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Corte di Cassazione – Sentenza n. 48379/2008

Diritto di accesso CONSIGLIO DI STATO, SEZ. IV - sentenza 12 dicembre 2008 n. 6187Furto d'uso Cass. pen. Sez. V, (ud. 17-10-2008) 19-11-2008, n. 43224
Corte Costituzionale: false informazioni alla pg non punibile se non aveva obbligo di renderle RESISTENZA A P.U., CONCORRE CON REATO DI LESIONI Corte di Cassazione Sez. Sesta Pen. Sent. del 16.4.2009Accertamenti urgenti, verbale può essere sostituito da annotazione di P.G.
Disturbo alle persone
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I PENALE - SENTENZA 15 luglio 2009, n.28853
Diritto di accesso No ad atti di polizia TAR LAZIO - LATINA, SEZ. I - sentenza 6 ottobre 2010 n. 1653 Bitonto 12 ottobre 2010
 
Accattonaggio è sempre reato
Non commette furto chi copia i files Cassazione penale , sez. IV, sentenza 21.12.2010 n° 44840  

 

MEDICO REPERIBILE, SE NON INTERVIENE E’ REATO

Corte di Cassazione – Sentenza n. 48379/2008

Tizio ricorre per cassazione contro la decisione confermativa della sentenza con cui il Tribunale di Montepulciano lo condannò, con i doppi benefici di legge, alla pena di sei mesi di reclusione per il delitto di cui all’art. 328, comma 1, cod. pen. (rifiuto di atti d’ufficio) per avere, in qualità di medico chirurgo in servizio di seconda reperibiIità presso il Presidio ospedaliero di Nottola, indebitamente rifiutato un atto del suo ufficio che, per ragioni di sanità, doveva essere compiuto senza ritardo; segnatamente, per essersi rifiutato, in tre distinti e successivi momenti, di sottoporre a nuova visita la paziente … omissis … , il cui quadro clinico si era rapidamente evoluto peggiorando al punto di imporre un intervento che veniva eseguito da altri sanitari di reperibilità, essendosi il … omissis … rifiutato di recarsi in ospedale.

Il ricorrente si duole dell’erronea applicazione della legge penale ex art 328 cod. pen. e di altre norme giuridiche di cui si deve tenere conto nell’applicazione della legge penale per

insussistenza dei requisiti (oggettivo e soggettivo) della fattispecie penale contestata per mancanza dell’urgenza dell’atto dovuto, dell’indebitezza della condotta dell’imputato e della corretta individuazione dell’atto dovuto stesso.

La Cassazione ha rigettato il ricorso, per i motivi di seguito indicati.

Il … omisis … oppose un indebito e reiterato rifiuto a recarsi nuovamente in ospedale per sottoporre a nuova visita la paziente, nonostante la reiterata richiesta del chirurgo di prima reperibilità e dell’anestesista rianimatore, due tecnici qualificati, che lo sollecitavano in tal senso rendendolo edotto del progressivo aggravamento delle condizioni della malata rispetto a quelle da lui constatate alle ore

23, all’atto della prima visita.

In tale condotta i giudici di merito hanno esattamente individuato la sussistenza del delitto di cui all’art. 328 cod. pen..

Ciò che stato correttamente ascritto e addebitato al … omissis …non è l’omesso intervento chirurgico, bensì il rifiuto indebito dell’atto dovuto, richiestogli reiteratamente dai medici suoi colleghi in adempimento delle disposizioni organizzatorie dell’ospedale.

L’art. 328 cod. pen. delinea la fattispecie penale volta ad assicurare il regolare funzionamento della pubblica amministrazione, imponendo ai pubblici funzionari assolvere, con scrupolo e tempestività, ai doveri inerenti alla loro attività funzionale al fine di prevenire situazioni di pericolo in materia di giustizia o sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità.

E’ del tutto irrilevante che condotta di rifiuto di rifiuto derivi un effettivo pregiudizio per i beni finali presi in considerazione dalla norma.

L’art. 328 cod. pen. delinea la fattispecie penale volta ad assicurare il regolare funzionamento della pubblica amministrazione, imponendo ai pubblici funzionari assolvere, con scrupolo e tempestività, ai doveri inerenti alla loro attività funzionale al fine di prevenire situazioni di pericolo in materia di giustizia o sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità. Lo ha ribadito la Cassazione con la

sentenza n. 48379/2008. la sentenza, relativa ad un fatto avvenuto nell’ambito del comparto sanità, delinea principi ovviamente applicabili anche ai dipendenti degli enti locali.

Diritto di accesso CONSIGLIO DI STATO, SEZ. IV - sentenza 12 dicembre 2008 n. 6187
R E P U B B L I C A I T A L I A N A
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) ha pronunciato la seguente
DECISIONE
sul ricorso N. 7854 del 2007, proposto dal Ministero della Difesa, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, presso la stessa domiciliato ex lege in Roma, via dei Portoghesi n. 12;
contro
D’Otolo Antonio, rappresentato e difeso dagli avv.ti Rizzardo del Giudice e Pierfrancesco della Porta, elettivamente domiciliato presso quest’ultimo in Roma, via Lorenzo Valla n. 2;
per l’annullamento
della sentenza n.2004/07 del T.A.R. del Veneto, Sez.I;
Visto il ricorso con i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio dell’appellato;
Vista la memoria difensiva di quest’ultimo;
Visti gli atti tutti della causa;
Relatore, alla Camera di consiglio del 17 ottobre 2008 il cons. Anna Leoni;
Uditi, altresì, l’Avvocato dello Stato Russo e l’avvocato Rizzardo Del Giudice.
FATTO
Il maresciallo dei carabinieri Antonio D’Otolo proponeva istanza di accesso, rivolta al Comando provinciale dei Carabinieri di Napoli - Reparto operativo- Nucleo informativo (RONI), avente ad oggetto il foglio n. 03555254/2-2 P con il quale il RONI aveva riscontrato una richiesta di informazioni proveniente dal Comando provinciale dei Carabinieri di Treviso. Ciò al fine di avanzare richiesta risarcitoria in relazione ad espressioni ivi contenute.
In esito a detta istanza il RONI trasmetteva al ricorrente copia del foglio richiesto, nel quale si faceva riferimento al foglio n. 274/13-13-1998 (rectius 1994), nonché agli atti ad esso collegati, per il quale il D’Otolo faceva nuova istanza di accesso, diretta al Comando Compagnia Carabinieri di Treviso, esponendo esigenze analoghe a quelle rappresentate nella prima istanza.
A detta istanza l’Amministrazione rispondeva negativamente, trattandosi di documenti sottratti all’accesso, sia perché afferenti ad atti giudiziari, sia perché rientranti nell’ambito applicativo dell’art. 24, comma I, lett.A), della L. n. 241 del 1990, nonché dell’Allegato 1 punto 11 ed All. 2 punto 9 al D.M. n. 519/95.
Il provvedimento di diniego veniva impugnato dal D’Otolo innanzi al T.A.R. del Veneto che, dopo aver esperito istruttoria circa la classifica di segretezza, accoglieva il ricorso, escludendo in particolare che potesse essere negato l’accesso in ragione della pendenza di procedimento penale, trattandosi di atti non più coperti da segreto istruttorio, essendo già intervenuta la chiusura delle indagini preliminari.
Il Ministero della difesa appellava la sentenza, censurandola sia per aver ritenuto la violazione della normativa del Regolamento interno della Commissione UE, in tema di classifiche di sicurezza; sia perché la classifica di sicurezza era stata apposta sul f. n. 274/13-13/1994, avente carattere logicamente prioritario rispetto alla nota del RONI, che pertanto si estenderebbe ai documenti collegati; sia per la ritenuta carenza, nel documento per cui è causa, di informazioni tali da giustificarne la classificazione, in quanto l’apprezzamento delle ragioni di secretazione può appartenere solo all’Amministrazione; sia, infine, perché il solo fatto che si tratti di atto sottoposto a classificazione costituirebbe motivazione adeguata al provvedimento di diniego.
L’amministrazione chiedeva, altresì, la sospensione della sentenza in via cautelare, concessa con provvedimento inaudita altera parte n. 5335/07 e successivamente confermato.
Si costituiva l’appellato, producendo articolata memoria a conforto delle proprie difese.
Il ricorso veniva inserito una prima volta nel ruolo di Camera di consiglio del 19 febbraio 2008, in esito alla quale la Sezione, con decisione interlocutoria n. 1872/08, chiedeva chiarimenti in ordine alla circostanza se la documentazione oggetto della denegata richiesta di accesso fosse, allo stato, e tenuto conto della fase in cui si trovavano le indagini penali, classificata come riservata e/o sottraibile all’accesso.
La Regione carabinieri Veneto, Compagnia di Treviso rispondeva alla richiesta istruttoria con nota datata 11 giugno 2008.
Il ricorso veniva inserito nel ruolo di Camera di consiglio del 17 ottobre 2008 e trattenuto per la decisione.
DIRITTO
1. L’ appello è fondato e va accolto.
Il sig. D’Otolo, con istanza diretta al Comando provinciale dei carabinieri di Napoli- Reparto operativo- Nucleo informativo (RONI) aveva chiesto di accedere al foglio n. 03555254/2-2-P con il quale il RONI aveva riscontrato una richiesta di informazioni proveniente dal Comando provinciale dei Carabinieri di Treviso.
Ciò al fine di avanzare richiesta risarcitoria in relazione a talune espressioni contenute nella notizia di reato n. 1 9/872 datata 13 novembre 2002 del Comando Stazione carabinieri di Nola nonché di dimostrare che le informazioni fornite al Comando Provinciale Carabinieri di Treviso con il documento di cui si chiedeva l’accesso non erano rispettose di disposizioni impartite dal Comando generale dell’Arma dei Carabinieri con foglio n. 1125/4-1 del 2 luglio 1996.
All’esito di detta istanza il RONI trasmetteva al richiedente copia del foglio n. prot. 03552264/2-I del 24/2/99, nel quale si faceva riferimento al foglio 274/13-13/1994 del 28 gennaio 1999 inoltrato dalla Compagnia Carabinieri di Treviso.
Il sig. D’Otolo proponeva allora nuova istanza di accesso datata 10/8/06 rivolta al Comando Compagnia carabinieri di Treviso per chiedere l’accesso al foglio n. 274/13-13/1994, nonché agli atti ad esso collegati, esponendo esigenze analoghe a quelle addotte a fondamento della prima istanza di accesso.
A tale seconda richiesta l’Amministrazione opponeva diniego, motivandolo con riferimento al fatto che si trattava di documenti sottratti all’accesso, sia in quanto afferenti ad atti giudiziari e come tali accessibili soltanto secondo le modalità stabilite dal codice di procedura penale, sia in quanto essi rientravano nell’ambito applicativo dell’art. 24 comma 1) lett.A della L.n. 241 del 1990, nonché dell’All. 1 punto 11 ed all.2 punto 9) al D.M. n. 519/95.
Il provvedimento di diniego veniva impugnato avanti al TAR del Veneto che, dopo aver esperito istruttoria, accoglieva il ricorso, escludendo che l’accesso potesse venire negato in ragione della pendenza di procedimento penale, essendosi detto procedimento già concluso ed, altresì, escludendo che detto atto potesse venire sottratto all’accesso in virtù della disciplina sulla segretezza e riservatezza degli atti.
Con il primo motivo di appello l’Amministrazione contesta, anzitutto, la sentenza del TAR per quanto attiene alla ritenuta violazione della normativa di cui al regolamento interno della Commissione UE, attuato con D.P.C.M. dell’11/04/2003.
La censura può essere condivisa, non essendo riscontrabile, dagli atti di causa, che il foglio n. 274/13-13/1995, oggetto di richiesta di accesso, sia stato assoggettato a classificazione UE, con conseguente sottoposizione al Regolamento in parola, ancorché sussistano precise corrispondenze fra le classifiche di sicurezza UE e quelle nazionali, così come previsto dal citato D.P.C.M. 11/04/03.
E’, altresì, da condividersi il rilievo dell’Amministrazione secondo cui, ove anche potesse applicarsi il Regolamento, la classificazione è stata apposta al foglio n. 274- 13-13/1994 del 28/1/99, ma non anche alla nota n. 03552264/2-I-P con cui il RONI riscontra il primo documento citato, sicchè anche alla seconda nota, in quanto documento collegato, avrebbe dovuto estendersi la classificazione più elevata e non viceversa, come ha ritenuto il TAR. Comunque sia, solo il Comando dei Carabinieri di Treviso, che ha originato il documento principale avrebbe potuto declassificarlo e non il RONI.
L’Amministrazione censura, poi, la sentenza nella parte in cui sostiene la presumibile carenza, nel documento di cui è causa, di informazioni tali da giustificarne la classificazione.
Al riguardo va ricordato come, nel disegno di cui alla L. n. 241 del 1990, la giurisprudenza abbia considerato ammissibile la domanda di accesso ad atti e documenti solo se ha ad oggetto documenti ed attività qualificabili come amministrative, quanto meno in senso soggettivo e funzionale (Ap. n. 5/1999) e all’opposto, abbia ritenuto inammissibile la domanda di accesso agli atti processuali (Cons. Stato, VI Sez., n.1882 del 2001) ed a quelli espressione dell’attività giurisdizionale (C.S., IV Sez. n. 883 del 2002 e n. 961 del 2003).
Così pure è stato escluso il diritto di accesso, a norma dell’art. 24, 1^ comma, lett.a), della l. n. 241 del 1990, non solo per i documenti coperti da segreto di Stato, ma anche in tutti i casi in cui sussista un "divieto di divulgazione" previsto da norme di legge o di regolamento, compresi tra questi i documenti che siano coperti da classifica di "riservato" (C.S., VI Sez., n. 5569 del 2006).
Nella fattispecie in esame, la richiesta di accesso riguardava una nota (la n. 274-13-13/1994)inoltrata dalla Compagnia Carabinieri di Treviso al RONI di Napoli nell’ambito di attività informativa attinente all’esercizio di funzioni di polizia giudiziaria specificamente attribuite dall‘ordinamento, in quanto tale sottratta all’accesso ai sensi dell’art. 24 L.n. 241 del 1990 (C.S. VI sez., n. 7389/2006).
Per di più detta nota riportava la dicitura"riservato" in intestazione e a piè di pagina, il che la rendeva documento classificato e, quindi, escluso dall’accesso, ai sensi dell’art. 24 comma 1 lett.a) L.n. 241 cit. e dell’All. 1 punto 11 del D.M. n. 519 del 14/06/1995.
Né può giovare, coma ha fatto il TAR, rilevare carenze circa i contenuti dell’atto ai fini della sua classificazione di segretezza, in quanto tali apprezzamenti rientrano nella sfera esclusiva di apprezzamento di merito dell’Amministrazione.
Per quanto riguarda, poi, il foglio 0355264/2 del 24 febbraio 1999, recante informazioni su procedimento penale pendente, nonché stralcio di comunicazione di notizia reato che, oltre a contenere informazioni riguardanti atti giudiziari, riportava informazioni relative all’espletamento dei servizi di polizia giudiziaria, va rilevata la sua riferibilità non all’esercizio di attività amministrativa, ma a quella di funzioni di polizia giudiziaria, come tale sottratta all’accesso (v. All. 2 al D.M. n. 519/95).
Va, da ultimo rilevato, come la circostanza che il procedimento penale cui detti atti accedevano si sia concluso renda praticabile la modalità di accesso per gli stessi prevista dal codice di procedura penale, agli artt. 116 e 243.
2. Per le suesposte considerazioni, l’appello va accolto, con conseguente riforma della sentenza impugnata.
Sussistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese del doppio grado di giudizio.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale – Sezione IV- definitivamente pronunciando in ordine al ricorso indicato in epigrafe, lo accoglie e per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata, rigetta il ricorso di primo grado.
Compensa fra le parti le spese del doppio grado di giudizio.
Ordina che la presente sia eseguita dall’Autorità amministrativa.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio del 17 ottobre 2008, con l'intervento dei Signori:
Giovanni Vacirca Presidente
Giuseppe Romeo Consigliere
Anna Leoni Consigliere, est.
Sergio De Felice Consigliere
Vito Carella Consigliere
L’ESTENSORE IL PRESIDENTE
Anna Leoni Giovanni Vacirca
Depositata in Segreteria Il 12/12/2008.
Furto d'uso Cass. pen. Sez. V, (ud. 17-10-2008) 19-11-2008, n. 43224

Fatto - Diritto P.Q.M.
Svolgimento del processo - Motivi della decisione
P.R. ricorre avverso la sentenza della Corte di appello di Lecce, sezione per i minorenni, in data 5.3.08, che ha confermato quella emessa dal locale g.u.p. il 21.5.07 con la quale è stato condannato, per il reato di furto pluriaggravato del furgone Ducato tg. (OMISSIS), commesso in (OMISSIS), ritenuta l'equivalenza della diminuente della minore età, alla pena di un anno di reclusione ed Euro 200,00 di multa.
Deduce il ricorrente, con un unico motivo, violazione dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e) e art. 125 c.p.p., in relazione agli artt. 624, 625 e 626 c.p. e art. 336 c.p.p., nonchè contraddittorietà della motivazione per non avere la Corte di merito derubricato il reato contestato da furto aggravato a furto d'uso, stanti le dichiarazioni del teste Po.St., responsabile della Comunità che ospitava il ricorrente, proprietaria del furgone in argomento, con conseguente improcedibilità per difetto di querela, attesa comunque l'insussistenza della aggravante del mezzo fraudolento essendosi il P. limitato a prelevare le chiavi di accensione del veicolo dal cassetto aperto in cui erano custodite.
In ogni caso - concludeva il ricorrente - l'atto presentato il 30.3.06 aveva un contenuto meramente dichiarativo, essendosi limitato il Po. a riferire all'autorità di polizia che il furgone era stato prelevato dal P., per cui mancava una chiara volontà che si procedesse nei confronti del colpevole.
Il ricorso è fondato.
Erroneamente i giudici territoriali hanno ritenuto sussistente l'aggravante del mezzo fraudolento, che, come tale, secondo quanto previsto dall'art. 626 c.p., comma 2, rende inapplicabile la fattispecie del furto d'uso.
Se ordinariamente l'uso da parte dell'autore di un furto, per aprire serrature o altri congegni di chiusura, di chiave non legittimamente venuta in suo possesso, concretizza il carattere della fraudolenza, avuto riguardo al modo di apprensione della chiave, di solito improntato a una qualche escogitazione particolare del reo, tuttavia allorchè la disponibilità della chiave venga al reo ad offrirsi casualmente ed occasionalmente, senza che egli abbia dovuto operare nulla più che prendere la chiave stessa ed usarla, il fatto esula dal concetto di fraudolenza e poichè nella specie il P., per impossessarsi del furgone Ducato, ha utilizzato la chiave di accensione semplicemente prelevandola dal cassetto del veicolo in cui era riposta, non v'è dubbio che non ne abbia acquisito la disponibilità in maniera fraudolenta, per cui detto comportamento non ha integrato gli estremi della aggravante di cui all'art. 625 c.p., n. 2, che rende perseguibile d'ufficio il reato di furto, secondo quanto prevede l'art. 624 c.p., comma 3.
Poichè è risultato pacifico che il P., qualche ora dopo essersi impossessato del furgone, ha consentito il ritrovamento del mezzo avendo incaricato la propria madre di avvisare il responsabile della casa famiglia, Po.St., circa la via dove era stato lasciato parcheggiato il veicolo, per cui la fattispecie in esame deve essere ricondotta in quella prevista dall'art. 626 c.p., e poichè il Po., responsabile della comunità ospitante il ricorrente, si è limitato a denunciare la sottrazione del veicolo, senza esprimere la volontà di perseguire penalmente il responsabile dell'impossessamento del furgone, la sentenza impugnata va annullata senza rinvio perchè, qualificato il fatto come violazione dell'art. 626 c.p., l'azione penale non poteva essere iniziata per mancanza di querela.
P.Q.M.
La Corte, qualificato il fatto come violazione dell'art. 626 c.p., annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè l'azione penale non poteva essere iniziata per mancanza di querela.
Così deciso in Roma, il 17 ottobre 2008.
Depositato in Cancelleria il 19 novembre 2008

Corte Costituzionale: false informazioni alla pg non punibile se non aveva obbligo di renderle

La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 384, secondo comma, del codice penale, nella parte in cui non prevede l’esclusione della punibilità per false o reticenti informazioni assunte dalla polizia giudiziaria, fornite da chi non avrebbe potuto essere obbligato a renderle o comunque a rispondere in quanto persona indagata per reato probatoriamente collegato – a norma dell’art. 371, comma 2, lettera b), codice di procedura penale – a quello, commesso da altri, cui le dichiarazioni stesse si riferiscono.

Orbene, mentre il mendacio e la reticenza davanti all’autorità giudiziaria configurano ipotesi di reato, le informazioni false o reticenti rese alla polizia giudiziaria (incluse nella stesura originaria dell’art. 371-bis, secondo la formulazione contenuta nell’art. 11, comma 1, del decreto-legge 11 giugno 1992, n. 306, ma escluse al momento della conversione del decreto nella legge 7 agosto 1992, n. 356) non rientrano in una specifica fattispecie di reato. Esse, tuttavia, come sottolinea la Consulta <<non sono penalmente irrilevanti, in quanto possono concorrere, in presenza degli altri elementi previsti dalla legge, ad integrare il reato di favoreggiamento personale, ai sensi dell’art. 378 cod. pen. (così la sentenza di questa Corte n. 416 del 1996, che dichiarò l’illegittimità costituzionale dell’art. 384, secondo comma, cod. pen., nella parte in cui non prevedeva l’esclusione della punibilità per false o reticenti informazioni assunte dalla polizia giudiziaria, fornite da chi avrebbe dovuto essere avvertito della facoltà di astenersi dal renderle, a norma dell’art. 199 cod. proc. pen.). Peraltro, avuto riguardo all’espressa limitazione stabilita nel secondo comma dell’art. 384 cod. pen. alle fattispecie di reato in esso contemplate (né potendosi estendere al secondo comma il riferimento che all’art. 378 è fatto, in altro e diverso contesto, dal primo comma dello stesso art. 384), la non punibilità delle dichiarazioni mendaci formulate nelle circostanze previste nel detto art. 384, secondo comma, non si estende al caso in cui esse siano rese alla polizia giudiziaria>>.
Secondo il giudice delle leggi, <<tale diversità di disciplina (…) è palesemente irragionevole>>.
Come già messo in luce nella sentenza n. 416 del 1996, la Corte Costituzionale evidenzia che <<le due attività d’indagine, rispettivamente previste dagli artt. 351 e 362 cod. proc. pen., presentano una sostanziale omogeneità, in quanto appartengono alla fase procedimentale delle indagini preliminari. Pertanto tra il delitto di false dichiarazioni rese al pubblico ministero e quello di favoreggiamento dichiarativo, commesso con la condotta di false o reticenti informazioni rese alla polizia giudiziaria, si evidenzia una sostanziale omogeneità del bene protetto dalle fattispecie che consiste nella funzionalità di ciascuna fase rispetto agli scopi propri nei quali le esigenze investigative (specialmente agli inizi del procedimento) e quelle della ricerca della verità (specialmente nella fase finale del processo) si sommano, sicché gli artt. 378, 371-bis e 372 cod. pen. finiscono per presidiare ciascuno una fase distinta del procedimento e del processo, restando simmetricamente esclusa – per predominante giurisprudenza – l’eventualità che la stessa condotta integri la violazione di più d’una di tali norme secondo lo schema del concorso formale di reati (art. 81 cod. pen.). Inoltre va segnalata l’identità delle condotte materiali (mendacio o reticenza) che nelle diverse ipotesi possono risultare rilevanti>>.
Ma, secondo la Corte, <<la riscontrata diversità di disciplina si palesa ancor più irrazionale considerando l’evoluzione normativa del sistema processuale che, prima con le modifiche introdotte col decreto legge n. 306 del 1992 (convertito con modificazioni dalla legge n. 356 del 1992) e poi con quelle stabilite dalla legge n. 63 del 2001, non soltanto ha statuito la sussistenza, in capo al soggetto chiamato dalla polizia giudiziaria a rendere dichiarazioni, degli stessi obblighi previsti per chi è chiamato a deporre innanzi al pubblico ministero (e per il testimone), cioè dell’obbligo di rispondere e di dire il vero, salvo il limite della possibilità di un suo coinvolgimento, ma ha portato ad una sostanziale equiparazione, anche sotto il profilo della valenza processuale, delle dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria a quelle rese al pubblico ministero. Infatti, i verbali di entrambe possono essere utilizzati per le contestazioni, valutati per la credibilità del teste, in determinate ipotesi acquisiti al fascicolo del dibattimento ed utilizzati per la decisione (art. 500 cod. proc. pen.). Il giudice può disporre, a richiesta di parte, che sia data lettura di entrambi i verbali quando, per fatti o circostanze imprevedibili, ne sia divenuta impossibile la ripetizione (art. 512 cod. proc. pen.), oppure quando si tratta di dichiarazioni di persona residente all’estero nelle circostanze di cui all’art. 512-bis cod. proc. pen., nonché di dichiarazioni rese in altri procedimenti, se le stesse sono divenute irripetibili o se le parti ne consentono la lettura (art. 238, commi 3 e 4, cod. proc. pen.) e, infine, in caso di acquisizione consensuale ai sensi degli artt. 431, comma 2, 493, comma 3, 500, comma 7, cod. proc. pen.>>
Tale convergenza di disciplina processuale rende del tutto irragionevole il diverso regime giuridico riscontrabile tra le corrispondenti condotte di mendacio o reticenza, qualora esse siano riconducibili alle ipotesi di reato previste, rispettivamente, dall’art. 371-bis e dall’art. 378 cod. pen. (limitatamente alla condotta di false o reticenti informazioni assunte dalla polizia giudiziaria), non essendo applicabile alla seconda ipotesi (per mancata previsione normativa) la citata causa di non punibilità nel caso di assunzione d’informazioni ad opera della polizia giudiziaria, ancorché non sia configurabile in capo al dichiarante un obbligo di renderle o comunque di rispondere in quanto persona indagata per reato probatoriamente collegato, a norma dell’art. 371, comma 2, lettera b), cod. proc. pen., a quello (commesso da altri) cui le dichiarazioni stesse si riferiscono>>.
Ne consegue l’illegittimità costituzionale, per violazione dell’art. 3 Cost. sotto il profilo della ragionevolezza, dell’art. 384, secondo comma, cod. pen., nella parte in cui non prevede l’esclusione della punibilità per false o reticenti informazioni assunte dalla polizia giudiziaria, fornite da chi non avrebbe potuto essere obbligato a renderle o comunque a rispondere per la ragione ora indicata.
(Corte Costituzionale, Sentenza 20 marzo 2009, n. 75).

RESISTENZA A P.U., CONCORRE CON REATO DI LESIONI Corte di Cassazione Sez. Sesta Pen. Sent. del 16.4.2009
Il delitto di resistenza a pubblico ufficiale assorbe soltanto quel minimo di violenza che si concreta nelle percosse, non già quegli atti che, esorbitando da tali limiti, siano causa di lesioni personali. Lo ha stabilito la Cassazione penale con la sentenza dello scorso 16 aprile.

La Corte d’appello di Napoli ha riformato la sentenza di assoluzione emessa in data 7 febbraio 2005 dal Tribunale della stessa città e ha condannato alla pena di mesi cinque di reclusione per i reati di resistenza e
lesioni in danno di due vigili urbani.
Il primo giudice era pervenuto al proscioglimento ritenendo mancante l’elemento psicologico dei reati a causa dello stato di agitazione in cui si era venuto a trovare l’imputato, a causa dello “stress da traffico”.
I giudici d’appello hanno invece ritenuto, sulla base delle prove acquisite, che l’imputato abbia aggredito i vigili urbani che, nell’esercizio delle loro funzioni, gli impedivano, per motivi di traffico, l’accesso in una strada di Napoli, strappando la paletta dalle mani di uno di loro e provocando all’altro lesioni personali.
Inoltre, si contesta il ritenuto concorso tra i due reati, rilevando che può aversi concorso solo nell’ipotesi in cui la condotta dell’agente esorbiti i limiti minimi di violenza e minaccia posti in essere nella consumazione del delitto di resistenza, mentre nel caso di specie tali limiti non sono stati superati, anche in considerazione dello stato psicologico dell’imputalo, alterato a causa del traffico. In sostanza, si sostiene essersi trattato di una manifestazione di insofferenza dettata dallo stato di agitazione causato dal traffico.
II ricorso è manifestamente infondato.
Si osserva che il delitto di resistenza a pubblico ufficiale assorbe soltanto quel minimo di violenza che si concreta nelle percosse, non già quegli atti che, esorbitando da tali limiti, siano causa di lesioni personali
(Sez. VI, 14 aprile 2008, n. 27703,1 B.
Nella specie, la reazione posta in essere dall’imputato, cagionando lesioni alle persone offese, ha “esorbitato” dai limiti sopra indicati, per cui non vi sono ragioni per escludere il concorso del delitto di lesioni personali con quello di resistenza a pubblico ufficiale.

ACCERTAMENTI URGENTI, VERBALE PUO’ ESSERE SOSTITUITO DA ANNOTAZIONE DI P.G.

Corte di cassazione, sez. Ii penale - sentenza 12 marzo 2009, n.11071
Con sentenza del 26.9.2008, la corte di Appello di Torino, in parziale riforma della sentenza del gup del Tribunale di Ivrea del 23.11.2007, appellata da L. S., imputato dei reati di rapina aggravata e continuata, violazione dì domicilio e lesioni personali volontarie, riduceva ad anni quattro, mesi due e giorni venti di reclusione , ed euro 1133,00 di multa inflitta all'imputato dal
giudice di primo grado, confermando, nel resto l'impugnata sentenza.
Secondo la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito, una delle persone offese, A.B., rientrando a casa il 20.11.2006 a bordo della propria autovettura Renault Clio, aveva trovato
la stradina di accesso all'abitazione occupata da un'autovettura Volvo con a bordo tre sconosciuti.
Insospettita dalla presenza dei tre, aveva quindi disposto la propria autovettura in modo da impedire all'altra il passaggio sulla stessa stradella, ma era stata in un primo momento costretta da uno degli sconosciuti a scendere dall' auto, che quello aveva provveduto a spostare per lasciare libero il transito, tornando poi a bordo della Volvo.
La donna non si era però persa d'animo e, risalita a bordo della Clio, l'aveva nuovamente disposta in modo da bloccare l'altra autovettura, ma due degli occupanti della Volvo l'avevano stavolta violentemente trascinata fuori dalla Clio, provocandole delle lesioni, ed erano saliti al suo posto a bordo della stessa autovettura, con la quale si erano quindi allontananti seguiti dal complice rimasto alla guida della Volvo. Dopo l'allontanamento dei tre, la donna aveva subito verificato l'avvenuto furto di numerosi oggetti, meglio descritti nel capo a) dell'imputazione, che gli ignoti malviventi avevano trafugato all'interno della sua abitazione dopo avervi fatto ingresso forzando la porta dell'autorimessa. Le successive indagini dei carabinieri, avevano portato alla rapida identificazione di due protagonisti dei fatti, i fratelli Elvis e Adamo Trompino, riconosciuti dalla Berta e giudicati separatamente.
Il L. era stato infine identificato come uno dei componenti del terzetto grazie agli accertamenti dattiloscopici effettuati all'interno dell'abitazione su quattro impronte papillari, una delle quali risultò contenere 17 punti caratteristici coincidenti con l'impronta dell'imputato.
Costui era stato poi individuato dai verbalizzanti in occasione di una perquisizione domiciliare all'interno dell'abitazione del fratelli Trompino, ai quali era legato da rapporti di parentela; nella stessa occasione, era stata rinvenuta una motosega facente parte del compendio del furto.
Ha proposto ricorso per cassazione il difensore del L., eccependo con un primo motivo, la lesioni dei diritti della difesa in ordine alla metodologia seguita nel corso delle indagini per la rilevazione delle impronte papillari poi ritenute attribuibili all'imputato, che non avrebbe offerto alla difesa la possibilità di un serio controllo della procedura di rilevazione e dell'attendibilità scientifica dei risultati.
Con il secondo motivo, deduce contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione della sentenza impugnata per avere affermato che la responsabilità dell'imputato in ordine ai fatti di rapina, fosse a lui ascrivibile a titolo di dolo diretto e non di concorso anomalo ex art. 116 c.p..
Il motivo prende spunto dallo specifico ruolo assunto dall'imputato dopo il furto nell'abitazione della B., dovendosi ritenere, secondo la difesa, che il L. fosse rimasto sempre al posto di guida
dell'autovettura Volvo senza prendere parte alla violenta azione dei complici diretta a costringere la B. a lasciare libero il passaggio sulla stradella di accesso alla sua abitazione, azione conclusasi con l'impossessamento, da parte dei complici del L., dell'autovettura della persona offesa, in un contesto nel quale si era inverata nella dinamica dei fatti, oltre che la progressione dal furto precedente alla rapina impropria, anche l'integrazione di un autonomo fatto di rapina "propria" avente ad oggetto la Renault Clio. Il ricorrente chiede, pertanto, in accoglimento dei motivi, l'annullamento della sentenza impugnata, con le statuizioni consequenziali.
La Cassazione ha rigettato il ricorso, per i motivi di seguito descritti.
Quanto alle deduzioni relative alle presunte violazioni del diritto della difesa nel corso della rilevazione e dell'analisi delle impronte papillari oggetto di indagine dattiloscopia, si può senz'altro condividere l'osservazione della Corte territoriale secondo cui si tratta di tecniche di indagine collaudate, peraltro oggi assistite da raffinate tecniche informatiche, e che la difesa avrebbe avuto modo dì controllare le procedure valendosi dell'assistenza di un proprio consulente di parte.
Si può aggiungere, quanto allo specifico rilievo difensivo relativo alla carente documentazione delle indagini dattiloscopiche, che la giurisprudenza di legittimità ha già avuto modo di affermare, anche con riferimento a tale tipo di indagini, che l'obbligo di verbalizzazione, nelle forme previste dall'art. 373 cod.proc.pen, delle attività dì polizia giudiziaria di cui all'art. 357 comma secondo, cod. proc. pen., tra le quali rientrano le operazioni e gli accertamenti urgenti, non e' sancito a pena di nullità od inutilizzabilità, essendo quindi sufficiente anche una documentazione non contestuale e in forma diversa, alla sola condizione che qualora l'atto da documentare rivesta le caratteristiche della irripetibilità', risulti con certezza l'individuazione dei dati essenziali, quali le fonti di provenienza, le persone intervenute all'atto e le circostanze di tempo e di luogo della constatazione dei fatti (cfr. Corte di Cassazione 06/10/2006 Delussu, che in applicazione di questo principio ritenne che fosse legittimamente contenuta nel fascicolo del pubblico ministero, e quindi utilizzabile nel rito abbreviato, la documentazione relativa agli accertamenti dattiloscopici effettuati dalla polizia giudiziaria su impronte papillari rinvenute nel luogo e nell'immediatezza dei fatti sul corpo di reato, anche se era mancata, nel caso considerato, la redazione del verbale
dei rilievi, sostituito da una semplice annotazione successiva ).
Nella specie, deve pertanto ritenersi sufficiente a documentare i rilievi dattiloscopici eseguiti nell'abitazione della persona offesa, l'annotazione di indagine dell'I 1.1.2007 ricordata dallo
stesso ricorrente, che per il resto non contesta (né potrebbe, per il vero, contestare) la fonte di provenienza delle impronte e le circostanze di tempo e di luogo della loro rilevazione.

Disturbo alle persone CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I PENALE - SENTENZA 15 luglio 2009, n.28853

Rileva

1. - Con sentenza, deliberata il 3 novembre 2008 e depositata il 2 gennaio 2009, il Tribunale di Siena, in composizione monocratica, ha condannato alla pena di euro trecento - concesse circostanze attenuanti generiche - L. T., ritenuta responsabile della contravvenzione di molestia o disturbo alle persone, continuati, ai sensi degli articoli 81 e 660 del Codice Penale, così riqualificata l'originaria imputazione di disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone, per avere “con più azioni, esecutive di un medesimo disegno criminoso, arrecato disturbo a F. A., suonando ripetutamente il campanello o bussando più volte alla porta di casa”, in Siena l'11 gennaio 2005.
Il Tribunale ha motivato: intorno alle 18.00 del dell'11 gennaio 2005 la L. aveva suonato “più volte in maniera prolungata e sgarbata” il campanello della abitazione della F., abitante al piano soprastante dello stesso edificio in cui dimora l'imputata; la F. non aveva né aperto, né risposto, in quanto considerava la L. persona “aggressiva e dispettosa”; L., allora, aveva battuto i pugni sulla porta “in maniera forte”; quindi, uscita fuori del palazzo, aveva suonato col campanello del citofono del portone; e, infine, aveva staccato la luce, lasciando al buio l'appartamento della F.; costei era stata costretta a uscire per ripristinare l'alimentazione della corrente; il marito della persona offesa, M. P., richiamato a casa dalla moglie, aveva intimato alla L. di rivolgere loro per iscritto ogni sua richiesta; la L. aveva, quindi, chiesto l'intervento della Polizia per accedere all'appartamento dei coniugi P. – F. allo scopo di verificare la causa e l'origine di una perdita dalle tubature; il giorno seguente l'imputata aveva, tramite l'avvocato A. C., diffidato con telegramma i P. a consentire l'accesso; successivamente il tecnico di fiducia della L. aveva verificato che dall'appartamento dei P. non provenivano perdite di acqua; non è credibile la versione della L. di aver suonato solo tre volte, a distanza di dieci minuti, l'una dall'altra, il campanello del citofono del portone; quindi, una sola volta, quello della porta interna, bussando, poi, con la mano delicatamente sul battente, senza tirare pugni; di non poter percuotere alcunché per una malattia alle ossa; di non aver staccato la alimentazione elettrica dell'edificio; gli è che la imputata non ha documentato l'asserita infermità invalidante e ha, peraltro, ammesso di aver toccato l'interruttore per controllarne il funzionamento; l'episodio si inquadra nel contesto della annosa sequela dei dispetti, delle aggressioni verbali, delle accuse “gratuite e strampalate” di cui la L. aveva fatto oggetto i P., i quali intrattenevano rapporti civili con tutti gli altri condomini, compresi gli stessi parenti della imputata; costei, “sfruttando l'apparente giustificazione delle percolazioni di acqua”, piuttosto che telefonare, ha posto in essere atti “oggettivamente molesti, petulanti, gratuiti e dolosamente preordinati a creare disagio ai P.”; poi ha provocato l'intervento della Polizia e, il giorno seguente, ha perpetrato “la vessazione” della diffida telegrafica con l'avvocato.
2. - Ricorre per cassazione l'imputata, personalmente, mediante atto recante la data del 23 gennaio 2009, depositato il 5 febbraio 2009, col quale sviluppa due motivi.
2.1 - Con il primo la ricorrente denunzia, a’ sensi dell'articolo 606, comma 1, lettera b), c.p.p., inosservanza o erronea applicazione della legge penale, in relazione all'articolo 660 Codice Penale, sotto il profilo che, essendo il teatro della condotta compreso all'interno degli spazi condominali di un edificio di privata dimora, difetta il requisito della fattispecie penale la quale prevede che la molestia sia arrecata in luogo pubblico o aperto al pubblico.

2.2 - Con il secondo motivo la ricorrente denunzia, a’ sensi dell'articolo 606, comma 1, lettera e), c.p.p. mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione, censurando: il Tribunale ha omesso di valutare il dato assolutamente pacifico - non contestato dalla denunziate e dal coniuge di lei - che l'intervento di essa L. fu determinato dalla necessità di verificare la causa delle “percolazioni di acqua” che interessavano l'edificio; inoltre, affatto illogicamente, ha motivato che l'imputata avrebbe dovuto telefonare alla F., piuttosto che recarsi a casa sua e bussare, e che la legittima richiesta formulata col ministero dell'avvocato, il giorno seguente, costituisse una vessazione.
3. - Il ricorso è, nei termini che seguono, fondato.
3.1 - Giova premettere che priva di pregio è la tesi della ricorrente circa l'asserita inosservanza della norma penale, sotto il profilo della carenza del requisito della fattispecie in relazione alla previsione contenuta nella norma del “luogo pubblico o aperto al pubblico”.
Innanzi tutto questa Corte, con specifico riferimento alla contravvenzione in esame, ha fissato il principio di diritto secondo il quale “si intende aperto al pubblico il luogo cui ciascuno può accedere in determinati momenti ovvero il luogo al quale può accedere una categoria di persone che abbia determinati requisiti. Devono, pertanto, essere considerati luoghi aperti al pubblico l'androne di un palazzo e la scala comune a più abitazioni - applicazione in tema di contravvenzione per molestia alle persone” (Sez. VI, 6 giugno 1975, n. 9888, Tona, massima n. 131021).
Peraltro, nella specie, risulta pacificamente in punto di fatto che la ricorrente azionò anche il campanello del citofono, posto sul portone esterno dell'edificio, essendo uscita, fuori dal palazzo, nella pubblica via.
E, in proposito, soccorre l'affermazione dell'ulteriore principio di diritto secondo il quale per integrare il requisito della pubblicità del luogo di commissione del reato è sufficiente che, indifferentemente, il soggetto attivo, ovvero quello passivo, si trovi - almeno uno di essi - in luogo pubblico o aperto al pubblico (Cass., Sez. I, 24 aprile 1986, n. 11524, Formenti, massima n. 174068: “Ai fini del reato di cui all'articolo 660 Codice Penale, il requisito della pubblicità del luogo sussiste tanto nel caso in cui l'agente si trovi in luogo pubblico o aperto al pubblico ed il soggetto passivo in luogo privato, tanto nell'ipotesi in cui la molestia venga arrecata da un luogo privato nei confronti di chi si trovi in un luogo pubblico o aperto al pubblico”).
Conclusivamente la condotta della ricorrente si è sviluppata in luogo pubblico e il luogo aperto al pubblico; sicché risulta pienamente integrato tale requisito della fattispecie incriminatrice.
3.2 - Difetta, invece, palesemente il requisito della “petulanza” o del “biasimevole motivo”.
Sul piano oggettivo è, innanzi tutto, assolutamente pacifico - e fuori discussione - che l'edificio fosse interessato da perdite di acqua.
E altrettanto inconfutabile è la circostanza che l'intervento della ricorrente presso l'abitazione della denunziante fosse motivato dalla esigenza di accertare l'origine delle ridette perdite.
A tal fine la L. chiese, infatti, immediatamente dopo, l'intervento della Polizia di Stato e il giorno successivo con il ministero del proprio avvocato inviò una diffida ai coniugi P.-F.; costoro concordarono successivamente con l'imputata l'accesso di un tecnico nella loro abitazione per la verifica.
Tanto esclude, alla evidenza, che il lamentato “disturbo” fosse frutto di petulanza o di motivo biasimevole.
3.3 - Consegue l'annullamento, senza rinvio, della sentenza impugnata, perché il fatto non sussiste.

P.Q.M.

Annulla, senza rinvio, la sentenza impugnata, perché il fatto non sussiste.


Diritto di accesso No ad atti di polizia TAR LAZIO - LATINA, SEZ. I - sentenza 6 ottobre 2010 n. 1653 Bitonto 12 ottobre 2010

Diritto di accesso - Nei confronti di provvedimenti inerenti all’attività di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica o di prevenzione e repressione della criminalità - Limiti - Ex art. 3, lett. a), d.m. n. 415 del 1994 - Individuazione.

N. 01653/2010 REG.SEN.
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
sezione staccata di Latina (Sezione Prima)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
Sul ricorso numero di registro generale 552 del 2010, proposto da Fabiano Greci, rappresentato e difeso dall’avvocato Enrico Pavia, con domicilio eletto in Latina, alla via G. B. Vico, n. 46 (presso Maria Teresa Avv. Ciotti);
contro
Ministero dell’Interno, n.c.;
per l’annullamento
del "Verbale di presa visione e/o consegna atti all’Assistente Capo della Polizia di Stato Greci Fabiano nato a Frosinone il 27.09.1972. Ai sensi L. 241/90" del 14 maggio 2010 e del verbale rilasciato dalla Questura di Frosinone Ufficio Sanitario, in data 14 maggio 2010, per l’esibizione della documentazione oggetto della richiesta di accesso agli atti al fine di consentire al ricorrente di poterne estrarre copia.
Visto il ricorso con i relativi allegati.
Viste le memorie difensive.
Visti tutti gli atti della causa.
Relatore nella camera di consiglio del giorno 22/07/2010 il dott. Santino Scudeller e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale.
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:
FATTO e DIRITTO
1 Con atto spedito per la notifica l’8 giugno 2010 - depositato il successivo 21 - il ricorrente agisce: [a] per l’annullamento del "Verbale di presa visione e/o consegna atti all’Assistente Capo della Polizia di Stato Greci Fabiano nato a Frosinone il 27.09.1972. Ai sensi L. 241/90" del 14 maggio 2010 e del verbale rilasciato dalla Questura di Frosinone Ufficio Sanitario, in data 14 maggio 2010; [b] per la declaratoria del diritto all’esibizione della documentazione oggetto della richiesta di accesso agli atti al fine di poterne estrarre copia. Supporta la proposta domanda deducendo: violazione di legge - violazione legge 241/1990, artt. 1, 2, 4, 5, 7 e segg.
2 Alla camera di consiglio del 22 luglio 2010, il ricorso è stato chiamato e trattenuto per la decisione.
3 La domanda in tale sede attivata si connette alle segnalazioni effettuate da alcuni colleghi che a più riprese hanno riscontrato, nel corso del servizio, manifestazioni di insofferenza e scatti di ira dell’attuale ricorrente nel rapportarsi anche all’utenza; dette segnalazioni hanno quindi indotto l’amministrazione ad avviare un procedimento teso all’accertamento dell’idoneità psico - fisica dell’interessato che è stato anche dichiarato, per due volte, temporaneamente inidoneo. In relazione a siffatte evenienze si collega quindi l’istanza di accesso, presentata alla competente Sezione Polstrada ed all’Ufficio Sanitario della Questura, i quali hanno parzialmente corrisposto alla domanda del 14 aprile 2010, indicando: [ì] la prima, in disparte il possibile profilo di incompetenza ad esitare l’istanza, la necessità di un differimento in ragione della pendenza del procedimento sanitario e fino alla conclusione dello stesso; [ìì] il secondo, corredando di omissis alcune parti delle relazioni di servizio e ciò a tutela della riservatezza dei terzi.
3.1 Il ricorrente ha dedotto: (a) la violazione delle norme sulla partecipazione al procedimento; (b) che il differimento non è giustificato perché, anche se l’articolo 9 del dpr 184/2006 accorda rilevanza a specifiche esigenze dell’amministrazione nella fase preparatoria di procedimenti in atto, tale esigenza rileverebbe in esito alla possibile compromissione del principio di buon andamento, circostanza questa che non doverosamente indicata; (c) che il diritto di accesso posto a tutela delle esigenze di cura degli interessi e di difesa delle posizioni dell’istante, è esercitabile anche per gli esposti e le denunzie; (d) che il differimento poi deve esser temporaneo e che, nel caso, non vi sarebbero esigenze di tutela della riservatezza, avendo l’istanza ad oggetto documentazione che riguarda personalmente l’interessato.
4 Il ricorso è fondato.
4.1. Posto in via preliminare che la situazione giuridica di cui si discute è normativamente connotata in termini di "diritto" e che l’ascrizione della relativa tutela alla giurisdizione esclusiva, impone l’accertamento, in sede giurisdizionale, dei relativi presupposti, il Collegio deve innanzitutto rilevare che, nella fattispecie, alcuna condizione ostativa può trarsi dal decreto ministeriale 415 del 1995. Ed, infatti, soccorre sul punto l’orientamento già espresso dalla Sezione, per il quale: "L’art. 3 lett. a), d.m. 10 maggio 1994 n. 415 - secondo cui sono sottratti ad accesso "relazioni di servizio ed altri atti o documenti presupposti per l’adozione degli atti o provvedimenti dell’autorità nazionale e delle altre autorità di pubblica sicurezza, nonché degli ufficiali o agenti di pubblica sicurezza, ovvero inerenti all’attività di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica o di prevenzione e repressione della criminalità, salvo che si tratti di documentazione che, per disposizione di legge o di regolamento, debba essere unita a provvedimenti o atti soggetti a pubblicità" - deve essere interpretata, soprattutto allorché i documenti di cui è chiesto l’accesso siano già stati utilizzati per l’adozione di provvedimenti amministrativi incidenti sulle libertà individuali, nel senso che la sottrazione all’accesso debba essere di volta in volta giustificata in relazione a specifiche e concrete esigenze di salvaguardia dell’ordine pubblico e di repressione della criminalità e specificamente in relazione alla tutela di "strutture, mezzi, dotazioni, personale e azioni strettamente strumentali alla tutela dell’ordine pubblico, alla prevenzione e alla repressione della criminalità con particolare riferimento alle tecniche investigative, alla identità delle fonti di informazione e alla sicurezza dei beni e delle persone coinvolte, all’attività di polizia giudiziaria e di conduzione delle indagini", come previsto dalla lett. c) dell’art. 24 comma 6, l. 7 agosto 1990 n. 241; se infatti la disposizione venisse interpretata in senso letterale potrebbe dubitarsi della sua legittimità in quanto si determinerebbe una sostanzialmente generalizzata sottrazione ad accesso di quasi tutti i documenti formati dall’amministrazione dell’interno con frustrazione delle finalità della l. n. 241/1990, cit." (T.a.r. Lazio Latina, 15 ottobre 2009, n. 949). Nel caso, emerge con evidenza che nessuna delle esigenze tutelate dalla citata norma, sì come già interpretata dalla Sezione, ricorre nella vicenda nella quale alle predette relazioni, secondo quanto ricostruito sub 3, sono seguiti gli accertamenti sanitari e la temporanea inidoneità al servizio del ricorrente.
4.2 Con riferimento poi alle indicazioni opposte ad un accesso pieno, può obiettarsi che: [c] la pendenza di altro procedimento, senza indicazioni ulteriori, non può da sola giustificare il differimento del diritto di accesso, mentre, per altro aspetto, detto differimento non può esser rapportato ad un termine incertus quando (conclusione del procedimento sanitario in corso); [d] l’indicata esigenza di tutela della riservatezza dei terzi non può certamente appuntarsi sulla posizione dei redattori delle relazioni di servizio, mentre ove riferibile agli utenti nei confronti dei quali è stata manifestata l’insofferenza, la normativa regolamentare abilita, tra l’altro, l’amministrazione all’adozione di particolari modalità comunque coerenti, ma di certo non ostative, al diritto di accesso.
5 Il ricorso va in conclusione accolto. Le spese seguono, come per legge, la soccombenza per l’ammontare in dispositivo liquidato
P.Q.M.
Il Tribunale amministrativo regionale del Lazio, Sezione staccata di Latina, accoglie il ricorso in epigrafe e, per l'effetto, annulla gli atti impugnati ed ordina all’amministrazione l’esibizione della documentazione richiesta dal ricorrente.
Condanna il Ministero dell’Interno al pagamento delle spese processuali che liquida in complessivi € 1.000,00 (mille,00).
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.
Così deciso in Latina nella camera di consiglio del giorno 22 luglio 2010 con l’intervento dei Magistrati:
Francesco Corsaro, Presidente
Santino Scudeller, Consigliere, Estensore
Davide Soricelli, Consigliere
DEPOSITATA IN SEGRETERIA Il 06/10/201

Accattonaggio è sempre reato
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I PENALE - SENTENZA 22 giugno 2010, n.23869

Accattonaggio ex art. 671 c.p. - tale comportamente continua ad avere rilevanza penale - ora art. 600-octies

Fatto

1. Con la decisione in epigrafe il Tribunale di Siena dichiarava non doversi procedere nei confronti di A. B. in ordine al reato di cui all’art. 671 c.p. perché il fatto «non costituisce più reato».
La contestazione aveva riguardo all’impiego della figlia, di cinque anni, nell’accattonaggio ed era stato accertato il omissis.
A ragione della decisione il Tribunale osservava che la contravvenzione era stata abrogata dall’art. 3 comma 19 del «nuovo decreto sicurezza del 2009».
2. Proponeva appello il Pubblico ministero, chiedendo l’annullamento della sentenza denunziando violazione di legge.
Evidenziava che la legge 15 luglio 2009 n. 94 aveva trasformato la fattispecie in delitto, introducendo l’art. 600-octies c.p. che punisce la medesima condotta già prevista dall’art. 671 c.p. con la reclusione, e solo formalmente abrogando, nel contempo, la fattispecie contravvenzionale.
3. Con ordinanza 7.1.2010 la Corte d’appello di Firenze rilevava che la sentenza impugnata era da considerare predibattimentale e qualificata l’impugnazione come ricorso avverso sentenza pronunziata ai sensi dell’art. 469 c.p.p., trasmetteva gli atti a questa Corte.

Diritto

1. Osserva il Collegio che la qualificazione della sentenza ai sensi dell’art. 469 c.p. appare corretta, giacché la stessa appare pronunziata nella fase degli atti preliminari e prima che fosse aperto, sia formalmente sia nella sostanza, il dibattimento (cfr. S.U. sent n. 3027 del 19/12/2001, Angelucci; nonché, tra molte, Sez. 6, sent. n. 23466 del 16/05/2001, Marchetto, ivi richiamata).
Né rileva che il Tribunale abbia intestato la sentenza all’art. 129 c.p.p., poiché la facoltà di pronunziare a norma di tale disposizione non gli era, in quel momento, riconosciuta.
Come affermato in relazione a situazione analoga all’attuale (sentenza emessa in pubblica udienza, ma prima della dichiarazione di apertura del dibattimento) dalla sentenza delle Sezioni Unite prima citata, il riferimento ad “ogni stato e grado del processo”, contenuto nell’art. 129 c.p.p., deve essere infatti inteso in relazione al giudizio in senso tecnico, in cui s’è instaurata «la piena dialettica processuale tra le parti», e cioè il contraddittorio: cui inerisce innanzitutto il diritto di quelle di selezionare le fonti di prova delle quali chiedere l’ammissione, da assumere nel corso della istruzione dibattimentale (Sez. 6, Marchetto, citata; Sez. 5, Sentenza n. 12980 del 27/10/1999, Mahlknecht). Sicché, dovendo la regola generale dell’art. 129 c.p.p. essere correlata con quella dell’art. 469 c.p.p. (altrimenti superflua) essa non può trovare applicazione nella fase degli atti introduttivi. E il principio è ribadito da S.U. sent. n. 12283 del 2005, De Rosa, che, richiamando C. cost. n. 91 del 1992, ha in linea generale ricordato come l’immediatezza del proscioglimento ex art. 129 c.p.p., enunciata peraltro solamente in rubrica, «non denuncia una connotazione di “tempestività temporale” assoluta», ma deve «saldarsi con le specificità della sede processuale» in cui si iscrive e non può, di conseguenza, né deve «penalizzare il contraddittorio» che non è solo metodo di formazione della prova, ma insopprimibile «diritto delle parti all’ascolto».
La sentenza impugnata deve pertanto ritenersi assoggettata al regime dell’art. 469 c.p.p., che consente di dichiarare prima dell’apertura del dibattimento, e se non vi è opposizione di alcuna delle parti, soltanto l’improcedibilità dell’azione penale o l’estinzione del reato (cfr. le più volte citate S.U. Angelucci e Sez. 6, sent. n. 23466 del 2001, Marchetto).
2. Deve di conseguenza rilevarsi che la sentenza in esame, del tutto irritualmente ha prosciolto in predibattimento l’imputata perché il fatto «non è più previsto dalla legge come reato». La non corrispondenza alla fattispecie concreta di una fattispecie astratta, perché mai prevista o perché abrogata, è causa di proscioglimento nel merito e non è riconducibile al novero delle pronunzie a contenuto processuale richiamate dall’art. 129 comma 1, cui esclusivamente si riferisce l’art. 469 c.p.p.
E tanto già basterebbe ad imporre l’annullamento della sentenza impugnata.
3. Ciò detto, il ricorso appare anche fondato nel merito.
L’art. 3 comma 19 della legge n. 94 del 2009 ha introdotto, con la lettera a), nel codice penale l’art. 600-octies che punisce con la reclusione fino a tre anni «chiunque si avvale per mendicare di una persona minore degli anni quattordici, o comunque non imputabile, ovvero permette che tale persona, ove sottoposta alla sua autorità o affidata alla sua custodia o vigilanza, mendichi, o che altri se ne avvalga per mendicare»; contemporaneamente, con la lettera d), ha previsto: « l’articolo 671 è abrogato».
Rispetto all’art. 671 c.p., la novella ha ampliato l’ambito dei soggetti incriminabili e ha aggravato la sanzione, ma continua pur sempre a prevedere la punizione, sebbene ora a titolo di delitto, della condotta già prevista dall’art. 671 c.p. e contestata all’imputata quale genitore che s’avvaleva della figlia minore per medicare. Con riferimento alla fattispecie prima contravvenzionale si versa dunque in ipotesi di successione di leggi nel tempo e la condotta contestata mantiene rilievo penale, dovendo soltanto farsi applicazione degli artt. 25 Cost. e 2 c.p. con riguardo alla pena applicabile in ragione del tempo del commesso reato.
3. Il proscioglimento dell’imputata perché «il fatto non è più previsto come reato» è dunque sotto ogni aspetto errato.
La sentenza impugnata deve per l’effetto essere annullata senza rinvio e gli atti vanno restituiti al Tribunale di Siena per il giudizio di merito.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata e dispone la trasmissione degli atti al Tribunale di Siena per il giudizio.

Non commette furto chi copia i files Cassazione penale , sez. IV, sentenza 21.12.2010 n° 44840

Non risponde di furto (art. 624 c.p.) chi effettua la copiatura di files contenenti dati riservati sulla clientela di un'impresa. Lo ha stabilito la Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione con la sentenza 21 dicembre 2010, n. 44840, con la quale si precisa che, sempre che ne ricorrano i presupposti di legge, la condotta in questione può integrare la fattispecie di rivelazione del segreto professionale (art. 622 c.p.), nell’ipotesi in cui a commettere l'infrazione sia un dipendente della società che favorisca la concorrenza.

Secondo il giudice nomofilattico la semplice riproduzione non autorizzata di files contenuti in un supporto informatico altrui non deve essere considerata come furto perché non si verifica la perdita del possesso della res da parte del legittimo detentore ([i]). Inoltre “la condotta di sottrazione di dati, programmi, informazioni di tal genere non è riconducibile alla norma incriminatrice sul furto, in quanto i dati e le informazioni non sono comprese nel concetto, pur ampio, di "cosa mobile" in essa previsto”.

Come evidenziato dai giudici di legittimità, la condotta della fattispecie di rivelazione di segreto professionale consiste non solo nel rivelare il segreto professionale ma anche nell'impiegarlo a proprio o altrui profitto. Sotto il primo angolo di visuale, secondo giurisprudenza dominante “Integra il reato di rivelazione del segreto professionale la condotta del professionista che divulga, facendola diventare notoria, una notizia appresa in ragione della propria attività, atteso che la ratio della norma incriminatrice dell'art. 622 c.p. consiste nella tutela della libertà e della sicurezza del singolo, nel senso che il professionista che, in ragione del suo status, viene a conoscenza dei segreti del cliente, è tenuto ad assicurarne la riservatezza” ([ii]).

Per quanto attiene, invece, alla condotta di impiego “Commette il reato di cui all'art. 622 c.p., per il quale l'azione costitutiva consiste nel rivelare il segreto o nell'impiegarlo a proprio o altrui profitto, l'impiegato di una società, che trasmetta – nel caso di una gara di appalto – notizie segrete riguardanti la sua azienda a vantaggio della società poi rimasta aggiudicataria dei lavori, formulando o contribuendo a formulare per quest'ultima condizioni più vantaggiose di quelle offerte dalla ditta da cui dipende, agendo con la consapevolezza che la presentazione della nuova offerta, alle condizioni di vantaggio rese possibili dalla conoscenza di quelle della società datrice di lavoro, poteva a quest'ultima recare un danno che effettivamente si realizzò” ([iii]).

Nel caso di specie, i dati riservati erano poi stati effettivamente utilizzati dal soggetto agente per permettere alla società concorrente di formulare ai clienti offerte più convenienti; di conseguenza, ricorrono gli elementi per ritenere sussistente la figura criminosa di cui all’art. 622 c.p..

Resta infine preclusa, secondo la Suprema Corte, la possibilità di ritenere l’imputato responsabile del reato di cui all'art. 615-ter c.p., responsabilità che sussiste anche nel caso del soggetto che, pur avendo titolo per accedere al sistema, vi si introduca con la "password" di servizio per raccogliere dati protetti per finalità estranee alle ragioni di istituto ed agli scopi sottostanti alla protezione dell'archivio informatico, dovendosi ritenere compresa nella tutela di tale norma non soltanto l'accesso abusivo ad un sistema informatico ma anche la condotta di chi vi si mantenga contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo.

(Altalex, 14 gennaio 2011. Nota di Simone Marani)