sez. III Penale

SENTENZA
- sul ricorso proposto da Maci Angelo, nato a Cellino San Marco 00.00.0000, avverso la sentenza del Tribunale di Lecce in Campi Salentina in data 21.05.2009 che l'ha condannato alla pena di €. 2.000 d'ammenda per il reato di cui all'art. 256, comma 2, d. lgs. n. 152/2006;
- Visti gli atti, la sentenza denunciata e il ricorso;
- Sentita in pubblica udienza la relazione del Consigliere doti Alfredo Teresi;
- Sentito il PM nella persona del PG dott. Alfredo Montagna, che ha chiesto il rigetto del ricorso;
osserva
Con sentenza 21.05.2009 il Tribunale di Lecce in Campi Salentina condannava Maci Angelo alla pena di €. 2.000 d'ammenda ritenendolo responsabile [quale amministratore delegato e gestore dell'azienda vinicola Li Veli s.p.a.] di avere depositato rifiuti non pericolosi [circa 100 paletti di cemento e ferro già usati come sostegno delle piante] in terreni coltivati a vigneto sotterrandoli mediante scavi in un'area di circa 200 mq.
In particolare, era stato accertato che l'interramento dei paletti era stato opera del Maci che aveva ammesso il fatto asserendo che intendeva evitare continui smottamenti del terreno verso la strada.
Pertanto, il Tribunale qualificava i materiali come rifiuti trattandosi di paletti in cemento e ferro non più utilizzabili per non essere idonei all'uso e destinati all'eliminazione con l'interramento che e' una forma di smaltimento o di abbandono e deve essere autorizzato.
Proponeva ricorso per cassazione l'imputato denunciando violazione di legge sulla configurabilità del reato perché i paletti, ancorché interrati, non potevano essere considerati inutilizzabili in assoluto potendo essere reimpiegati come suggerito dal consulente di parte e ciò, in concreto, era avvenuto sia per prevenire lo smottamento del terreno sia per aumentare l'efficienza vegetativa e produttiva del vigneto.
Chiedeva l'annullamento della sentenza.
Il ricorso è infondato perché censura con argomentazioni giuridiche palesemente erronee e in punto di fatto la decisione fondata, invece, su congrue argomentazioni esenti da vizi logico- giuridici, essendo stati esaminati gli elementi probatori emersi a carico dell'imputato e confutata ogni obiezione difensiva.
Corretta è la qualifica come rifiuti dei materiali interrati in un'area di ampia estensione, trattandosi di un cospicuo quantitativo di paletti di sostegno delle viti non più idonei all'uso e, quindi, di materiali provenienti da lavorazioni aziendali non più reimpiegati nell'ambito del ciclo produttivo, ma eliminati con l'interramento.
Pertanto lo smaltimento in modo incontrollato di tali materiali senza alcuna autorizzazione, integra il reato contestato.
Il rigetto del ricorso comporta l'onere delle spese del procedimento.
PQM
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.
Cosi deciso in Roma nella pubblica udienza del 13.04.2010.


Sanzionare chi scarica rifiuti pericolosi e li incendia

Colgo un vandalo che scarica rifiuti pericolosi e poi da alle fiamme, in flagranza di reato. Quale è il modulo per la stesura del verbale di contestazione immediata e quali gli articoli e le leggi violate? Quali gli articoli sanzionatori da contestare al vandaloe chi provvede nei vari casi alla riscossione delle contravvenzioni? Ho appreso che alcuni articoli sia del cds (34-bis) che quelli della 172/2008 sono stati abrogati. Noto, da parte delle Amministrazioni Locali una gran confusione burocratica e... tanta ignoranza!

Dalla lettura del quesito capisco che lei è un Agente di Polizia Giudiziaria appartenente al Nucleo Guardie Ecozoofile. Ma la qualifica di P.G. è solamente legata agli animali, e non ai rifiuti. In tutti i modi se colui che ha abbandonato i rifiuti, e poi incendiati, deriva da attività d'impresa, il fatto costituisce violazione avente carattere penale, così sanzionato dall'art. 256 del D.L.vo 3 aprile 2006, n. 152 " Norme in materia ambientale". Poichè lei riveste la qualifica di Pubblico Ufficiale, può riferire direttamente alla Procura della Repubblica competente, come denuncia di reato. Se invece il vandalo è un privato la violazione è di carattere amministrativo, per il solo fatto che ha abbandonato tifiuti. La violazione concerne l'art. 192 del D.L.vo 152, così sanzionato dall'art. 255 della stessa norma.
 

 

Rimozione dei rifiuti

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Veicoli fuori uso e abbandonati

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GLI ILLECITI PENALI RELATIVI ALLO SCARICO DI ACQUE REFLUE TRA NORME SPECIALI E PREVISIONI CODICISTICHE.

Relazione tenuta al corso di aggiornamento per magistrati "I crimini ambientali: rifiuti, paesaggio e violazioni urbanistiche" Roma, 20 – 22 settembre 2010

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I reati in materia di rifiuti

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L'ordinanza di bonifica del sito non rientra fra le ordinanze contingibili ed urgenti
TAR Calabria-Catanzaro, sez. I, sentenza 31.05.2010 n° 959 (Aurelio Schiavone)

L’ordinanza resa dall’Ente comunale ai sensi e per gli effetti di cui agli artt. 242-244 del d.lgs. n. 152 del 2006 (TUA) per la bonifica dell’area inquinata non è sussumibile fra le ordinanze contingibili ed urgenti di cui all’art. 117 del d.lgs. n. 112/1998 ed all’art. 54 del d.lgs. n. 267/2000 (TUEL), disciplinate dall’ordinamento per far fronte ad emergenze sanitarie o di igiene pubblica ovvero per prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana.
È quanto chiarito dal T.A.R. Calabria, sede di Catanzaro, Sezione I, con la sentenza 31 maggio 2010, n. 959.
Invero, l’esercizio del potere dell’ordinanza contingibile e urgente, adottata dal sindaco quale ufficiale di Governo, presuppone un’oggettiva situazione di effettivo e concreto pericolo per l’incolumità pubblica, non fronteggiabile con gli ordinari strumenti di amministrazione attiva[1]. Detto altrimenti, l’esercizio del potere extra ordinem presuppone la necessità di provvedere con immediatezza in ordine a situazioni di natura eccezionale ed imprevedibile, cui non si potrebbe far fronte col ricorso agli strumenti ordinari apprestati dall’ordinamento; situazioni eccezionali di pericolo attuale ed imminente per l’incolumità pubblica che impongono al sindaco di dare adeguata contezza delle ragioni che lo hanno spinto ad usare tale strumento extra ordinem, la cui ratio non consiste tanto nell’imprevedibilità dell’evento, quanto nell’impossibilità di utilizzare tempestivamente i rimedi normali offerti dall’ordinamento[2]. Peraltro, siffatto potere non può mai trasmodare in una violazione del principio di legalità e va ancorato ad una serie di principi che devono guidarne l’utilizzo, quali appunto la necessità e l’urgenza, la durata limitata nel tempo, la motivazione, ovvero la insussistenza di altri poteri per risolvere la questione.
Di contro, in tema di bonifica di aree inquinate, gli artt. 242-244 TUA dettano un’articolata procedura ordinatoria. Infatti, nell'attuale sistema normativo, l'obbligo di bonifica dei siti inquinati grava, in primo luogo, sull'effettivo responsabile dell'inquinamento, responsabile che le Autorità amministrative hanno l'onere di ricercare ed individuare (artt. 242 e 244, D.Lgs. 152/2006), mentre il proprietario non responsabile dell'inquinamento o altri soggetti interessati hanno una mera "facoltà" di effettuare interventi di bonifica (art. 245); nel caso di mancata individuazione del responsabile o di assenza di interventi volontari, le opere di bonifica saranno realizzate dalle Amministrazioni competenti (art. 250), salvo, a fronte delle spese da esse sostenute, l'esistenza di un privilegio speciale immobiliare sul fondo, a tutela del credito per la bonifica e la qualificazione degli interventi relativi come onere reale sul fondo stesso, onere destinato pertanto a trasmettersi unitamente alla proprietà del terreno (art. 253).
Per tali ragioni, il T.A.R. Calabria ha accolto il ricorso avanzato dall’Agenzia del Demanio avverso l’ordinanza contingibile ed urgente adottata dal Sindaco per la bonifica di un bacino fluviale, avendo cura di chiarire inoltre che la competenza ad adottare l’ordinanza finalizzata ad assicurare la tutela ambientale è stata assegnata dal legislatore alla Provincia e non al Comune, in ragione dei molteplici interessi pubblici coinvolti in episodi di inquinamento, i quali normalmente trascendono l’ambito territoriale comunale.
Pertanto, al Comune spetta solo un apporto partecipativo al procedimento di bonifica dell’area ai sensi art. 244, comma 2, TUA, nella ben diversa veste di Ente esponenziale degli interessi localizzabili sul territorio, interessi la cui concreta tutela viene devoluta ex lege ad altri Enti ed organi[3].
Sotto altro profilo, l’azione amministrativa è stata censurata anche in ordine all’insufficiente istruttoria e al deficit motivazionale.
È infatti noto che in subiecta materia il legislatore ha previsto e sancito una procedura di cooperazione tra il responsabile del danno ambientale e le pubbliche amministrazioni preposte alla tutela, nonché una cooperazione tra le stesse amministrazioni territorialmente competenti fin anche a coinvolgere lo Stato, specie in ipotesi in cui si tratti di bonifica di aree di interesse nazionale. Sicchè, nei procedimenti amministrativi volti alla bonifica di siti inquinati vi è una maggiore e più profonda valenza dell’istruzione del procedimento al fine di perseguire al meglio con ogni efficacia ed efficienza la tutela dell’ambiente, con l’apporto partecipativo del responsabile dell’inquinamento e del proprietario incolpevole[4] [5].

 

Rifiuti. Materiali di risulta di costruzioni e demolizioni

 

Cass. Sez. III n. 40860 del 18 novembre 2010 (Ud. 21 ott. 2010)
Pres. Ferrua Est. Teresi Ric. Di Costanzo
Rifiuti. Materiali di risulta di costruzioni e demolizioni

I materiali di risulta di costruzioni e demolizioni rientrano nella nozione generale dei rifiuti, trattandosi di cose oggettivamente destinate all’abbandono, a nulla rilevando l’intenzione di riutilizzo da parte del detentore, la cui facoltà di recupero condizionata a precisi adempimenti, in mancanza dei quali i materiali in questione vanno considerati, comunque, cose di cui il detentore ha l’obbligo di disfarsi

UDIENZA del 21.10.2010
SENTENZA N. 1598
REG. GENERALE N.10617/2010
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
Sez. III Penale
Composta dagli Ill.mi Signori:
dott. Giuliana Ferrea Presidente
1. doff. Alfredo Teresi Consigliere rel.
2. dott. Amedeo Franco Consigliere
3. dott. Silvio Amoresano Consigliere
4. doff. Giulio Sarno Consigliere
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
- sul ricorso proposto da Pigliacelli Romano, nato n Alati il 24.09.1932;
- avverso la sentenza pronunciata dal Tribunale di Tortona in data 28.04.2009 che lo ha condannato alla pena di €. 2.000 d'ammenda per il reato di cui all'art. 257, comma 1, d. lgs. n. 152/2006 con riferimento all'art. 242 dello stesso decreto;
- Visti gli atti, la sentenza denunciata e il ricorso;
- Sentita in pubblica udienza la relazione del Consigliere dott. Alfredo Teresi;
- Sentito il PM nella persona del PG, dott. Giuseppina Fodaroni, che ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso;
osserva
Con sentenza in data 28.04.2009 il Tribunale di Tortona condannava Pigliacelli Romano alla pena di €. 2.000 d'ammenda per il reato di cui all'art. 257, comma 1, d. Lgs. n.152/2006 con riferimento all'art. 242 dello stesso decreto [per avere, quale legale rappresentante dell'omonima s.p.a., omesso di comunicare, entro 24 ore, agli enti interessati -comune, provincia, prefettura, regione- un evento potenzialmente in grado di contaminare il sito oggetto del versamento di combustibile a seguito di fuoriuscita di circa 200 litri di gasolio da autocisterna coinvolta in un incidente stradale appartenente alla predetta società].
Sul posto erano intervenuti operatori dell'ARPA su richiesta della Polizia municipale di Tortona.
L'Autotrasporti Pigliacelli, invitata ad effettuare le comunicazioni di cui all'art. 242 del citato decreto e ad adottare le misure necessarie al ripristino ambientale, non effettuava alcuna comunicazione.
Proponeva ricorso per cassazione l'imputato denunciando mancanza e manifesta illogicità della motivazione risultante dalla notizia di reato redatta dall'ARPA il 16.05.2007 e dal verbale di sopralluogo ARPA del 2.05.2007 da cui emergeva che la polizia municipale aveva contattato gli uffici della società informando della necessità di procedere con iniziative di prevenzione e messa in sicurezza; che al momento del sopralluogo erano presenti i cantonieri provinciali che avevano delimitato e messo in sicurezza il tratto di strada interessato dall'incidente, sicché, essendo intervenuti sul posto i vigili urbani, i cantonieri provinciali, personale dell'Ufficio ambiente comunale e dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, era superflua qualsiasi comunicazione, tanto più che il secondo comma dell'art. 304 stesso decreto non impone alcuna forma che debba essere osservata.
Non era, quindi, configurabile il reato per l'insussistenza dell'elemento psicologico. Chiedeva l'annullamento della sentenza.
Il ricorso è infondato e deve essere rigettato con le conseguenze di legge.
Prevede l'art. 257, comma 1, del d. lgs. n. 152/2006 che chiunque cagiona l'inquinamento del suolo è tenuto a dare la comunicazione di cui all'art. 242 che dispone che, "al verificarsi di un evento che sia potenzialmente in grado di contaminare il sito, il responsabile dell'inquinamento mette in
opera entro le 24 ore le misure necessarie di prevenzione e ne dà immediata comunicazione ai sensi e con le modalità di cui all'art. 304, comma 2", cosi formulato:
1. Quando un danno ambientale non si è ancora verificato, ma esiste una minaccia imminente che si verifichi, l'operatore interessato adatta, entro ventiquattro ore e a proprie spese, le necessarie misure di prevenzione e di messa in sicurezza. L'operatore deve far precedere gli interventi di cui al comma 1 da apposita comunicazione al comune, alla provincia, alla regione, o alla provincia autonoma nel cui territorio si prospetta l'evento lesivo, nonché al Prefetto della provincia che nelle ventiquattro ore successive informa il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio.
2. Tale comunicazione deve avere ad oggetto tutti gli aspetti pertinenti della situazione, ed in particolare le generalità dell'operatore, le caratteristiche del sito interessato, le matrici ambientali presumibilmente coinvolte e la descrizione degli interventi da eseguire. La comunicazione, non appena pervenuta al comune, abilita immediatamente l'operatore alla realizzazione degli interventi di cui al comma 1. Se l'operatore non provvede agli interventi di cui al comma 1 e alla comunicazione di cui al presente comma, l'autorità preposta al controllo o comunque il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio irroga una sanzione amministrativa non inferiore a mille euro né superiore a tremila euro per ogni giorno di ritardo.
Ne consegue che la complessità e la specificità degli adempimenti richiesti all'operatore per tali evenienze dal trascritto comma 2 escludono che il predetto possa esimersi dall'attuare nell'immediatezza dei fatto, a sue spese, le necessarie misure di sicurezza e di prevenzione e dal dare l'apposita comunicazione agli Enti interessati sol perché siano intervenuti sul luogo dell'inquinamento operatori dei suddetti Enti che, nel caso in esame, pur avevano invitato la società al rispetti del precetto normativo.
La comunicazione, nella specie omessa, non costituisce, infatti, un mero adempimento burocratico, ma serve per consentire agli organi preposti alla tutela ambientale del Comune, della Provincia e della Regione del territorio in cui si prospetta l'evento lesivo di prenderne compiutamente cognizione con riferimento ad ogni possibile implicazione e di verificare lo sviluppo delle iniziative ripristinatorie intraprese.
Corretta, quindi, è l'affermazione di responsabilità essendo stato agevolmente ravvisato l'elemento psicologico del reato in capo ad un soggetto che ha tenuto una condotta omissiva, pur avvisato dai VVUU intervenuti, non rispettando l'obbligo imposto dalle norme sopraindicate e che, comunque, ha omesso di dare la comunicazione dell'evento al Prefetto come richiesto dal predetto comma 2.
Il rigetto del ricorso comporta condanna al pagamento delle spese processuali.
PQM
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.
Cosi deciso in Roma nella pubblica udienza del 21.10.2010.
DEPOSITATA IN CANCELLERIA il 18 Nov. 2010

 

Le NUOVE SANZIONI PER RIFIUTI ABBANDONATI CAMBIA TUTTO CON IL D.LGS n. 205/2010. Tra LUCI nuove  E vecchie OMBRE. …MA A COSA SERVE?

Con il Decreto legislativo 205/2010 dal 25 Dicembre 2010 è stato stravolto il sistema sanzionatorio previsto dal Testo unico Ambientale per il divieto di abbandono e deposito incontrollati di rifiuti sul suolo e nel suolo , l’art 255 stravolto cambiano le regole Sanzioni pesanti e procedure meno snelle e ancora altro.

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Con il Decreto legislativo 205/2010 è stata recepita nel nostro ordinamento la direttiva quadro in materia di rifiuti 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 novembre 2008, La stessa disposizione Europea ha sostituito la precedente direttiva quadro (2006/12/CE) a decorrere dal 12 dicembre 2010.

Si ritiene importante far rilevare che nella nuova Direttiva ( sulla quale molto si è detto e ancora molto dovrà dirsi) in un’ottica di semplificazione, vi è l’integrazione delle due direttive, che vengono contestualmente abrogate, sui rifiuti pericolosi (91/689/CEE) e sugli oli usati (75/439/CEE).

Ai sensi dell'art. 1 della legge 88/2009 (legge comunitaria 2008) il Governo Italiano ha recepito la direttiva citata mediante l'adozione di un apposito decreto legislativo,Decreto legislativo 3 dicembre 2010, n. 205 (pubblicato sul S.O. n. 269 alla G.U. 10 dicembre 2010, n. 288), entrato in vigore il 25 dicembre 2010.

Tale disposto non si è limitato al semplice recepimento nell'ordinamento italiano della Direttiva Europea 2008/98/CE sui rifiuti ma ha operato significative e discutibili modifiche alla normativa sui rifiuti (parte IV del Decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152) .

Ritengo inopportuno, se non addirittura inutile, analizzare e criticare, in questa circostanza, gli articoli modificati ed introdotti dal D.Lgs. 250/2010, (cosa buona e giusta che dovrà essere fatta con cautela, riflessione attenta e ponderata).

Assolutamente necessario, invece, è tentare di chiarire gli aspetti relativi al rinnovato sistema sanzionatorio per gli abbandoni dei rifiuti disciplinato dal rimodulato art. 255.

Il divieto di abbandono nel T.U.A. è enunciato dall’art. 192 secondo cui “L'abbandono e il deposito incontrollati di rifiuti sul suolo e nel suolo sono vietati ed è altresi' vietata l'immissione di rifiuti di qualsiasi genere, allo stato solido o liquido, nelle acque superficiali e sotterranee”.

Le disposizioni sanzionatorie previste per le violazioni al citato art 192 sono contenute negli articoli 255, 1° comma (Sanzioni amministrative) e 256, 2° comma (Sanzioni penali) a seconda se l’autore del gesto è un privato cittadino o appartenenti a ditta-enti. Nulla di invariato al sistema punitivo penale previsto dall’art. 256 diversa ipotesi per le violazioni amministrative di cui all’art. 255 che è stato completamente stravolto dal D.lgs 205/2010 mediante l’aumento delle sanzioni ed una diversa previsione procedurale.

Le violazioni previste per gli abbandoni dei rifiuti, commesse dal privato cittadino, nella vecchia stesura dell’art. 255 (applicabile fino al 24 dicembre 2010), erano sanzionate in via amministrativa con somme graduate a seconda della consistenza e natura del rifiuto (non pericolosi e pericolosi e/o ingombranti). Per i rifiuti pericolosi e/o ingombranti si applicava la sanzione amministrativa pecuniaria da centocinque euro a seicentoventi euro, pagamento in misura ridotta euro 206, mentre se l'abbandono di rifiuti sul suolo riguardava rifiuti non pericolosi e non ingombranti si applicava la sanzione amministrativa pecuniaria da venticinque euro a centocinquantacinque euro, pagamento in misura ridotta euro 50,00.

L'immissione di rifiuti di qualsiasi genere, allo stato solido o liquido, nelle acque superficiali e sotterranee erano sempre punite con la sanzione amministrativa pecuniaria da centocinque euro a seicentoventi euro, pagamento in misura ridotta euro 206.

Quindi nel preesistente regime sanzionatorio era prevista una sanzione “lieve” nei casi di piccoli abbandoni, esempio classico il sacchetto di immondizia abbandonato sul suolo, tale previsione permetteva di fronteggiare, quei casi purtroppo frequenti, con il pagamento in misura ridotta di euro 50,00, questa previsione è stata spazzata via dal Nuovo Decreto legislativo 3 dicembre 2010, n. 205.

L’art 255 è stato modificato dall'art. 35 del predetto Decreto legislativo, il testo è stato così sostituito: chiunque, in violazione delle disposizioni di cui agli articoli 192, commi 1 e 2, 226, comma 2, e 231, commi 1 e 2, abbandona o deposita rifiuti ovvero li immette nelle acque superficiali o sotterranee è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da trecento euro a tremila euro (pagamento in misura ridotta euro 600,00. Se l'abbandono riguarda rifiuti pericolosi, la sanzione amministrativa e' aumentata fino al doppio (non è previsto il pagamento in misura ridotta).

Il legislatore ha voluto, pertanto, prevedere un regime sanzionatorio più pesante senza lasciare deroghe per i casi di lievi abbandoni per cui, il pagamento in misura ridotta dalle vecchie 50 euro passa alle 600 euro e gli abbandoni riguardanti i rifiuti pericolosi, sono puniti con la sanzione che e' aumentata fino al doppio.

Nella nuova previsione legislativa è prevista la stessa sanzione sia per il sacchetto di plastica sia per i rifiuti ingombranti (purché entrambi non pericolosi) nella vecchia stesura dell’art 255, come già innanzi ribadito, le sanzioni per gli abbandoni dei rifiuti ingombranti erano uguali a quelle previste per i rifiuti pericolosi.

Quindi, dal 25 dicembre 2011, “L'abbandono e il deposito incontrollati di rifiuti non pericolosi sul suolo e nel suolo e l'immissione degli stessi, di qualsiasi genere, allo stato solido o liquido, nelle acque superficiali e sotterranee”, ad opera di un comune cittadino, è sanzionato con una pena pecuniaria da trecento euro a tremila euro.

Nel caso, essendo previsto il minimo ed il massimo edittale, ai sensi dell’art 16 legge 689/1981, il trasgressore può avvalersi del pagamento in misura ridotta versando la somma di euro 600.

L’agente accertatore dovrà contestare l’infrazione come prevede l’art 14 della 689/1981 e quindi mettere in condizione il trasgressore e/o obbligato in solido di poter pagare entro 60 giorni (anche per un piccolo sacchetto di immondizia) la modica somma di euro 600 che verrà introitata dalla Provincia, come stabilito dall’art 263 del T.U.A.

Purtroppo, su questo fronte,ancora nulla di invariato, infatti, la destinazione dei proventi resta regolata dallo scellerato e famigerato art 263 del D.lgs.152 (vera grande bufala congenita del T.U.A.) tale disposto (erroneamente e ingiustificatamente) stabilisce che i proventi delle sanzioni amministrative pecuniarie per le violazioni degli abbandoni, dal 29 aprile del 2006, sono devoluti alle Province e sono destinati all’esercizio delle funzioni di controllo in materia ambientale (Nel decreto Ronchi D.lgs 22/1997 erano i Comuni destinatari di tale somme).

E’ il caso di sottolineare che ai Comuni è rimasto l’onere di dover rimuovere i rifiuti qualora il trasgressore non provveda e logicamente anche quando lo stesso non è noto.

Ritornando all’argomento a base di trattazione e nello specifico agli abbandoni costituiti da rifiuti pericolosi, la situazione è ancora più complessa, in quanto, in questi casi, la sanzione e' aumentata fino al doppio, pertanto, non essendo previsto il pagamento in misura ridotta, dovrà essere l’Autorità Amministrativa ad ingiungere la somma da pagarsi, il verbale dovrà essere contestato alla parte con l’indicazione che non è possibile effettuare il pagamento in misura ridotta e che la somma verrà determinata dall’Autorità Competente.

Il verbale a questo punto dovrà essere inviato al Dirigente preposto della Provincia per la determinazione di competenza come previsto dall’art. 262 del T.U.A. (competenza e giurisdizione) anche in questo caso non posso trattenermi dal fare una ennesima disapprovazione all’operato del nostro Legislatore.

Infatti mi stupisco che a distanza di oltre 4 anni ancora nessuno si sia accorto ed abbia posto rimedio a questo ennesimo grosso pasticciaccio contenuto nel Testo Unico Ambientale causato da un errore del nostro legislatore.

E’ questo, a mio modesto ed ardito parere, l’ennesimo grosso errore contenuto nel T.U.A. , commesso dal legislatore nel 2006 alla stesura del Testo Unico, quando, per mero errore, dovuto ad un banale copia ed incolla, il redattore del Codice ha affidato tale competenza alla Provincia sottraendola al Comune, ricordo a me stesso che nel Ronchi la competenza a decidere in merito alle violazioni per gli abbandoni era in Capo al Comune. Mai nessuno, durante questi anni ha pensato a questo a spetto di rilevanza notevole.

Tralasciando le problematiche ( introiti art 263 e competenze art 262) su appena accennate che meritano una trattazione approfondita a parte nelle opportune sedi istituzionali, (auspico l’intervento dei tanti autorevoli esperti della materia sin ad oggi silenti ed ignari del problema) con una seria presa di coscienza e di umiltà nel riconoscere l’errore da parte del Legislatore (colpevole e disattento) e dei Comuni (menefreghisti e lapidari) mi avvio alla conclusione invitando i lettori a riflettere.

Basterà aver aumentato le sanzioni fino a 600 euro e ancora fino al doppio per risolvere il problema degli abbandoni?

Quanti di noi, adetti ai controlli, di fronte all’abbandono di un sacchetto di plastica da parte della vecchietta di turno si violenteranno mentalmente, con il rischio di cadere nella patologia cronica della categoria “ribellione disapplicativa della norma” prima di contestare la violazione e sanzionare la stessa con la somma di euro 600 ?

Non ho le risposte adatte spero che altri le abbiano e che l’impegno e la professionalità dei controllori possa arginare i guasti insiti nel nostro Testo Unico.

Vengono di seguito riportati gli articoli passati in esame per una valutazione da parte del lettore:

Articolo 255 NUOVA PREVISIONE con il D.lgs 205/2010

Abbandono di rifiuti.

1. Fatto salvo quanto disposto dall'articolo 256, comma 2, chiunque, in violazione delle disposizioni di cui agli articoli 192, commi 1 e 2, 226, comma 2, e 231, commi 1 e 2, abbandona o deposita rifiuti ovvero li immette nelle acque superficiali o sotterranee è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da trecento euro a cinquemila euro. Se l'abbandono riguarda rifiuti pericolosi, la sanzione amministrativa è aumentata fino al doppio.

2. Il titolare del centro di raccolta, il concessionario o il titolare della succursale della casa costruttrice che viola le disposizioni di cui all'articolo 231, comma 5, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro duecentosessanta a euro millecinquecentocinquanta.

3. Chiunque non ottempera all'ordinanza del Sindaco, di cui all'articolo 192, comma 3, o non adempie all'obbligo di cui all'articolo 187, comma 3, è punito con la pena dell'arresto fino ad un anno. Nella sentenza di condanna o nella sentenza emessa ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale, il beneficio della sospensione condizionale della pena può essere subordinato alla esecuzione di quanto disposto nella ordinanza di cui all'articolo 192, comma 3, ovvero all'adempimento dell'obbligo di cui all'articolo 187, comma 3.

Vecchia previsione Articolo 255 - Abbandono di rifiuti

1. Fatto salvo quanto disposto dall'articolo 256, comma 2, chiunque, in violazione delle disposizioni di cui agli articoli 192, commi 1 e 2, 226, comma 2, e 231, commi 1 e 2, abbandona o deposita rifiuti ovvero li immette nelle acque superficiali o sotterranee è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da centocinque euro a seicentoventi euro. Se l'abbandono di rifiuti sul suolo riguarda rifiuti non pericolosi e non ingombranti si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da venticinque euro a centocinquantacinque euro.

2. Il titolare del centro di raccolta, il concessionario o il titolare della succursale della casa costruttrice che viola le disposizioni di cui all'articolo 231, comma 5, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro duecentosessanta a euro millecinquecentocinquanta.

3. Chiunque non ottempera all'ordinanza del Sindaco, di cui all'articolo 192, comma 3, o non adempie all'obbligo di cui all'articolo 187, comma 3, è punito con la pena dell'arresto fino ad un anno. Nella sentenza di condanna o nella sentenza emessa ai sensi dell'articolo 444 del Codice di procedura penale, il beneficio della sospensione condizionale della pena può essere subordinato alla esecuzione di quanto disposto nella ordinanza di cui all'articolo 192, comma 3, ovvero all'adempimento dell'obbligo di cui all'articolo 187, comma 3.
 

 

Immissioni rumorose intollerabili anche se non superano i limiti di legge Cassazione civile , sez. II, sentenza 17.01.2011 n° 939

Nei rapporti di vicinato, le immissioni rumorose possono considerarsi illecite anche quando non è superato il limite di accettabilità stabilito dalla normativa speciale in materia di inquinamento acustico e ambientale.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza in commento, pronunciandosi in tema di immissioni sonore provenienti da un ventilatore istallato nel muro comune di due appartamenti adiacenti.

Secondo i giudici di Palazzo Cavour, le immissioni sonore devono considerarsi senz’altro illecite se superano i limiti stabiliti dalle leggi e dai regolamenti che fissano, nell’interesse della collettività, le modalità di rilevamento dei rumori e i limiti massimi di tollerabilità. Tuttavia, l’eventuale rispetto degli stessi limiti non è di per sé sufficiente a far considerare tollerabili le immissioni, dovendo tale giudizio sulla tollerabilità formularsi alla stregua dei principi previsti dall’art. 844 del Codice civile.

La Suprema Corte ribadisce così un principio già più volte affermato in giurisprudenza (Cass. civ. nn. 1151/03; 1418/06; 5564/10): il rispetto della legislazione speciale in materia di inquinamento acustico non pregiudica la questione della tollerabilità delle immissioni nei rapporti tra privati.

La legislazione speciale, infatti, opera nel capo degli interessi pubblici ed è destinata a regolare i rapporti tra privato e pubblica amministrazione, non già i rapporti di natura patrimoniale tra privati, alla cui disciplina è invece destinato l’art. 844 c.c..

Pertanto, anche se le immissioni non superano i limiti fissati dalle norme di interesse generale, ciò non esclude che esse possano andare oltre la “normale tollerabilità” e risultare dunque illecite dal punto di vista civilistico. In tal caso, il soggetto interessato potrà agire per far cessare l’abuso o richiedere misure idonee a ridurre le immissioni e, sussistendone i presupposti, ottenere il risarcimento dei danni subiti.

Il giudizio sulla tollerabilità e liceità delle immissioni nei rapporti tra privati dovrà essere sempre effettuato con riferimento alla situazione concreta e in base ai criteri di cui all’art. 844 c.c.: “Il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi. Nell’applicare questa norma l’autorità giudiziaria deve contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà. Può tener conto della priorità di un determinato uso”.

(Altalex, 15 febbraio 2011. Nota di Giuseppe Donato Nuzzo)