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Polizia Annonaria

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Compiti:

Esegue le operazioni di controllo riguardanti l'intero settore del commercio in sede fissa, su area pubblica, e sui pubblici esercizi. Questi i principali compiti:

  • Controllo sistematico delle attività commerciali di qualunque tipo e dei pubblici esercizi
  • Controllo sull'attuazione di atti emessi dal Sindaco in materia
  • Verifiche preliminari al rilascio di autorizzazioni amministrative per conto degli uffici competenti
  • Gestione delle fiere (Santi Medici; San Leone)
     
L'attività svolta dal Nucleo di Polizia Commerciale, sull'intero territorio comunale, è finalizzata al controllo e all'accertamento delle violazioni di legge in materia di commercio in sede fissa e ambulante, pubblici esercizi, spettacoli viaggianti, circoli privati, attività ricettive, aspetti igienico - sanitari e rumorosità delle attività, distributori di carburanti, ecc..
Particolare attenzione viene prestata dagli operatori in occasione di vendite straordinarie (liquidazioni, saldi, promozionali) e sottocosto al fine di verificare la regolarità delle stesse a tutela e garanzia del consumatore.
Oltre ai normali controlli per fronteggiare l'abusivismo commerciale, viene richiesto al personale di questo Nucleo di intensificare la propria attività in occasione dello svolgimento di manifestazioni fieristiche che richiamano un notevole afflusso di persone quali ad esempio la Fiera di San Leone, la Fiera dei SS. Medici, le festività natalizie, i Mercati a cadenza mensile dell'Antiquariato o i mercatini delle opere dell'ingegno, ecc.

 

Componenti:

Ten. SARACINO Nicola

Ag. SCHIRALDI Nicola

Responsabile dei procedimenti:

Ten. SARACINO Nicola

 

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Emissioni acustiche
mancata indicazione made in

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Ordinanza per gli esercizi commerciali

Nuove disposizioni in materia di orario e giorni di apertura per gli esercizi commerciali. Con ordinanza n. 244 del 30 ottobre, infatti, la Polizia Municipale ha stabilito che:

  • gli esercenti commerciali del Centro Urbano nel periodo da maggio a settembre possono determinare liberamente gli orari di apertura e chiusura e derogare dall'obbligo di chiusura domenicale e festiva;
  • per il Centro Urbano gli esercenti possono derogare dall'obbligo di chiusura nelle seguenti domeniche: 11 gennaio, 22 febbraio, 29 marzo, 5 aprile, 18 ottobre, 29 novembre. È consentita l'apertura degli esercizi commerciali anche il giorno 25 ottobre coincidente con la Sagra dei SS. Medici;
  • per il Centro Urbano nel periodo gennaio-aprile e ottobre-novembre è determinata la chiusura della mezza giornata di riposo infrasettimanale nel lunedì mattina per il settore merceologico non alimentare e nel giovedì pomeriggio per il settore merceologico alimentare;
  • gli esercenti commerciali del Centro Urbano nel periodo gennaio-aprile e ottobre-novembre osserveranno il seguente orario: apertura ore 7.00 e chiusura ore 22.00
  • gli esercenti commerciali delle Frazioni di Palombaio e Mariotto nei mesi di luglio e agosto possono derogare dall'obbligo di chiusura domenicale e festiva, nonchè della mezza giornata di chiusura infrasettimanale;
  • per le frazioni di Palombaio e Mariotto gli esercenti possono derogare dall'obbligo di chiusura nelle seguenti domeniche: 11 gennaio, 22 febbraio, 29 marzo, 5 aprile, 31 maggio, 28 giugno, 13 settembre, 18 ottobre, 29 novembre;
  • per le stesse Frazioni nel periodo gennaio-giugno e settembre-novembre è determinata la chiusura della mezza giornata di riposo infrasettimanale nel lunedì mattina per il settore merceologico non alimentare e nel giovedì pomeriggio per il settore merceologico alimentare;
  • gli esercenti commerciali delle frazioni di Palombaio e Mariotto osserveranno il seguente orario: apertura ore 7.00 e chiusura ore 22.00
  • tutti gli esercenti hanno l'obbligo di non superare il limite giornaliero delle 13 (tredici) ore lavorative e di rendere noto al pubblico l'orario di effettiva apertura e chiusura del proprio esercizio, con apposito cartello o altro mezzo idoneo di informazione;
  • gli esercizi commerciali, ai sensi dell'art 18 comma 8 quater devono rimanere chiusi nei seguenti giorni: 1° gennaio, 12 aprile (domenica di Pasqua), 25 aprile, 1° maggio, 2 giugno, 25 e 26 dicembre;
  • gli stessi esercenti possono derogare dall'obbligo di chiusura nelle altre domeniche e giorni festivi del mese di dicembre;
  • sono esclusi dagli obblighi di chiusura domenicale e festiva per tutto l'anno, gli esercizi indicati nel 7° comma dell'art 18 L.R. 11/03 lettere a), b) e c);
  • nel Centro Urbano e nelle frazioni è consentita la protrazione dell'orario di apertura nei giorni in cui sono previste manifestazioni e comunque sino al termine delle stesse;
  • è consentito il commercio su aree pubbliche nelle domeniche del 6-13-20-27 dicembre 2009;
  • per i giorni 7 e 31 dicembre 2009 l'orario dei mercati rionali è protratto sino alle ore 15,30;

    Chiunque violi le disposizioni del presente provvedimento è punito con una sanzione amministrativa da € 516,00 a € 3.098,00.

Gli esercizi commerciali potranno "saltare" il turno di chiusura infrasettimanale.

  • Gli esercizi commerciali potranno "saltare" il turno di chiusura infrasettimanale. Lo stabilisce l'ordinanza n. 33 firmata dal sindaco Valla il 18 febbraio. La deroga all'obbligo di chiusura infrasettimanale (lunedì pomeriggio per il settore non alimentare e giovedì pomeriggio per il settore alimentare) vale per tutto il 2009 e risponde alle numerose richieste pervenute dagli stessi operatori commerciali.

Parrucchieri e affini Gli orari al pubblico per il 2009 e gennaio 2010

 Con l'Ordinanza sindacale n. 99 del 23 aprile 2009 sono stati fissati gli orari di lavoro, i turni di riposo e di chiusura per le attività di parrucchiere per uomo, parrucchiere per donna, barbiere, estetista e affini validi per l'anno 2009 e il mese di gennaio 2010.

L'orario di lavoro è fissato dalle 8 alle 13 e dalle 15 alle 21 nei mesi da ottobre ad aprile; dalle 8 alle 13 e dalle 16 alle 21 nei mesi "estivi" da maggio a settembre. Al sabato in ogni caso è previsto orario continuato dalle 8 alle 21 per tutto l'anno.

Il turno di riposo è fissato nelle giornate di domenica e lunedì, anche se agli esercenti è data la possibilità di non osservare la chiusura del lunedì. Per le domeniche dei mesi di aprile, maggio e giugno interessate dalle celebrazioni delle prime comunioni è consentita l'apertura dalle 7 alle 10.

Fissati anche i giorni di chiusura totale per sabato 15 agosto, martedì 8 dicembre, venerdì 25 dicembre, sabato 26 dicembre, venerdì 1 gennaio 2010 e mercoledì 6 gennaio 2010.

In occasione delle giornate prefestive del 7 dicembre, del 21 dicembre e del 28 dicembre (tutti lunedì) gli esercizi in questione saranno aperti dalle 8 alle 20.

Aperture straordinarie sono, infine, stabilite per i seguenti giorni festivi: sabato 25 aprile (dalle 8 alle 13), domenica 26 aprile (dalle 7 alle 10), venerdì 1 maggio (dalle 8 alle 10), martedì 2 giugno (dalle 8 alle 10).

 

Emissioni acustiche

TAR PUGLIA - BARI, SEZ. I - sentenza 14 maggio 2010 n. 1896

Comuni privi del piano di zonizzazione acustica - Ordinanza con la quale si ingiunge al proprietario di un panificio di ricondurre gli impianti al rispetto del "limite differenziale di immissione in ambiente abitativo ed in periodo di riferimento notturno" previsto dal d.p.c.m. 14.11.1997 - Illegittimità - Ragioni.

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia
(Sezione Prima)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 1744 del 2000, proposto da Natale Lavolpicella, rappresentato e difeso dall’avv. Luigi Tosches, con domicilio eletto presso il suo studio in Bari, corso Mazzini, 102;
contro
Comune di Bari, rappresentato e difeso dall’avv. Anna Valla, con domicilio eletto presso l’Avvocatura comunale in Bari, via Principe Amedeo, 26;
per l'annullamento
previa sospensione dell'efficacia,
dell’ordinanza prot. n.1569/2000/I/SISP notificata il 26.5.2000, con cui il Sindaco di Bari ordinava all’odierno ricorrente, titolare del panificio con sede alla via Brigata Bari n. 104, di porre in essere entro trenta giorni tutte le idonee misure tecniche e organizzative, finalizzate all’abbattimento delle emissioni rumorose prodotte dagli impianti tecnici, nel rispetto del "limite differenziale di immissione in ambiente abitativo ed in periodo di riferimento notturno" previsto dal d.p.c.m. 14.11.1997, nonché di esibire entro lo stesso termine l’esito delle indagini fonometriche effettuate a cura e spese dello stesso sig. Lavolpicella Natale dalla A.U.S.L. BA/4, ovvero da tecnico competente esperto in acustica, al fine di dimostrare l'efficacia delle misure adottate;
Visto il ricorso con i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio del Comune di Bari;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 24 marzo 2010 il dott. Savio Picone e uditi per le parti i difensori avv.ti Luigi Tosches e Rosa Cioffi (quest’ultima per delega di Anna Valla);
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
FATTO
Il ricorrente, titolare di un panificio situato in via Brigata Bari n. 104, impugna l’ordinanza sindacale in epigrafe, con la quale il Comune gli ha ordinato di attuare tutte le idonee misure tecniche ed organizzative per l’abbattimento delle emissioni rumorose, onde ricondurre gli impianti al rispetto del "limite differenziale di immissione in ambiente abitativo ed in periodo di riferimento notturno" previsto dal d.p.c.m. 14.11.1997, nonché di esibire entro lo stesso termine l’esito delle indagini fonometriche effettuate, a sue spese, dalla A.U.S.L. BA/4 ovvero da tecnico abilitato.
Si affida ad unico motivo di censura con il quale deduce violazione del principio del contraddittorio, difetto di motivazione, violazione del d.p.c.m. 1.3.1991, violazione del d.p.c.m. 14.11.1997, violazione della legge n. 447 del 1995, violazione della legge regionale n. 36 del 1984 ed eccesso di potere per illogicità, difetto dei presupposti, contraddittorietà, sviamento.
Si è costituito il Comune di Bari, resistendo al gravame.
Alla pubblica udienza del 24 marzo 2010 la causa è stata trattenuta in decisione.
DIRITTO
1. Il Comune di Bari, con ordinanza sindacale notificata il 26.5.2000, ha ordinato a Natale Lavolpicella di attuare tutte le idonee misure tecniche ed organizzative per l’abbattimento delle emissioni rumorose provenienti dal panificio situato in via Brigata Bari n. 104, onde ricondurre gli impianti al rispetto del "limite differenziale di immissione in ambiente abitativo ed in periodo di riferimento notturno" previsto dal d.p.c.m. 14.11.1997, con l’obbligo di produrre entro lo stesso termine l’esito delle indagini fonometriche effettuate, a sue spese, dalla A.U.S.L. BA/4 ovvero da tecnico abilitato.
2. E’ assorbente e fondata la censura con cui il ricorrente lamenta la violazione della legge n. 447 del 1995 e del combinato disposto del d.p.c.m. 1.3.1991 e del d.p.c.m. 14.11.1997.
Risulta infatti incontestato che il Comune di Bari, all’epoca dell’adozione dell’ordinanza impugnata, fosse privo del piano di zonizzazione acustica.
La materia dell’inquinamento acustico è stata compiutamente disciplinata dalla Regione Puglia con la legge regionale n. 3 del 2002. L’art. 3 della legge stabilisce

al terzo comma, che per le zone non esclusivamente industriali (come quella ove risulta ubicato il laboratorio artigianale del ricorrente), oltre ai limiti massimi per il rumore ambientale, trova applicazione anche il cosiddetto "criterio differenziale", in base al quale non può essere superata la differenza di 5 db durante il periodo diurno e di 3 db durante il periodo notturno.
Tale previsione è destinata a valere, in via immediata, anche nei Comuni privi della zonizzazione acustica (cfr. in tal senso TAR Puglia, Lecce, sez. I, sent. n. 3656/2007).
Il provvedimento gravato è stato invece assunto nel periodo antecedente all’entrata in vigore della legge regionale pugliese n. 3 del 2002. Trova allora applicazione, nella fattispecie, l’orientamento prevalso in giurisprudenza secondo cui, nelle more della classificazione del territorio comunale ai sensi dell’art. 6, primo comma - lett. a), della legge quadro n. 447 del 1995, operano i soli limiti "assoluti" di rumorosità, ma non anche quelli "differenziali" (cfr., tra molte, TAR Emilia Romagna, Parma, sent. n. 385/2008; TAR Friuli Venezia Giulia, sent. n. 578/2005; TAR Lombardia, Milano, sez. I, sent. n. 813/2004; TAR Veneto, sez. III, sent. n. 847/2004).
Depone in tal senso l’univoca formulazione dell’art. 8, comma 1, del d.p.c.m. 14.11.1997, secondo cui: "In attesa che i comuni provvedano agli adempimenti previsti dall’art. 6, comma 1, lett. a) della legge 26 ottobre 1995 n. 447, si applicano i limiti di cui all’art. 6, comma 1, del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 1 marzo 1991". Ove si fosse voluto far sopravvivere integralmente il regime transitorio di cui all’art. 6 del decreto (che al primo comma regola i limiti "assoluti" ed al secondo comma regola i limiti "differenziali") sarebbe stato necessario un rinvio integrale alla disciplina previgente.
D’altra parte, non persuade la tesi che, per giustificare il richiamo parziale al solo primo comma dell’art. 6, adduce la diretta applicabilità dei limiti "differenziali" perché ancorati, quanto al loro ambito di riferimento, ad una suddivisione del territorio (aree diverse da quelle esclusivamente industriali) che si ricaverebbe ex se dalla disciplina urbanistica, sì da non richiedere una specifica norma che ne autorizzi l’operatività nella fase transitoria per i Comuni sprovvisti del piano di zonizzazione acustica. In realtà, già nella vigenza del d.p.c.m. 1.3.1991 i limiti "differenziali" erano circoscritti alle zone non esclusivamente industriali e, ciò nonostante, si era avvertita la necessità di effettuarne un esplicito richiamo al fine di garantirne l’operatività fin dalla fase transitoria, con la conseguenza che il rinvio operato al solo primo comma dell’art. 6 depone inequivocabilmente per una scelta normativa che ha voluto subordinare, a partire dal 1997, l’applicabilità del criterio "differenziale" all’introduzione della disciplina a regime, e cioè all’adozione del piano comunale di zonizzazione acustica.
Pertanto, non avendo il Comune di Bari provveduto alla prescritta zonizzazione acustica, all’epoca dei fatti controversi non operava il criterio "differenziale", con conseguente illegittimità dell’ordinanza impugnata, fondata proprio sull’accertato superamento del limite differenziale notturno di immissione.
Il carattere assorbente del vizio esime il Collegio dall’esaminare gli ulteriori motivi.
3. Il ricorso deve quindi essere accolto e, per l’effetto, è annullata l’ordinanza impugnata.
Considerata la peculiarità e complessità delle questioni esaminate, sussistono giusti motivi per l’integrale compensazione delle spese di giudizio tra le parti.
P.Q.M.
il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia, sede di Bari, Prima Sezione, accoglie il ricorso in epigrafe.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.
Così deciso in Bari nella camera di consiglio del giorno 24 marzo 2010 con l’intervento dei Signori:
Corrado Allegretta, Presidente
Doris Durante, Consigliere
Savio Picone, Referendario, Estensore
DEPOSITATA IN SEGRETERIA Il 14/05/2010
 

mancata indicazione made in

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III PENALE - SENTENZA 25 maggio 2010, n.19746

Oltre al proprio marchio o alla indicazione della località in cui ha la sede, l’imprenditore apponga anche una dicitura con cui attesti espressamente che il prodotto è stato fabbricato in Italia o comunque in un paese diverso da quello di effettiva fabbricazione - reato - astrattamente possibile.

1. Il PM di Firenze convalidò il 29.10.2009 il sequestro probatorio disposto dalla Agenzia delle Dogane di Firenze di 9.005 camicie da uomo provenienti dalla Serbia in relazione al reato di cui all’art. 4, comma 49, legge 24 dicembre 2003, n. 350, ed all’art. 517 cod. pen. perché le camicie erano prive della etichetta “made in Serbia”, ma recavano la sola etichetta con la dicitura “Prodotto e distribuito da FI Studio Srl Floreze Italy” e la marca “R. G.”.<>2. F.F. propose istanza di riesame.<>Il tribunale del riesame di Firenze, con l’ordinanza in epigrafe, revocò il sequestro probatorio e dispose la restituzione delle cose in sequestro all’indagato alla condizione che questi provveda alla esatta indicazione sulle camicie del luogo di origine e di quant’altro induca a ritenere che si tratti di prodotto di origine italiana.<>3. Il Procuratore della Repubblica presso il tribunale di Firenze propone ricorso per cassazione deducendo che il tribunale, una volta verificato il fumus del reato, avrebbe dovuto rigettare l’impugnazione, non avendo il potere di disporre la sanatoria in via amministrativa, la quale comunque non influisce sulla legittimità del sequestro.<><>Motivi della decisione<><>4. A parere del Collegio il ricorso deve essere accolto nei limiti che seguono.<>Va premesso che la cosiddetta “regolarizzazione amministrativa” della merce, mediante l’asportazione dei segni o delle figure o quant’altro induca a ritenere che si tratti di prodotto di origine italiana, o attraverso l’esatta indicazione dell’origine o l’asportazione della stampigliatura “made in Italy”, non comporta l’estinzione del reato, non essendo prevista dalla legge come scriminante.<>Sono quindi inconferenti le considerazioni del ricorrente circa una presunta impossibilità del tribunale del riesame di revocare il sequestro probatorio quando sopravvenga una causa di estinzione del reato, ritenendo invero questo Collegio che debba preferirsi il diverso orientamento secondo cui “non travalica i limiti della propria competenza il giudice del riesame il quale dia atto che il reato ipotizzato sarebbe in ogni caso prescritto e ritenga, pertanto, inutile il permanere del sequestro. Infatti intanto sussiste il potere del P.M. di procedere a sequestro, in quanto la sua attività sia finalizzata alla persecuzione di un reato. Ma se il reato risulta ex actis estinto, tale potere viene meno” (Sez. III, 4.11.1998, n. 2859, Agustoni, m. 212483).<>Sennonché, secondo la giurisprudenza di questa Suprema Corte, anche se, ai sensi dell’art. 4, comma 49, l. n. 350/2004, la regolarizzazione opera sul piano amministrativo e non comporta l’estinzione del reato, essa è tuttavia idonea a legittimare il dissequestro della merce che alla fine delle operazioni risulti regolarizzata, atteso che viene meno la possibilità di trarre in inganno gli eventuali acquirenti, con il che verrebbero meno anche le finalità probatorie indispensabili per il mantenimento della misura (Sez. III, 24.11.2005, n. 3669/06, Huang, m. 233285; Sez. III, 10.11.2004, n. 49394, D’Amodio, m. 230477).<>Pur avendo quest’ultima decisione ritenuto che il giudice può autorizzare la temporanea rimozione dei sigilli per consentire all’indagato di “bonificare” la merce sequestrata, disponendo da subito il dissequestro di quella che, alla fine delle operazioni, risulterà regolarizzata e pur avendo le dette decisioni ammesso tale possibilità anche per il sequestro probatorio, poiché però la regolarizzazione non comporta l’estinzione del reato, ritiene il Collegio che occorra precisare che, in caso di sequestro probatorio, per disporre la revoca del sequestro è anche necessario che il giudice accerti che, nonostante la regolarizzazione, non permangano ancora le specifiche esigenze probatorie che avevano giustificato l’apposizione ed il mantenimento del vincolo.<>Nella specie l’ordinanza impugnata è totalmente priva di motivazione in proposito, sicché la stessa deve essere annullata con rinvio.<>5. È però opportuno, per motivi di economia processuale, anche evidenziare che l’ordinanza impugnata è altresì priva di motivazione su una serie di altre questioni, alcune delle quali avrebbero dovuto essere rilevate anche d’ufficio.<>In primo luogo deve rilevarsi che, a quanto qui risulta, né il verbale di sequestro dell’ufficio doganale né il decreto del PM di convalida del sequestro probatorio, contenevano una indicazione di quali fossero le concrete esigenze probatorie che la misura nella specie doveva assicurare.<>Ora, secondo la giurisprudenza di questa Suprema Corte (Sez. Un., 28 gennaio 2004, n. 5876, Ferazzi, e numerose altre successive), anche per le cose che costituiscono corpo di reato il decreto di sequestro probatorio deve contenere, a pena di nullità, idonea motivazione sulla concreta finalità probatoria perseguita e, se tale indicazione manca e se il PM non indica le ragioni che giustificano in concreto la misura neppure davanti al tribunale del riesame, quest’ultimo non è legittimato a disegnare, di propria iniziativa, il perimetro delle specifiche finalità del sequestro, così integrando il titolo cautelare mediante un’arbitraria opera di supplenza delle scelte discrezionali che siano state da questo radicalmente e illegittimamente pretermesse dall’accusa.<>Nella specie questa Corte non è in grado di sapere se il PM avesse nella udienza di riesame specificato le concrete ragioni probatorie che giustificavano la misura. D’altra parte, allo stato nemmeno risulta se l’indagato avesse eccepito la mancanza di motivazione sulle esigenze probatorie.<>E tuttavia, al fine di disporre la revoca del sequestro a seguito della regolarizzazione amministrativa, il tribunale del riesame dovrà comunque accertare se, nonostante tale regolarizzazione, tale revoca sia eventualmente impedita dal persistere delle esigenze probatorie indicate dal PM con riferimento a tutti gli oggetti posti in sequestro.<>6. Sotto quest’ultimo profilo, va anche rilevato che nella specie sono state sottoposte a sequestro probatorio 9.500 camicie. Il tribunale del riesame avrebbe dovuto, d’ufficio, accertare se per la finalità probatoria era necessario sequestrare tutte le 9.500 camicie oppure se era sufficiente porre il vincolo solo su alcuni capi. In quest’ultimo caso si tratterebbe, evidentemente, di sequestro preventivo e non probatorio ed il tribunale del riesame avrebbe dovuto dichiarare la nullità del sequestro preventivo irritualmente emesso dal P.M. nelle forme del sequestro probatorio (Sez. III, 21 novembre 2006, n. 42115, Di Gregorio). È invero illegittimo un sequestro avente finalità preventive che invece il pubblico ministero qualifichi come sequestro probatorio ed adotti con proprio decreto, atteso che con tale inesatta qualificazione il pubblico ministero verrebbe illegittimamente ad espropriare il giudice per le indagini preliminari della giurisdizione che l’art. 321 cod. proc. pen. gli riserva in tema di adozione di sequestro preventivo (cfr. Sez. III, 5 giugno 2007, n. 37837, Grande, m. 237925; Sez. III, 3.11.2009, El Kaarfi; Sez. III, 24.9.2009, Margani; Sez. Ili, 9.2.1010, Conte; Sez. III, 28 settembre 1995, Viola, m. 202.953; Sez. I, 19 ottobre 1993, Artuso, m. 195712).<>7. Va inoltre rilevato che nella specie l’accusa ha contestato all’indagato il fatto di avere importato camicie fabbricate in Serbia, con tessuto inviato dall’Italia, che recavano l’etichetta con la dicitura “Prodotto e distribuito da FI Studio Srl Floreze Italy” e la marca “Romeo Gigli”, ma non anche l’etichetta “made in Serbia”. Allo stesso modo, anche il decreto di convalida - emesso il 29 ottobre 2009 - contesta all’indagato il reato di cui all’art. 4, comma 49, legge 24 dicembre 2003, n. 350, per non avere fatto apporre sulle camicie una etichetta con la scritta “made in Serbia”. Sembra quindi - considerando anche la data del fatto - che sia stato ipotizzato il reato di cui al suddetto art. 4, comma 49, nel testo modificato dall’art. 17, comma 4, lett. a), della legge 23 luglio 2009, n. 99, il quale, innovando alla precedente disposizione, ha previsto come reato anche l’uso di marchi di aziende italiane su prodotti o merci non originari dell’Italia senza l’indicazione precisa del loro Paese o del loro luogo di fabbricazione o di produzione. Il fatto contestato, invero, consiste nel non avere apposto sulle camicie l’etichetta “made in Serbia”, ossia di non avere indicato il luogo di fabbricazione, pur avendovi apposto l’etichetta “Prodotto e distribuito da FI Studio Srl Floreze Italy” ed il marchio “Romeo Gigli”.<>Occorre quindi fare un rapido accenno alla diversa disciplina della materia succedutasi nel tempo per individuare quella vigente al momento del fatto ed applicabile nella specie.<>8. Deve invero ricordarsi che questa Corte, prima dell’entrata in vigore della legge 23 luglio 2009, n. 99, ha con giurisprudenza costante ripetutamente affermato che, ai sensi dell’art. 517 cod. pen. e dell’art. 4, comma 49, della legge 24 dicembre 2003, n. 350 (anche a seguito della modificazione apportata dall’art. 1, comma 9, del decreto legge 14 marzo 2005, n. 35), relativamente ai prodotti industriali, per “provenienza ed origine” della merce non deve intendersi (ad eccezione delle specifiche ipotesi espressamente previste dalla legge) la provenienza della stessa da un certo luogo di fabbricazione, totale o parziale, bensì la sua provenienza da un determinato imprenditore che si assume la responsabilità giuridica, economica e tecnica della produzione e si rende garante della qualità del prodotto nei confronti degli acquirenti (Sez. III, 7 luglio 1999, Thum, m. 214.438; Sez. III, 21 ottobre 2004, n. 3352/05, Scarpa, m. 231110; Sez. III, 17.2.2005, n. 13712, Acanfora, m. 231831; Sez. III, 19.4.2005, n. 34103, Tarantino, m. 232397; Sez. III, 2 marzo 2005, n. 23043, Dewar, m. 234468; Sez. III, 24.1.2007, n. 8684, Emili, m. 236087; Sez. III, 15 marzo 2007, n. 27250, Contarmi, m. 237812; Sez. III, 28.9.2007, n. 166/08, Parentini, m. 238560).<>Lo strumento che rassicura il mercato sulla qualità del prodotto è il marchio, registrato o no, che si configura come segno distintivo del prodotto medesimo, nella forma di un emblema o di una denominazione. La triplice tradizionale funzione del marchio (indicare la provenienza imprenditoriale, assicurare la qualità del prodotto e agire come suggestione pubblicitaria) non è modificata neppure nella realtà economica contemporanea, nella quale numerosi imprenditori si avvalgono legittimamente di imprese situate in altri paesi per fabbricare i propri prodotti contrassegnati da un proprio marchio distintivo (Sez. III, 17.2.2005, n. 13712, Acanfora, m. 231831). Il marchio, quindi, rappresenta il collegamento tra un determinato prodotto e l’impresa, non nel senso della materialità della fabbricazione, ma della responsabilità del produttore il quale, solo di fatto, ne garantisce la qualità nel senso che è il solo responsabile verso l’acquirente; sicché non è richiesto dalla disciplina del marchio che venga pure indicato il luogo di fabbricazione perché non imposto dalla legge e perché non sussiste per l’imprenditore l’obbligo di informare che egli non fabbrica direttamente i prodotti (Sez. III, 21 ottobre 2004, n. 3352/05, Scarpa, m. 231110).<>In particolare, è stato più volte affermato che quando il marchio corrisponda effettivamente alla ditta che si assume la responsabilità e la garanzia della qualità della merce, è poi irrilevante che la ditta italiana sia stata solo importatrice o abbia anche partecipato alla produzione della merce, dal momento che essa si è comunque resa garante della qualità della merce stessa nei confronti degli eventuali acquirenti (Sez. III, 21 ottobre 2004, n. 3352/05, Scarpa, m. 231110; Sez. III, 17.2.2005, n. 13712, Acanfora, m. 231831; Sez. III, 19.4.2005, n. 34103, Tarantino, m. 232397; Sez. III, 2 marzo 2005, n. 23043, Dewar, m. 234468; Sez. III, 15 marzo 2007, n. 27250, Contarmi, m. 237812; Sez. III, 28.9.2007, n. 166/08, Parentini, m. 238560; Sez. Ili, 13 maggio 2008, Mazza).<>9. È stato peraltro specificato che il reato è astrattamente configurabile solo quando, oltre al proprio marchio o alla indicazione della località in cui ha la sede, l’imprenditore apponga anche una dicitura con cui attesti espressamente che il prodotto è stato fabbricato in Italia o comunque in un paese diverso da quello di effettiva fabbricazione (paese da individuare secondo le disposizioni del codice doganale Europeo). In questi casi, invero, la falsa apposizione del marchio “made in Italy” o “prodotto in Italia” sarà punita ai sensi dell’art. 4, comma 49, legge 24 dicembre 2003, n. 350, mentre la falsa attestazione che il prodotto è stato fabbricato in un altro paese sarà comunque punita ai sensi dell’art. 517 cod. pen. In questi casi, infatti, non ha più rilievo la provenienza da un dato imprenditore che assicura la qualità del prodotto, ma il fatto che la falsa specifica attestazione che il prodotto è stato fabbricato in un determinato paese è comunque idonea ad ingannare il consumatore e ad incidere sulle sue scelte (egli potrebbe indursi, per i più diversi motivi, ad acquistare o non acquistare un prodotto proprio perché fabbricato o non fabbricato in un determinato luogo).<>Con la precisazione che ciò può verificarsi solo quando sul prodotto sia apposta la specifica indicazione del suo luogo di produzione, e questo sia falso alla stregua dei criteri indicati dal codice doganale Europeo. Non è invece sufficiente l’indicazione di un marchio, o del nome della ditta o dell’impresa, o anche della località in cui ha sede questa impresa, o simili indicazioni, quando non sia indicato che il prodotto è fabbricato in Italia o in un altro determinato paese. Né sono sufficienti indicazioni pubblicitarie che si riferiscono all’impresa e non al luogo di produzione.<>10. Questa Corte ha anche ripetutamente affermato che è erronea la tesi che le disposizioni in esame (ossia l’art. 4, comma 49, legge 24 dicembre 2003, n. 350, come modificato dall’art. 1, comma 9, del d.l. 14 marzo 2005, n. 35, convertito dalla legge 14 maggio 2005, n. 80) avrebbero imposto agli imprenditori italiani, che commercializzano in Italia beni da essi o per essi prodotti all’estero, un obbligo di positiva indicazione del luogo in cui i beni importati sono materialmente prodotti.<>Invero, almeno sulla base delle disposizioni di legge dianzi ricordate, non esisteva alcun obbligo per l’imprenditore di indicare il luogo di fabbricazione del prodotto commercializzato con il suo marchio.<>La suddetta tesi, del resto, non solo non trova fondamento nella lettera e nella ratio delle disposizioni in questione, ma deve essere disattesa anche per la necessità di dare alle disposizioni stesse una interpretazione adeguatrice, che non rischi di porle in contrasto con i principi dell’Unione Europea e con quelli costituzionali (Sez. III, 2 marzo 2005, n. 23043, Dewar, m. 234468).<>Ed invero, qualora un siffatto obbligo fosse posto unilateralmente soltanto dal legislatore nazionale e non anche dagli altri paesi della Comunità, potrebbe prospettarsi un pericolo di non conformità con i principi comunitari relativi alla libera circolazione dei beni e servizi ed alle misure di effetto equivalente. Un obbligo del genere potrebbe infatti avere l’effetto di scoraggiare i rapporti tra imprese situate in Stati membri diversi, potendo indurre l’impresa che deve far realizzare da altri i propri prodotti apponendovi il suo marchio, a rivolgersi all’industria nazionale invece che ad imprese situate in altri Stati membri. Del resto, proprio in applicazione di tali principi, gli organi dell’Unione Europea e la Corte di Giustizia si sono più volte espressi con disfavore in ordine alla marcatura di origine dei prodotti.<>Un obbligo del genere, inoltre, potrebbe, in contrasto con gli artt. 3 e 41 Cost., portare ad una ingiustificata disparità di trattamento tra gli imprenditori nazionali e ad una compressione della libertà di iniziativa nei confronti di alcuni imprenditori nazionali. Ed invero, sarebbe consentito solo agli imprenditori nazionali che si rivolgono, per la realizzazione dei propri prodotti, ad altri produttori nazionali, di omettere la indicazione della origine e provenienza, mentre tale indicazione sarebbe obbligatoria - a prescindere da ogni incidenza sulla qualità del prodotto - qualora i prodotti fossero realizzati, a parità di condizioni qualitative, all’estero. Inoltre, poiché in ambito comunitario vige il principio che il prodotto legalmente commercializzato in uno Stato membro deve poter essere commercializzato negli altri Stati membri (a meno che non ricorrano esigenze imperative quali la tutela della salute, la lealtà dei rapporti commerciali, i diritti di privativa industriale, nella specie non configurabili) e poiché non risulta l’esistenza di norme comunitarie che impongano l’indicazione della origine e provenienza del prodotto in casi come quello in esame, potrebbe ipotizzarsi un caso di discriminazione alla rovescia. Invero, l’operatore nazionale potrebbe trovarsi discriminato a favore dell’operatore di altro Stato membro, perché ad esso sarebbe imposto l’obbligo di indicazione della origine della merce prodotta all’estero, mentre all’operatore di altro stato membro (ovviamente libero di commercializzare sul mercato italiano) tale obbligo non sarebbe imposto. Ulteriori profili di irrazionale disparità di trattamento potrebbero ravvisarsi nell’ipotesi che l’obbligo di indicazione della fabbricazione all’estero sussista solo per i prodotti cui sono apposti marchi o diciture italiane o che li facciano apparire come prodotti in Italia e non anche quando siano apposti marchi o diciture di altri Stati dell’Unione.<>11. Questa interpretazione è altresì confermata dalle modifiche apportate all’art. 4, comma 49, legge 24 dicembre 2003, n. 350, con l’art. 17, comma 4, lett. a), della legge 23 luglio 2009, n. 99. E infatti solo con questa disposizione - avente chiaramente natura innovativa e non interpretativa - è stato introdotta nel suddetto comma 49 una disposizione che prevede che qualora sugli oggetti fabbricati all’estero siano apposti marchi di aziende italiane debba anche essere apposta “l’indicazione precisa, in caratteri evidenti, del loro paese o del loro luogo di fabbricazione o di produzione, o altra indicazione sufficiente ad evitare qualsiasi errore sulla loro effettiva origine estera”. L’introduzione di questa nuova disposizione conferma che in precedenza non vi era obbligo di indicare il luogo di fabbricazione per gli oggetti prodotti all’estero, quand’anche sugli stessi fossero apposti marchi di aziende italiane, che quindi l’imprenditore era libero di usare anche su oggetti prodotti all’estero senza alcuna altra specificazione.<>Sennonché il suddetto art. 17, comma 4 della legge 23 luglio 2009, n. 99 (con la disposizione da esso inserita nell’art. 4, comma 49, della legge 24 dicembre 2003, n. 350) dopo due mesi dalla sua entrata in vigore è stato abrogato dall’art. 16, comma 8, del d.l. 25 settembre 2009, n. 135, convertito con legge 20 novembre 2009, n. 166.<>Il comma 6 del medesimo art. 16 del d.l. 25 settembre 2009, n. 135, peraltro, ha inserito nell’art. 4 della legge 24 dicembre 2003, n. 350, il comma 49 bis, il quale ora prevede che “costituisce fallace indicazione l’uso del marchio, da parte del titolare o del licenziatario, con modalità tali da indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana ai sensi della normativa Europea sull’origine, senza che gli stessi siano accompagnati da indicazioni precise ed evidenti sull’origine o provenienza estera o comunque sufficienti ad evitare qualsiasi fraintendimento del consumatore sull’effettiva origine del prodotto, ovvero senza essere accompagnati da attestazione, resa da parte del titolare o del licenziatario del marchio, circa le informazioni che, a sua cura, verranno rese in fase di commercializzazione sulla effettiva origine estera del prodotto. Il contravventore è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da Euro 10.000 ad Euro 250.000”.<>Pertanto, attualmente, un obbligo di indicazione della origine estera del prodotto sussiste soltanto nell’ipotesi di uso del marchio con modalità tali da indurre il consumatore a ritenere che il prodotto sia di origine italiana. Peraltro, anche in questo caso, non è indispensabile l’indicazione del paese di fabbricazione, essendo sufficienti altre indicazioni che evitino fraintendimenti del consumatore sull’effettiva origine del prodotto ovvero una attestazione sulle informazioni che verranno in seguito rese in fase di commercializzazione sulla effettiva origine estera del prodotto.<>Il mancato adempimento di tale obbligo, peraltro, non è previsto come reato e costituisce solo un illecito amministrativo.<>12. Nel caso in esame il fatto è stato commesso il 28 ottobre 2009 (data del sequestro da parte dell’Agenzia delle dogane di Firenze) ossia quando già era in vigore il d.l. 25 settembre 2009, n. 135, e quindi quando già era stato a-brogato l’art. 17, comma 4 della legge 23 luglio 2009, n. 99 (con la disposizione da esso inserita nell’art. 4, comma 49, della legge 24 dicembre 2003, n. 350).<>Erroneamente, pertanto, non è stato tenuto conto di detta abrogazione e comunque della circostanza che era già in vigore una norma che qualificava il fatto come illecito amministrativo.<>Il giudice del merito quindi dovrà, in ogni caso, accertare se il fatto contestato rientri in una delle ipotesi che sono ancora previste come reato dall’art. 4 comma 49, della legge 24 dicembre 2003, n. 350, ovvero rientri comunque anche nelle ipotesi previste come illecito amministrativo dal successivo comma 49 bis. In quest’ultimo caso dovrà escludere l’astratta configurabilità di un reato e la possibilità di sottoporre gli oggetti a sequestro penale, probatorio o preventivo.<>I dianzi rilevati profili di non conformità ai principi comunitari o costituzionali restano nella specie irrilevanti, perché in questa sede non deve farsi applicazione dell’art. 4, comma 49 bis, cit..<><>P.Q.M.<><>La Corte Suprema di Cassazione annulla l’ordinanza impugnata con rinvio al tribunale di Firenze.

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Aggiornato il: 23/04/2012