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  Cassazione: guida in stato di ebrezza? Basta la parola del poliziotto
Cartello autovelox, quale distanza?
Sentenza n. 11131/2009
INVALIDI, NO DEROGA AI DIVIETI DI SOSTA DELL’ART. 158
Corte di Cassazione – Sentenza n. 9822/2009
Cassazione: multe per passaggio con il semaforo rosso? Sono valide solo se contengono indicazioni precise
Cassazione: insidie stradali come buche e tombini vanno sempre segnalateVerbale di contestazione dei vigili valido fino a querela di falsoCassazione: multe nulle se il numero civico è sbagliato
Sosta invalidi e ticket Corte di Cassazione Civile, sezione seconda - Sentenza n. 14269 del 18/06/2009
Preavviso di contravvenzione ed asserito stato di necessità - E' inammissibile l'opposizione avverso preavviso di contravvenzione (solitamente apposto sul parabrezza del veicolo del trasgressore), in quanto non costituisce titolo esecutivo ai sensi dell'art. 203 C.d.S., comma 3. Il disagio determinato dal trasporto di pesi dall'autovettura all'abitazione non rientra nel pericolo imminente di danno grave alla persona, non altrimenti evitabile.

 

  
Cassazione: guida in stato di ebrezza? Basta la parola del poliziotto

Linea dura della cassazione contro chi si mette ubriaco alla guida. Secondo la Corte per dimostrare lo stato di ebrezza basta la parola del poliziotto, anche se non è stato effettuato l'alcol test. In sostanza, se l'automobilista rifiuta di sottoporsi al test possono far fede i dati riferiti dal verbalizzante. Il caso esaminato dalla Corte riguarda un automobilista condannato a 2000 euro di ammenda per essere stato sorpreso alla guida in stato d'ebbrezza. Anche se la Corte ha dovuto accertare la prescrizione del reato, nella parte motiva ha ricordato che la legge 160 del 2007 non ha abolito la fattispecie di “guida in stato di ebbrezza”, anzi ne ha “inasprito l'apparato sanzionatorio”. Per questo, secondo la Corte ''non vi è motivo di ritenere che il nuovo sistema sanzionatorio precluda oggi al giudice di poter dimostrare l'esistenza dello stato di ebbrezza sulla base delle circostanze sintomatiche riferite dai verbalizzanti''. A nulla rileva dunque che l'automobilista abbia rifiutato di sottoporsi al test anti alcol visto che ''la configurabilità del reato di guida in stato di ebbrezza, pur sulla base dei soli dati sintomatici di tale condizione rilevati e riferiti dal verbalizzante'' vale anche ''con riferimento alle disposizioni introdotte con la riforma del 2007''.

(Data: 14/02/2009 9.00.00 - Autore: Roberto Cataldi)

 
Cartello autovelox, quale distanza?
Autore:Alessandro Casale - Dirigente, Comandante polizia locale
Con la sentenza n. 11131/2009 la Cassazione fissa in 400 metri la distanza fra cartello e postazione autovelox. Ma è corretto? La risposta di A. Casale

Venerdì sera, TG5: il cartello che avverte della presenza di un autovelox deve essere posizionato almeno 400 metri prima!
Il servizio spiega poi che tale distanza era stata fissata da una sentenza della Corte di Cassazione.
Una lettura della sentenza (n. 11131/2009) chiarisce subito ogni dubbio: i giudici di Palazzo Spada hanno semplicemente richiamato la prima circolare del Ministero dell’Interno successiva alla pubblicazione del decreto legge n. 117/2007 che, come si ricorderà, aveva introdotto il cartello di preavviso della postazione autovelox.
In base a tale norma, infatti, l’articolo 142 Cds è stato integrato nel seguente modo: “Le postazioni di controllo sulla rete stradale per il rilevamento della velocità devono essere preventivamente segnalate e ben visibili, ricorrendo all'impiego di cartelli o di dispositivi di segnalazione luminosi”.
La citata circolare stabiliva che “nelle more della completa attuazione delle disposizioni ministeriali in corso di approvazione, le postazioni mobili di controllo dovranno essere segnalate con dispositivi luminosi presenti sui veicoli di servizio che dovranno essere posizionati ad almeno 400 metri prima del punto in cui l’apparecchio è collocato”. Il successivo decreto ministeriale, che avrebbe dovuto fissare la distanza, si è ben guardato dal farlo, precisando però che “la distanza tra i segnali o i dispositivi e la postazione di rilevamento della velocità deve essere valutata in relazione allo stato dei luoghi; in particolare e' necessario che non vi siano tra il segnale e il luogo di effettivo rilevamento intersezioni stradali che comporterebbero la ripetizione del messaggio dopo le stesse, e comunque non superiore a quattro km”.
La successiva circolare del Mininterno del 20 agosto, rilevando la mancata indicazione della distanza all’interno del decreto del 20 agosto, coraggiosamente ha suggerito di adottare le distanze previste dall’articolo 79 del regolamento di esecuzione del Codice stradale, ovvero 80 metri sulle strade con velocità massima di 50 km/h, 150 su quelle extraurbane secondarie ed urbane di scorrimento per finire ai 250 mt previsti per autostrade ed extraurbane principali. Peccato, però, che il Mininterno abbia confuso le distanze relative allo spazio fra cartello ed apparecchiatura –che qui interessano- con quelle di avvistamento dei cartelli stessi previste dal citato articolo 79.
Quindi, che fare? Se la distanza di 400 mt prevista nella prima circolare del 3 agosto non è stata riproposta nel dm del 15 agosto e le distanze suggerite dal Mininterno nella circolare del 20 agosto sono sbagliate, come comportarsi?
Due le ipotesi:
recepire la sentenza della Cassazione che richiama il dato dei 400 mt come unico parametro applicabile e farlo proprio ai fini della corretta organizzazione dei servizi con apparecchiatura autovelox. Ma che fare allorquando il cartello, tenendo conto che fra esso e il punto di rilevazione non ci devono essere intersezioni, deve essere posto a meno di 400 mt?
la soluzione proposta da chi scrive, fin dai primi giorni dell’agosto del 2007, fu quella di operare una interpretazione logico-sistematica al fine di adottare lo stesso criterio che il Codice stradale, ed il relativo regolamento, adottano per casi simili. Allora il processo logico giuridico fu così elaborato:
individuare l’esatta classificazione del cartello che indica la presenza della postazione: si tratta di un cartello di indicazione ed in particolare di preavviso.
individuare una norma che tratti i cartelli di preavviso con riferimento alla distanza fra gli stessi il punto di interesse: l’articolo 126, trattando dei cartelli di preavviso di intersezione, stabilisce le distanze, in base al criterio della velocità consentita sulla strada. Tale criterio tiene conto del tempo necessario per leggere il cartello, comprenderne il significato e adottare i conseguenti atti comportamentali (rallentare, sterzare ecc.)
le distanze così definite sono 60 mt ove la velocità massima è 50 km/h, 80 mt per la velocità di 70 km/h, 100 mt per velocità di 90 km/h ed infine 130 mt ove la velocità consentita è 130 km/h.
Questo parametro, trovando un avallo tecnico-giuridico nel Codice stradale e risultando pertanto correttamente motivato, risulta difficilmente contrastabile in sede di contenzioso in termini di eccesso di potere nella forma della carente motivazione in ordine alla decisione tesa a stabilire la distanza tra cartello e postazione di rilevazione.
Conclusione. L’effetto mediatico della sentenza di Cassazione determinerà la applicazione della regola dei 400 mt che personalmente non ritengo condivisibile ma che, mi rendo conto, toglierà dall’imbarazzo diversi Comandi in sede di contestazione dei verbali; ritengo quindi applicabile le distanze stabilite dall’articolo 126 del regolamento quando fra l’intersezione e la postazione la distanza sia inferiore ai suddetti 400 mt. Diversamente, non sarebbe possibile controllare la velocità su tutti i traddi di strada compresi fra intersezione che distano fra loro meno di 400mt; ma ciò sarebbe ovviamente in contrasto con la volontà del legislatore.

INVALIDI, NO DEROGA AI DIVIETI DI SOSTA DELL’ART. 158 Corte di Cassazione – Sentenza n. 9822/2009

La sig.ra … omissis … propose opposizione, ai sensi dell’art. 22 della legge 24 novembre 1981, n. 689, avverso verbale di contestazione elevato nei suoi confronti il 22 giugno 2004 dalla Polizia Municipale di Roma per aver sostato nello spazio riservato alla fermata dei mezzi pubblici, in violazione dell’art. 158 del codice della strada; che l’adito Giudice di pace della capitale, nel contraddittorio con il Comune, ha respinto l’opposizione sul rilievo che la qualità di portatrice di handicap - dedotta dall’opponente - non valeva a consentire la sosta, che la soccombente ha quindi proposto ricorso.
La Cassazione ha respinto il ricorso, per i motivi di seguito descritti.
Con il primo motivo di ricorso, denunciando violazione di norme di diritto, sostiene essere la sosta in questione consentita ai portatori di handicap a norma dell’art. 11 del dpr_ 503_1996 (”Regolamento recante norme per l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici”), nonché dell’ordinanza del Sindaco di Roma n. 482 del 1995, secondo cui il contrassegno speciale di circolazione rilasciato ai portatori di handicap consente a questi ultimi la sosta ove vige il divieto a condizione che non sia di intralcio al traffico; che l’art. 11, comma 3, del richiamato D.P.R. n. 503 recita: “Alle persone detentrici del contrassegno di cui all’art. 12 viene consentita, dalle autorità competenti, la circolazione e la sosta del veicolo al loro specifico servizio, purché ciò non costituisca grave intralcio al traffico, nel caso di sospensione o limitazione della circolazione per motivi di sicurezza pubblica, di pubblico interesse o per esigenze di carattere militare, ovvero quando siano stati stabiliti obblighi o divieti di carattere permanente o temporaneo, oppure quando sia stata vietata o limitata la sosta”.
La Corte rileva come sia evidente, già in base alla semplice esegesi della norma, che questa si riferisce (come è fatto palese dalla locuzione “sia stata vietata o limitata la sosta”)
esclusivamente a divieti di sosta stabiliti con apposito provvedimento dell’autorità competente (ai sensi degli artt. 6, comma 4 lett. d) , e 7, comma 1 lett. a), c.d.s.), e dunque non ai divieti direttamente previsti dalla legge, come quello - rilevante nella specie - di cui all’art. 158, comma 2 lett. d), c.d.s.; né un provvedimento amministrativo, quale l’ordinanza sindacale cui fa cenno la ricorrente, potrebbe comunque disporre diversamente, pena la sua illegittimità e dunque disapplicabilìtà da parte del giudice ordinario.

Cassazione: multe per passaggio con il semaforo rosso? Sono valide solo se contengono indicazioni precise

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione (Sent. n. 9888/2009) ha stabilito che deve essere annullata la multa elevata a un’automobilista che passa con il rosso se nel verbale non viene indicata l’esatta infrazione commessa. La Corte, nel caso di specie, ha evidenziato che “occorre, infatti, considerare che il rilievo, del tutto fondato, dell’indeterminatezza dell’addebito appare assorbente rispetto ad ogni altra questione. Infatti, nel caso in questione la contestazione era stata effettuata con riferimento all’avvenuto superamento dell’incrocio regolato da semaforo con luce rossa o con quella gialla, essendo evidente che si tratta di due fattispecie del tutto diverse e potendo il passaggio con luce gialla, ai sensi dell’articolo 41 decimo comma del Codice della Strada, risultare non sempre vietato. Occorre, altresì, osservare che il passaggio avvenuto ai sensi di quest’ultima disposizione costituisce eccezione alla regola imponente negli altri casi l’arresto anche con luce gialla, ma la contestazione risultava comunque generica in quanto formulante due ipotesi alternative, delle quali l’una escludeva l’altra. Si è di fronte quindi a due ipotesi di contestazione del tutto diverse, ancorché accomunate dallo stesso trattamento sanzionatorio di cui all’articolo 146, terzo comma, Codice della Strada”.

(Data: 01/05/2009 9.00.00 - Autore: Cristina Matricardi)

Cassazione: insidie stradali come buche e tombini vanno sempre segnalate

D'ora in avanti gli enti che hanno il compito diprovvedere alla manutenzione delle strate devono prestare particolare attenzione. Buche, tombini, lavori in corso e insidie di diverso genere presenti sulle strade debbono esere sempre segnalati. In caso contrario, avverte la Cassazione, la mancata segnalazione darà luogo a responsabilità degli enti tenuti alla manutenzione delle strade, in caso di incidente stradale. La Corte (sentenza 11709/2009), in particolare, ha accolto il ricorso di un automobilista che per ben due volte si era visto attribuire la colpa esclusiva di un incidente avvenuto a Fiumicino per la presenza di un tombino "fortemente sporgente dal suolo stradale" e non segnalato. I giudici di merito avevano ritenuto che l'unico colpevole dell'incidente fosse l'automobilista che, andando a forte velocita' aveva investito un automobile parcheggiata nel giardino di un'abitazione. I giudici della Corte ribaltando il verdetto hanno invece evidenziato che, al di la' dell'alta velocita' tenuta dall'automobilista, sicuramente "l'omessa segnalazione dei lavori e del tombino ha avuto una rilevanza causale in ordine al sinistro". Nella sentenza la Corte evidenzia che, pur ammettendo che l'automobilista "tenesse una velocita' eccessiva, la presenza di un cartello di segnalazione e pericolo gli avrebbe consentito di adottare le manovre di emergenza (in particolare, di ridurre drasticamente la velocita'), necessarie ad evitare l'incidente o ad evitarne le conseguenze dannose". Sarà ora necessario fare un nuovo processo in cui si dovrà denere conto della "rilevanza della negligenza dell'ente tenuto alla manutenzione della strada, quanto meno al fine di ravvisare un concorso di colpa e carico dello stesso".

(Data: 23/05/2009 9.00.00 - Autore: Roberto Cataldi)

Verbale di contestazione dei vigili valido fino a querela di falso

Diventa più difficile contestare una multa per violazione del codice della strada. Le attestazioni contenute nel verbale di accertamento della violazione, riguardanti i fatti oggetto di percezione sensoriale del pubblico ufficiale accertatore, possono infatti essere poste nel nulla solo attraverso un giudizio di querela di falso. Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza 17355/2009 che, a sezioni unite, ha così deciso la questione di particolare importanza relativa all'efficacia probatoria delle affermazioni dei verbali della polizia. La contestazione, spiega la Cassazione, è libera solo per le circostanze di fatto della violazione che non sono attestate nel verbale di accertamento come avvenute alla presenza del pubblico ufficiale mentre per le altre non si può che far ricorso alla querela di falso.

Cassazione: multe nulle se il numero civico è sbagliato

Sono nulle le multe se vengono notificate indicando un numero civico sbagliato. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione (sentenza n. 19323/2009 della seconda sezione civile) che ha accolto le richieste di un automobilista a cui era stata recapitata una cartella esattoriale che gli intimava di pagare 331 euro per tre sanzioni amministrative di cui non era mai stato portato a conoscenza. Nella parte motiva della sentenza la Corte spiega che le raccomandate ''non erano state recapitate ma erano state restituite per compiuta giacenza''. In una delle notifiche però ''risultava errato il civico presso il quale risultava essere stata fatta la ricerca da parte dell'ufficiale notificante''. In primo grado il Giudice di Pace non aveva voluto sentire ragioni ed aveva ritenuto che l'automobilista dovesse comunque pagare quelle multe. Il caso è così finito in Cassazione dove l'automobilista ha fatto notare la presenza di diversi errori di notifica e tra questi l'errata indicazione del numero civico. Accogliendo il ricorso la Corte ha annullando la cartella esattoriale mettendo in chiaro che ''non si puo' prescindere dalla verifica dell'esito del procedimento notificatorio (rilevabile solo dall'avviso di ricevimento) ai fini di considerare regolare o meno la notifica del verbale, non potendosi escludere in linea generale che l'avviso di deposito-giacenza dell'atto non sia in effetti pervenuto alla conoscenza dell'interessato, privandolo cosi' della possibilita' di tutelare i propri diritti''. Ora sarà il Comune a dover pagare all'automobilista 400 euro per le spese legali.
(Data: 08/09/2009 15.47.00 - Autore: Roberto Cataldi)

Sosta invalidi e ticket

Autore: Alessandro Casale - Comandante, Dirigente Polizia locale, Attività produttive, Mobilità, Trasporti, Protezione civile e Tempi della Città.
"Scusate se l'avevo già detto!". Questo il titolo del commento di A. Casale alla sentenza del 5 ottobre con cui la Cassazione ha detto che gli invalidi pagano negli stalli blu. Un articolo da non perdere, con un interessante richiamo al valore delle circolari ministeriali.
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Scusate se l’avevo già detto!
Corsi di base, di aggiornamento, convegni (Bergamo 2006)… li ricordo i visi dei colleghi perplessi davanti alle mie parole: “non c’è una norma che consenta agli invalidi di sostare gratuitamente negli stalli blu”.
Ed ora arriva la Corte di Cassazione.
Con la sentenza n. 21271 del 5 ottobre i giudici di Palazzo Spada chiariscono che gli articoli 188 del codice della strada prevedono per i titolari del contrassegno l'esonero, rispettivamente, dai limiti di tempo nelle aree di parcheggio a tempo determinato e dai divieti e limitazioni della sosta disposti dall'autorità competente. Ma l'obbligo di pagare il ticket è tutt’altra cosa e non ha fondamento invocare a sostegno di una diversa interpretazione l'esigenza di favorire la mobilità delle persone disabili. Dalla gratuità della sosta deriva infatti un vantaggio meramente economico, non un vantaggio in termini di mobilità, la quale è favorita dalla concreta disponibilità (piuttosto che dalla gratuità) del posto dove sostare. Quindi, anche in caso di indisponibilità dei posti riservati «non vi è ragione di consentire, in mancanza di una previsione normativa, la sosta gratuita della persona disabile che non abbia trovato posto negli stalli a pagamento.
Nella sentenza i giudici non mancano di ribadire quanto sia la giurisprudenza ordinaria che quella amministrativa vanno ripetendo con sempre maggior fermezza, ovvero che le circolari ministeriali non hanno alcuna cogenza nei confronti dei terzi né delle amministrazioni estranee al Ministero da cui proviene la circolare. La sentenza infatti testualmente recita, a proposito del diritto di esenzione dal pagamento da parte degli invalidi “anconchè teorizzato in circolari della pubblica amministrazione che non hanno valore di norme di diritto”.
Il riferimento dei giudici è alla tesi del Ministero dei Trasporti (nota 6 febbraio 2006, prot. N. 107) secondo la quale “… la chiara volontà del Legislatore di voler facilitare la mobilità dei disabili anche con misure che attengono specificamente al settore della sosta, ivi compresa l’esenzione dal pagamento di tariffe orarie per il parcheggio”. È poi aggiunto “Non vi è dubbio, a parere di questo Ufficio, che non si possa chiedere il pagamento di una tariffa oraria a chi, trovando occupato lo stallo a lui appositamente riservato, ne occupi un altro, peraltro non adeguatamente attrezzato a soddisfare in pieno le sue esigenze, potendosi imputare tale disagio anche ad una mancata previsione, da parte dell’Ente proprietario, di un maggior numero di stalli riservati”.
Avendo la sentenza trattato di un tema delicato e molto sentito, ovvero del valore delle circolari ministeriali, che ha definito non aventi valore di norme di diritto, ritengo opportuno citare un’atra importante sentenza che ha sonoramente bocciato una circolare che ha fatto molto discutere nel periodo di entrata in vigore del divieto di fumo nei locali.
Il riferimento è alla sentenza del Consiglio di Stato del 7 ottobre 2009 n. 6167, e sottolineo CdS quale massimo organo della giustizia amministrativa, che ha bocciato (confermando la sentenza T.A.R. Lazio - Roma, Sez. III ter, n. 6068 del 2005) la circolare del Ministero della Salute che aveva imposto ai gestori dei pubblici esercizi l’obbligo di richiamare formalmente i trasgressori all’osservanza del divieto di fumare e di segnalare, in caso di inottemperanza al richiamo, il comportamento dei trasgressori ai pubblici ufficiali competenti a contestare la violazione e ad elevare il conseguente verbale di contravvenzione.
Il richiamo a questa sentenza del giudice amministrativo è diretto a far capire che le circolari ministeriali non sono una norma di legge cui è doveroso attenersi; se non la si condivide, ovviamente dal punto di vista giuridico e con le dovute argomentazioni, non c’è obbligo di attenersi alla stessa.
IN CONCLUSIONE, possiamo dire che, alla luce di quanto illustrato, se il titolare del contrassegno invalidi sosta all’interno dell’area a pagamento dovrà pagare, ma senza rispettare il limite massimo di durata della sosta. Ciò significa che sulla sua auto potremmo trovare una lunga fila di “grattaesosta”, ognuno per ogni periodo per il quale si prolunga la sosta; cosa ovviamente vietata, invece, agli altri utenti del parcheggio.
Un dubbio esiste, con riferimento allo stallo invalidi posto all’interno dell’area a pagamento: qui si paga? A parer mio no, in quanto il posto riservato sfugge alla regolamentazione vigente nell’area al cui interno è collocato.
Con riferimento poi alle circolari ministeriali, ricordiamo che le norme in esse contenute sono vincolanti soltanto per gli uffici che sono gerarchicamente sotto ordinati all’orano che le ha emesse.
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Note: Con la sentenza n. 21271 del 5 ottobre i giudici di Palazzo Spada chiariscono che gli articoli 188 del codice della strada prevedono per i titolari del contrassegno l'esonero, rispettivamente, dai limiti di tempo nelle aree di parcheggio a tempo determinato e dai divieti e limitazioni della sosta disposti dall'autorità competente. Ma l'obbligo di pagare il ticket è tutt’altra cosa e non ha fondamento invocare a sostegno di una diversa interpretazione l'esigenza di favorire la mobilità delle persone disabili.


 

Corte di Cassazione Civile, sezione seconda - Sentenza n. 14269 del 18/06/2009
Circolazione stradale - Artt. 6, 7, 157, 158, 188, 203 e 204-bis del Codice della Strada - Preavviso di contravvenzione ed asserito stato di necessità - E' inammissibile l'opposizione avverso preavviso di contravvenzione (solitamente apposto sul parabrezza del veicolo del trasgressore), in quanto non costituisce titolo esecutivo ai sensi dell'art. 203 C.d.S., comma 3. Il disagio determinato dal trasporto di pesi dall'autovettura all'abitazione non rientra nel pericolo imminente di danno grave alla persona, non altrimenti evitabile.

FATTO E DIRITTO

Il Comune di Pereto ha proposto ricorso per Cassazione avverso la sentenza indicata in epigrafe con cui il Giudice di Pace aveva accolto l'opposizione proposta da I. A. avverso il verbale di contravvenzione elevato per violazione dell'art. 7 C.d.S..

Il Giudice di Pace annullava le spese aggiuntive alla sanzione richieste per la notifica del verbale di contravvenzione, osservando che erano risultate fondate le deduzioni formulate dal ricorrente avverso l'illegittimità del preavviso di contravvenzione che era risultato privo dell'indicazione dei termini per potere definire l'oblazione ed annullava il verbale, ritenendo che ricorresse nella specie lo stato di necessità putativo, posto che il divieto di sosta era stato violato dall'opponente per evitare la situazione di disagio materiale sussistente per raggiungere la propria abitazione ove trasferire i pesi trasportati dalla propria autovettura.

Ha resistito l'intimato.

Attivatasi procedura ex art. 375 c.p.c. il Procuratore Generale ha inviato richiesta scritta di accoglimento del ricorso per manifesta fondatezza.

Il resistente ha depositato memoria illustrativa.

Il ricorso è manifestamente fondato e va accolto.

Con il primo motivo il ricorrente, lamentando violazione e falsa applicazione di norme di diritto nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., n. 5), censura la sentenza che nell'escludere l'obbligo dell'opponente di corrispondere le spese accessorie alla sanzione, aveva omesso qualsiasi argomentazione atta a sostenere la tesi dell'invalidità del preavviso, non avendo in proposito preso in esame le osservazioni in proposito formulate dal Comune.

Al riguardo va considerato che in tema di sanzioni amministrative per violazione delle norme del codice della strada, è inammissibile il rimedio dell'opposizione di cui alla L. n. 689 del 1981 avverso il mero preavviso di contravvenzione (solitamente apposto sul parabrezza del veicolo del trasgressore), che è atto prodromico all'ordinanza - ingiunzione e non può essere equiparato nè al verbale di contestazione immediata, nè al verbale di accertamento notificato al trasgressore, in quanto, a differenza di essi, atto non idoneo - se non impugnato - a costituire titolo esecutivo ai sensi dell'art. 203 C.d.S., comma 3.

Ne consegue che il Giudice di Pace non avrebbe potuto sindacare la legittimità del preavviso per dedurne che non fossero dovute le spese di notifica, della contravvenzione.

L'obbligo di pagamento delle spese di notifica della contravvenzione conseguivano alla mancata oblazione che, a seguito dell'avviso dell'infrazione, l'opponente avrebbe potuto effettuare evitando la notificazione del verbale.

Con il secondo motivo il ricorrente,lamentando violazione e falsa applicazione dell'art. art. 360 c.p.c., n.ri 3 e 5), censura la sentenza laddove aveva erroneamente ritenuto sussistente, in via putativa, la causa di esclusione della responsabilità L. n. 689 del 1981, ex art. 4.

La doglianza è fondata.

In tema di sanzioni amministrative, ai fini dell'accertamento della sussistenza o meno delle cause di esclusione della responsabilità previste dalla L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 4, occorre, in mancanza di ulteriori precisazioni, fare riferimento alle disposizioni che disciplinano i medesimi istituti nel diritto penale.

La responsabilità dell'autore dell'illecito è esclusa in caso di erronea supposizione della sussistenza degli elementi concretizzanti una causa di esclusione della responsabilità, in quanto la citata L. n. 689 del 1981, art. 3 esclude la responsabilità quando la violazione è commessa per errore sul fatto, ipotesi questa nella quale rientra anche l'erroneo convincimento della sussistenza di una causa di giustificazione, quando tale convinzione sia stata determinata da circostanze obiettive, di cui colui che invoca l'esimente deve provare la sussistenza sulla base di dati concreti i quali siano tali da giustificare la supposizione di trovarsi in una situazione di effettivo pericolo che non lasci all'agente altra scelta se non quella di violare il precetto normativo, supposizione che sia provocata da circostanze oggettive.

E l'esclusione della responsabilità per violazioni amministrative derivante da "stato di necessità", secondo la previsione della L. n. 689 del 1981, art. 4 postula, in applicazione degli artt. 54 e 59 c.p., che fissano i principi generali della materia, una effettiva situazione di pericolo imminente di danno grave alla persona, non altrimenti evitabile: nella specie, non ricorreva l'esimente putativa applicata dal giudicante, posto che non poteva ravvisarsi neppure la supposizione di trovarsi in una situazione che fosse configurabile in astratto come di stato di necessità, tenuto conto che la sentenza ha fatto riferimento alla situazione di disagio determinato dal trasporto dei pesi dalla autovettura alla propria abitazione che evidentemente non potrebbe rientrare nel pericolo imminente di danno grave alla persona, non altrimenti evitabile.

La sentenza va cassata.

Non essendo necessari ulteriori accertamenti, la causa va decisa nel merito ai sensi dell'art. 384 c.p.c..

L'originaria opposizione va rigettata.

Le spese della presente fase vanno poste a carico del resistente, risultato soccombente.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l'originaria opposizione.

Condanna l'intimato al pagamento in favore del ricorrente delle spese relative alla fase di legittimità che liquida in Euro 500,00 di cui Euro 100,00 per esborsi ed Euro 400,00 per onorari di avvocato, oltre spese generali ed accessori di legge.