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ParcheggiOpere precarieDemolizione e ricostruzione
GazeboRistrutturazione CONSIGLIO DI STATO, SEZ. VI - sentenza 16 dicembre 2008 n. 6214Licenza di abitabilità presuppone della conformità urbanistico edilizia dell'edificio
Consiglio di Stato , sez. , decisione 12.12.2008 n° 6174
SEGNALAZIONI, OBBLIGO DI PROVVEDERE Consiglio di stato, sez. Iv - sentenza 15 gennaio 2009 n. 17

Variazione essenziale CONSIGLIO DI STATO, SEZ. IV - sentenza 25 novembre 2008 n. 5809

OPERA PRECARIA, I REQUISITI Tar Emilia romagna - bologna, sez. II - sentenza 14 gennaio 2009 n. 19
Condono edilizio: integrazione e mancata presentazione dei documenti TAR Puglia-Bari, sez. III, sentenza 17.12.2008 n° 2897Decadenza permesso TAR PUGLIA di LECCE - SENTENZA 10 aprile 2009, n.702Modifica destinazione d'uso CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III PENALE - SENTENZA 5 marzo 2009, n.9894
Veranda TAR CAMPANIA di NAPOLI - SENTENZA 22 aprile 2009, n.2127La ristrutturazione, come classificarla e distinguerla dagli altri interventi edilizi. Il dossier con i principi più rilevanti e la raccolta di giurisprudenza.Furti in casa agevolati dai ponteggi: responsabili il condominio e l'imprenditore
Cassazione civile , sez. III, sentenza 17.03.2009 n° 6435
Minaccia di rovina di parte dell'edificio, responsabilità dei condomini e dell'amministratore Volumi tecniciNuova opera CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III PENALE - SENTENZA 4 marzo 2010
Cassazione penale, Sez. III - Sentenza 30/09/2010 n. 35391 In materia di reati urbanistici, può configurarsi, anche in presenza di un titolo edilizio illegittimo il reato di esecuzione di lavori edilizi in assenza di permesso di costruireVolumi tecnici - Definizione CONSIGLIO DI STATO, SEZ. IV - sentenza 4 maggio 2010 n. 2565Ai fini della configurabilità dell'abuso di lottizzazione abusiva non è necessario che la realizzazione di opere materiali siano eseguite in assenza di concessione edilizia o in difformità da quest'ultima
mutamento destinazione d'uso: Non è necessario titolo edilizioOrdinanza di demolizione ed acquisizione al patrimonio comunaleLa ricostruzione su ruderi non costituisce ristrutturazione ma nuova costruzione Cassazione penale , sez. III, sentenza 30.09.2010 n° 35390
Capanno in legno TAR LAZIO - ROMA, SEZ. I QUATER - sentenza 21 gennaio 2011 n. 613 Distanza minima di 10 metri tra fabbricati prevale sulle disposizioni del P.R.G. Consiglio di Stato , sez. IV, decisione 02.11.2010 n° 7731Acquisizione immobili abusivi per omessa demolizione
 

 

CHIOSCO, NECESSITA PERMESSO TAR LOMBARDIA - BRESCIA, SEZ. I - sentenza 1 giugno 2007 n. 479

BOX PREFABBRICATO, NECESSARIO TITOLO EDILIZIO TAR LAZIO - ROMA, SEZ. II TER - sentenza 5 aprile 2007 n. 2986

PERGOLATO, NON NECESSITA TITOLO EDILIZIO TAR LAZIO - ROMA, SEZ. II - sentenza 28 marzo 2007 n. 2716

Parcheggi

CONSIGLIO DI STATO, SEZ. V - sentenza 1 ottobre 2007 n. 5035

 

Edilizia ed urbanistica - Abusi edilizi - Ordine di demolizione - Per opere abusive realizzate su aree assoggettate a vincolo di inedificabilità. Nel caso di mutamento di destinazione d’uso di un’area da agrumeto a parcheggio scoperto - Attraverso la trasformazione dei luoghi con opere non autorizzate (copertura e compattamento del terreno con strato di ghiaia) - Legittimità.

 

Opere precarie

TAR EMILIA ROMAGNA - BOLOGNA, SEZ. II - sentenza 14 gennaio 2009 n. 19

 Edilizia ed urbanistica - Permesso di costruire - Necessità - Nel caso di opere precarie - Ove le stesse siano destinate a soddisfare esigenze perduranti nel tempo - Sussiste.

TAR EMILIA ROMAGNA - BOLOGNA, SEZ. II - sentenza 14 gennaio 2009 n. 19
N. 00019/2009 REG.SEN.
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Emilia Romagna
(Sezione Seconda)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
Sul ricorso numero di registro generale 1227 del 1998, proposto da:
Mega S.r.l., rappresentato e difeso dagli avv. Franco Belli, Sandra Bonfe', con domicilio eletto presso Michele Petrella in Bologna, via Marsili 15;
contro
Comune di Rimini, rappresentato e difeso dall'avv. Maria Assunta Fontemaggi, con domicilio eletto presso Carla Rossi in Bologna, Strada Maggiore 31;
per l'annullamento
previa sospensione dell'efficacia,
dell'ordinanza di diffida a demolire ai sensi dell'art.12 L.47/85 per opere eseguite in parziale difformità dalla concessione edilizia assunta dal Dirigente del Servizio Controlli Edilizi del Comune di Rimini in data 21.04.1998, prot.n.82928M1, e notificata alla Soc.Mega Srl in data 27.04.1998, con la quale è stata contestata l'esecuzione di opere edilizie in parziale difformità della Concessione Edilizia in sanatoria rilasciata ai sensi del Capo IV L.n.47/1985 in data 28.01.1992, san.2368;.
Visto il ricorso con i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune di Rimini;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 27/11/2008 il dott. Alberto Pasi e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:
FATTO e DIRITTO
Con l’epigrafato ricorso la società ricorrente, proprietaria dell’immobile ubicato in Rimini, Via S. Aquilina 21, locato alla s.n.c. X.T.C. ed adibito ad uso di pubblico esercizio di ristorante, bar, e discoteca, nel quale sono state realizzate opere abusive, ha impugnato il provvedimento (prot. n. 82928 del 21.4.1998) con il quale l’Amministrazione Comunale ha diffidato la demolizione delle stesse in quanto eseguite in parziale difformità dalla concessione edilizia.
Questi i motivi di ricorso:
Dette opere non avevano necessità del previo rilascio di apposita concessione in quanto precarie, facilmente rimovibili e di durata limitata nel tempo;
Il provvedimento impugnato non è stato preceduto dalla comunicazione di avvio del procedimento;
La ricorrente è rimasta del tutto estranea alla esecuzione delle opere abusive, realizzate dal conduttore, e si trova nell’impossibilità oggettiva di provvedere loro rimozione, non avendo la materiale disponibilità dell’immobile.
Resiste il Comune di Rimini.
La ricorrente sostiene che le opere in contestazione non necessitano di alcun titolo data la loro natura "precaria", in quanto … "le stesse vengono eliminate dopo ogni stagione estiva per poi venire installate all’inizio della nuova (cfr pag.3 del ricorso).
Tale affermazione confessa che quanto realizzato è destinato a soddisfare esigenze costanti nel tempo, con un utilizzo ripetibile a frequenza prestabilita, e non bisogni contingenti; l’apertura di una finestra e la trasformazione di un finestrino in porta, la demolizione del vano scala di collegamento tra la pista da ballo e l’esterno del fabbricato, in luogo del quale è stato realizzato un servizio igienico, la sostituzione della recinzione per mt. 32,15, indicata negli elaborati con pali e rete, con un muretto di cm. 50, non hanno, evidentemente, le caratteristiche della precarietà ma si configurano quali opere stabili (cfr. verbale di accertamento 3.6.96, in atti).
I due manufatti di mq. 2,43 ciascuno, realizzati in pannelli di cemento prefabbricati, descritti nel ricorso come …"assolutamente precari…definitivamente rimossi dopo la stagione estiva 1996", ad un successivo accertamento in data 20.7.1998 (doc.4 del Comune, in atti) sono risultati ancora esistenti.
La struttura principale, parzialmente tamponata e coperta con pannelli termocoimbentati, per una superficie totale di mq. 710, determina un rilevante impatto urbanistico essendo costituita da montanti verticali di 14 x 14 cm. del tipo "a doppio T", travi dello stesso tipo, di larghezza di 18 cm. e spessore di 40 cm., e travetti metallici secondari, con altezze interne all’intradosso dei pannelli di copertura di 4,38 m. (minima) e 5,52 m. (massima) (cfr. verbale 3.6.96 in atti).
Essa inoltre risulta tamponata mediante pannelli termocoimbentati (di altezza di 3,28 m. installati su preesistenti muretti perimetrali alti 1,10 m. e pannelli vetrati.
Tali, opere configurandosi quale ampliamento senza titolo di preesistente immobile, sono state correttamente contestate ai sensi dell’art. 12 della legge 47/85.
Infatti il carattere di precarietà di una costruzione, ai fini edilizi, non va desunto dalla eventualmente facile e rapida rimovibilità dell’opera, ovvero dal tipo più o meno fisso del suo ancoraggio al suolo, ma dal fatto che la costruzione appaia destinata a soddisfare una necessità contingente ed essere, poi, prontamente rimossa (TAR Campania, Napoli, sez. IV 1.8.2008 n. 9710; TAR Pescara, Abruzzo, 4.6.2008 n. 558), a nulla rilevando la circostanza che l’impiego del bene sia circoscritto ad una parte sola dell’anno (TAR Emilia Romagna, Parma, sez. I 19.2.2008 n. 102; 22.1.2008 n. 35; TAR Basilicata, Potenza, sez. I 27.6.2008 n. 337; TAR Lombardia, Milano, sez. II 4.12.2007 n. 6544; 23.11.2006 n. 2834; TAR Sicilia, Palermo, sez. I 8.7.2002 n. 1936).
Nemmeno è sufficiente ad attribuire il carattere di precarietà ai fini dell’esenzione dalla concessione edilizia, il fatto che si tratti di manufatto smontabile e non fisso al suolo (cfr. TAR Umbria, 21.8.2003 n.692), così come il carattere stagionale non implica precarietà dell’opera ben potendo essere la stessa destinata a soddisfare un bisogno non provvisorio ma regolarmente ripetibile (cfr. Cass.Penale sez.III 19.2.2004 n. 11880).
Per quanto attiene alla dedotta violazione degli artt.7 e 8 della L.241/90, è sufficiente richiamare il consolidato orientamento, secondo il quale gli atti di repressione degli abusi edilizi non devono necessariamente essere preceduti da una comunicazione di avvio del relativo procedimento (cfr. ex multis: TAR Lazio, Latina, 29.8.2008 n.1004; C. di Stato sez. VI 7.7.2008 n. 3351; TAR Campania, Napoli, sez. IV, 18.4.2008 n. 2344; 1.8.2008 n. 9710; 8.7.2008 n.7798; TAR Basilicata, Potenza, sez I 19.1.2008 n.11, TAR Toscana, Firenze , sez. III 7.7.2004 n. 2417; TAR Emilia Romagna, Bologna, sez. II n. 75/2001; n.1060/2000 e n.541/2000), che è oggetto di una specifica ed esaustiva disciplina normativa.
Peraltro, quando lo scopo partecipativo sia stato in qualsiasi modo raggiunto, una comunicazione formale all’avvio del procedimento è superflua e la sua omissione non rende mai illegittimo il provvedimento (cfr. C. Stato sez. V 26.9.1995 n. 1364).
Nel caso di specie, appunto, oltre ai provvedimenti di sequestro e dissequestro del 1996, alla ricorrente è stata regolarmente notificata l’ordinanza di sospensione lavori del 4.6.96 (doc.2 del Comune, in atti) e le sono stati inviati tutti i verbali di sopralluogo, tant’è che la stessa, in data 11.6.1996, è intervenuta nel procedimento, diffidando l’affittuaria X.T.C. al ripristino degli abusi contestati (doc.12 del Comune, in atti).
Pure infondato è, infine, l’ultimo motivo di ricorso, con il quale viene dedotta l’illegittimità dell’ordinanza impugnata per difetto di legittimazione passiva della società ricorrente.
La giurisprudenza amministrativa infatti è prevalente nell’affermare che, a norma degli artt. 6 e 7 L.47/85 sussiste, a carico del proprietario, una presunzione di responsabilità degli abusi edilizi accertati, cui egli può sottrarsi solo dimostrando la sua estranietà all’abuso commesso da altri (cfr. ex multis: TAR Toscana, Firenze, sez. III 7.7.2004 n. 2421; TAR Campania, Napoli, 4.2.2003 n. 614; TAR Piemonte, 13.11.2002 n. 1843; TAR Emilia Romagna, Bologna, sez II n. 75/2001; TAR Abruzzo, l’Acquila, 30.12.1994 n. 1026; Cons. Stato, sez. V, n. 308/1993).
Ciò in quanto il proprietario trae comunque beneficio dalla commissione dell’illecito urbanistico anche se la costruzione è stata realizzata da diverso soggetto (cfr. TAR Toscana, 21.11.2000 n. 2345, TAR Abruzzo, Pescara, 1.7.2000 n.542; TAR Liguria, sez. I, 18.1.1993 n. 10).
Nella fattispecie, la ricorrente non ha fornito sufficiente dimostrazione della propria estranietà agli abusi.
Pertanto i precedenti di questa Sezione, invocati dalla società ricorrente per escludere la propria legittimazione passiva rispetto alla sanzione demolitoria, sono del tutto inconferenti alla odierna fattispecie.
Si trattava infatti, in un caso (deciso con sentenza 2205/07), di sanzione pecuniaria per cambio di destinazione d’uso senza opere, fattispecie quindi non paragonabile alla odierna, quanto a visibilità dell’abuso da parte del proprietario e conseguenti sue possiblità di intervento.
Ciò nonostante, in quel caso, il proprietario si era spontaneamente attivato per la cessazione dell’abuso, diffidando il conduttore al ripristino della destinazione contrattuale, già prima dell’accertamento da parte dell’Amministrazione (cfr. pag.4 ultimo cpv della sentenza), e poi sollecitando egli stesso l’intervento di quest’ultima, che soltanto a seguito di tale sollecitazione aveva poi accertato e sanzionato l’abuso (cfr. pag.5 della sentenza).
Tale comportamento escludeva, in linea di fatto, anche una mera tolleranza dell’abuso da parte del proprietario dell’immobile.
Nell’altro caso (deciso con sentenza n.4847/07 della Sezione), la proprietà aveva addirittura notificato al conduttore ricorso al giudice ordinario per inadempimento del contratto di locazione, proprio in relazione all’abuso edilizio realizzato (cfr. pag.3 della sentenza 4847/07).
Dall’esame dell’odierna fattispecie non emerge invece alcun significativo elemento dimostrativo della estranietà del proprietario all’abuso, o di una sua spontanea attività per farlo cessare, benché egli si fosse contrattualmente (cfr. art.12 del contratto di locazione in atti) riservato la facoltà di visitare l’immobile per verificare il rispetto degli impegni assunti, tra i quali appunto l’obbligo di non eseguire trasformazioni non autorizzate (cfr. art.8), obbligo dichiarato dalle parti essenziali, e sanzionato con clausola risolutiva espressa ex art.1456 c.c. in caso di inosservanza (cfr art.16 del contratto d locazione).
La realizzazione e la permanenza degli abusi non erano quindi sottratti, a termini contrattuali, alla sfera di controllo e disponibilità del proprietario, come non lo è, nonostante la stipulata locazione, la ingiunta attività di ripristino.
Va anche osservato, per completezza, che la giurisprudenza costituzionale (Corte Cost.,15.7.91, n.345) sulla non soggezione a sanzione del proprietario, che sia estraneo all’abuso, si riferisce alla ben diversa ipotesi della acquisizione gratuita, caratterizzata, evidentemente, da un alto grado di afflittività, a fronte del carattere prevalentemente ripristinatorio (della legalità) della sanzione demolitoria.
Conclusivamente, anche l’ultimo motivo è infondato.
Il ricorso deve pertanto essere respinto.
Le spese vanno compensate in considerazione del carattere interpretativo della controversia.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo per l’Emilia-Romagna, Sezione II, Bologna, pronunziando in via definitiva sul ricorso in epigrafe, lo respinge.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Bologna nella camera di consiglio del giorno 27/11/2008 con l'intervento dei Magistrati:
Giancarlo Mozzarelli, Presidente
Bruno Lelli, Consigliere
Alberto Pasi, Consigliere, Estensore
DEPOSITATA IN SEGRETERIA il 14/01/2009.


Demolizione e ricostruzione

CONSIGLIO DI STATO, SEZ. IV - sentenza 24 dicembre 2008 n. 6550

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) ha pronunciato la seguente
D E C I S I O N E
sul ricorso in appello iscritto al N.R.G. 2342 dell’anno 2008 proposto dal signor SAUL BERTELLI, in proprio e quale legale rappresentante della SOPA s.n.c. di Bertelli Saul & C., rappresentato e difeso dall’avvocato Leonardo Lascialfari, con il quale è elettivamente domiciliato in Roma, Lungotevere Flaminio n. 46, presso Gian Marco Grez;
contro
il COMUNE DI FIRENZE, in persona del Sindaco in carica, rappresentato e difeso dagli avvocati Andrea Sansoni e M. Athena Lorizio, ed elettivamente domiciliato in Roma, Via Dora n. 1, presso l’avvocato M. Athena Lorizio;
per l’annullamento
della sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Toscana, Sez. III, n. 639 del 17 aprile 2007;
Visto il ricorso in appello con i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio del Comune di Firenze;
Visti gli atti tutti della causa;
Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle proprie rispettive tesi difensive;
Relatore, alla camera di consiglio del 21 ottobre 2008, il Consigliere Carlo Saltelli;
Uditi per le parti gli avvocati Lascialfari e Lorizio;
Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue.
F A T T O
I. Con istanza in data 15 febbraio 1986 la società SO.PA. s.n.c. di Saul Bertelli & C. presentava al Comune di Firenze domanda di condono edilizio, ai sensi degli articoli 33 e ss. della legge 28 febbraio 1985, n. 47, per l’unità immobiliare sita in Firenze, via del Pellicino (angolo via dello Scalo), in N.C.T. al foglio 47/A, part. 270.
Poiché nella documentazione a corredo dell’istanza vi era certificazione di non idoneità statica dell’edificio, su richiesta della stessa amministrazione comunale di Firenze, l’istante in data 13 ottobre 1993 inviava comunicazione relativa alla realizzazione di un intervento di consolidamento statico dell’immobile.
La Polizia Municipale, giusta fonogramma n. 94/M/561 del 2 marzo 1994, accertava che sull’immobile in questione erano in corso di realizzazione opere di demolizione – ricostruzione di un capannone di circa 1000 metri quadrati, prive di autorizzazione e/o concessione ed in assenza di un direttore tecnico.
Con provvedimento n. 1449 del 7 marzo 1994 il Sindaco di Firenze ordinava l’immediata sospensione delle predette opere, ai sensi dell’articolo 4, terzo comma, della legge 28 febbraio 1985, n. 47.
Il signor Saul Bertelli, in proprio e nella qualità di legale rappresentante della SO.PA. s.n.c. di Bertelli Saul & C., con ricorso giurisdizionale notificato il 5 maggio 1994 chiedeva al Tribunale amministrativo regionale della Toscana l’annullamento della predetta ordinanza di sospensione dei lavori (in uno con gli atti presupposti, conseguenti e connessi), lamentando violazione e falsa applicazione degli articoli 4 e 26 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, violazione dei principi generali in materia di provvedimenti sanzionatori in edilizia, eccesso di potere per errore e travisamento dei fatti, difetto del presupposto, difetto di istruttoria e di motivazione.
In sintesi, secondo il ricorrente, la istanza presentata nell’ottobre 1993, ai sensi dell’articolo 26 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, per l’esecuzione di lavori di consolidamento statico (lavori accertati dal verbale di sopralluogo della polizia municipale), costituiva il titolo legittimante dei lavori in corso, tanto più che da parte dell’amministrazione comunale non era stato emanato alcun provvedimento di rigetto della originaria istanza di condono del 15 febbraio 1986; inoltre, il provvedimento impugnato era illegittimo sia per aver inopinatamente attribuito la proprietà dell’immobile al signor Saul Bertelli, laddove esso apparteneva alla s.n.c. SO.PA., sia perché, diversamente da quanto affermato dai vigili urbani, non corrispondeva al vero che fossero in corso lavori di "demolizione e ricostruzione di un capannone di circa mq. 1000", atteso che, come risultava dalla relazione tecnica allegata alla richiesta di sanatoria ex articolo 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, detti lavori consistevano nel "consolidamento mediante la sostituzione dei vecchi elementi strutturali e l’adeguamento delle strutture di fondazione alle norme per le costruzioni in zona sismica (D.M. 24/1/1986). Per eseguire l’intervento sono stati inseriti in una prima fase, gli elementi strutturali adeguati: successivamente si è reso necessario lo smantellamento dei vecchi elementi orami pericolanti (lo erano anche prima dell’intervento di consolidamento".
In detto giudizio (NRG. 1891/94) il Comune di Firenze si costituiva, chiedendo il rigetto del ricorso.
II. Con ordinanza n. 4809 del 21 luglio 1994 il Sindaco di Firenze, in considerazione del fatto che dal sopralluogo effettuato dai vigili urbani (di cui al fonogramma dei vigili urbani in data 2 marzo 1994) risultava non più esistente l’immobile per il quale, ai sensi dell’articolo 31 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, era stata proposta la domanda di condono edilizio, disponeva l’archiviazione di quest’ultima.
La SO.PA. s.n.c. di Bertelli Saul & C. con ricorso giurisdizionale notificato il 28 ottobre 1994 chiedeva al Tribunale amministrativo regionale della Toscana l’annullamento di tale provvedimento, deducendo l’illegittimità alla stregua di quattro motivi di censura, tutti incentrati sulla violazione e falsa applicazione degli articoli 13 e 31 della legge 28 febbraio 1985, n. 47; sulla violazione dei principi generali in materia di sanatoria edilizia; sull’eccesso di potere per errore e travisamento dei fatti, difetto di istruttoria, difetto ed erroneità della motivazione, sviamento.
Veniva innanzitutto evidenziato che, benché al momento della presentazione della domanda di condono l’immobile non era staticamente idoneo, detta idoneità era stata successivamente conseguita, così che non si giustificava il provvedimento impugnato, tanto più che, per un verso, vi era sostanziale identità fisica tra l’immobile oggetto della richiesta di condono e quello oggetto del sopralluogo della Polizia municipale, e, per altro verso, che i lavori effettuati sull’immobile stesso avrebbero potuto dar luogo soltanto ad applicazioni di sanzioni o ad un accertamento di conformità; sotto altro profilo, la ricorrente osservava che i lavori effettivamente eseguiti sull’immobile non erano consistiti in una demolizione e ricostruzione, bensì nel solo inserimento di elementi strutturali adeguati e nel successivo smantellamento dei vecchi elementi pericolanti, così che essi erano perfettamente coerenti con la previsione dell’articolo 35 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 e non necessitavano di alcun preventivo atto di consenso; inoltre le minime modifiche intervenute a seguito dei ricordati lavori (che addirittura avevano comportato una diminuzione della superficie dell’immobile stesso) risultavano giustificate proprio dal consolidamento statico e, a tutto voler concedere, potevano essere considerate come ristrutturazione edilizia, ai sensi dell’articolo 31 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, ma non come nuova costruzione; infine erroneamente l’amministrazione comunale aveva omesso la valutazione dell’istanza di accertamento di conformità ex articolo 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, relativa proprio ai lavori di consolidamento, presupposto proprio dell’accoglimento della (originaria) istanza di condono.
Anche in questo giudizio (NRG. 4226/94) si costituiva il Comune di Firenze, rivendicando la legittimità del proprio operato.
III. Successivamente il Comune di Firenze con provvedimento n. 34090/96 del 15 luglio 1996 respingeva la istanza di concessione in sanatoria, ex art. 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, presentata dal signor Saul Bertelli per la ristrutturazione dell’edificio adibito a magazzino e uffici, rilevando che l’intervento, classificato quale demolizione e ricostruzione, era in contrasto sia con l’articolo 4 della legge 28 gennaio 1977, n. 10 (che limita gli interventi al solo risanamento), sia con l’articolo 56 delle N.T.A., in quanto esso, prevedendo una demolizione e ricostruzione delle strutture perimetrali in misura maggiore del 50%, era da considerarsi, ai sensi dell’articolo 10 delle predette N.T.A., come demolizione e ricostruzione, non ammissibile nella sottozona regolamentata dal ricordato articolo 56 delle N.T.A..
Anche tale provvedimento veniva impugnato innanzi al Tribunale amministrativo regionale della Toscana dal signor Saul Bertelli, in proprio e nella qualità già indicata, il quale lamentava "violazione dei principi generali in materia di edilizia ed urbanistica; violazione dell’art. 3 della legge n. 241/90; eccesso di potere per difetto ed erroneità della motivazione, difetto di istruttoria, illogicità" (primo motivo); "violazione dell’art. 13 della legge n. 47/85, in relazione all’articolo unico della legge 3/11/1952, n. 1902, all’articolo unico della L.R. n. 54/89 ed all’art. 40 della L.R. n. 5/95; eccesso di potere per difetto del presupposto, errore e travisamento dei fatti, difetto di istruttoria e di motivazione"
(secondo motivo); "violazione dell’art. 13 della legge n. 47/85, in relazione all’articolo unico della legge 3/11/1952, n. 1902, all’articolo unico della L.R. n. 54/89 ed all’art. 40 della L.R. n. 5/95" (terzo motivo); "violazione dell’art. 13 della legge n. 47/85; violazione dell’art. 31 della legge 457/78; violazione dell’art. 2 e dell’allegato della L.R. n. 59/80; violazione dell’art. 10 della L.R. n. 10/79; violazione dell’art. 5 della L.R. n. 64/95; violazione degli artt. 10 e 56 della variante al PRG del Comune di Firenze adottata con delibera consiliare n. 604 del 12/7/93 e successive modifiche ed integrazioni; eccesso di potere per illogicità, contraddittorietà, difetto di istruttoria e di motivazione, sviamento; violazione dei principi generali in materia di edilizia ed urbanistica" (quarto motivo); "violazione degli artt. 13 e 35 della legge n. 47/85; eccesso di potere per errore e travisamento dei fatti, difetto di istruttoria, illogicità, sviamento e contraddittorietà" (quinto motivo).
Ad avviso del ricorrente il provvedimento impugnato era privo di motivazione, essendo del tutto inconferenti ed incomprensibili i richiami all’articolo 4 della legge 28 febbraio 1977, n. 10, e agli articoli 10 e 56 delle N.T.A.; ciò senza contare che la concessione in sanatoria poteva essere negata solo per contrasto con lo strumento urbanistico vigente e non con quello solamente adottato, in riferimento al quale era anche scaduto il periodo di applicazione delle misure di salvaguardia, le quali, a loro volta, potevano giustificare solo la sospensione dell’esame della domanda e non già il suo rigetto; inoltre, sempre secondo il ricorrente, ai sensi dell’articolo 56 della variante al piano regolatore generale, nella zona in cui insisteva l’immobile in questione erano ammessi gli interventi di ristrutturazione edilizia, quali dovevano essere considerati quelli effettivamente realizzati finalizzati al consolidamento statico dell’immobile (ristrutturazione edilizia configurabile anche nell’ipotesi di demolizione e ricostruzione); infine, l’amministrazione comunale, secondo la tesi del ricorrente, aveva inopinatamente omesso di correlare l’articolo 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, con il successivo articolo 35, a mente del quale i lavori di adeguamento e consolidamento statico, in quanto necessari, non necessitavano di alcun atto di assenso.
Il Comune di Firenze resisteva anche in questo giudizio (NRG. 3880/96), chiedendo il rigetto dell’avverso ricorso.
IV. Infine con altro ricorso giurisdizionale notificato il 7 aprile 1998 il signor Saul Bertelli, sempre in proprio e nella qualità in atti, chiedeva al Tribunale amministrativo regionale della Toscana l’annullamento del provvedimento n. 628 del 30 gennaio 1998, a firma dell’assessore all’urbanistica del Comune di Firenze, che aveva ingiunto la demolizione delle opere abusive.
A sostegno di tale ulteriore impugnativa veniva dedotta la incompetenza (per violazione dell’articolo 6 della legge n. 12_/97 e dell’art. 51 della legge n. 142/90, in quanto l’ordine di demolizione, quale atto di gestione, rientrava nei compiti esclusivi dei dirigenti) e la illegittimità derivata dalla illegittimità dei provvedimenti già impugnati, per omesso esame della richiesta di condono edilizio ex lege n. 47/85 e per rigetto dell’istanza di accertamento di conformità urbanistica ex art. 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47.
Il Comune di Firenze chiedeva il rigetto anche di tale ulteriore ricorso (NRG. 1211/98).
V. L’adito tribunale, sez. III, con la sentenza n. 639 del 17 aprile 2007, riuniti i ricorsi, ha dichiarato improcedibile quello iscritto al NRG. 1891/94, in considerazione del fatto che l’ordinanza di sospensione dei lavori aveva esaurito i suoi effetti, essendo stati successivamente adottati gli atti di rigetto della domanda di condono e di sanatoria, oltre che di demolizione delle opere abusive (tutti impugnati), ed ha respinto tutti gli altri (NRG. 4226/94; 3880/96 e 1211/98), ritenendo infondate le censure spiegate.
In sintesi, secondo il Tribunale, l’archiviazione della domanda di condono era legittima in quanto era effettivamente venuto meno lo stesso manufatto abusivo cui si riferiva la richiesta di condono; né poteva rilevare il mancato esame della domanda di sanatoria ex art. 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, diversi essendo i presupposti, il contenuto e gli effetti della domanda di accertamento di conformità e di quella di condono ai sensi dell’articolo 31 della stessa legge n. 47 del 1985, ciò senza contare che i lavori di consolidamento statico avevano evidentemente superato la soglia del consolidamento, tanto da portare alla integrale rimozione del manufatto per il quale era stato chiesto il condono; d’altra parte, sotto altro decisivo profilo, l’intervento realizzato dal ricorrente non poteva rientrare nella categoria della ristrutturazione edilizia, essendovi stata, come risulta dall’accertamento della Polizia municipale, l’alterazione e variazione della quota di imposta e del piano di campagna rispetto al piano originario, con traslazione della volumetria, modifica della sagoma e aumento dell’altezza.
Era legittimo anche il diniego di rilascio della concessione in sanatoria ex articolo 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, precise e coerenti essendo le norme richiamate a sostegno della motivazione, tanto più che le misure di salvaguardia, ai sensi della legge regionale n. 54 del 1989, non erano affatto decadute e che la conformità doveva essere riferita anche allo strumento urbanistico adottato.
Infine, quanto al provvedimento di demolizione, richiamata l’infondatezza delle censure di illegittimità derivata, il Tribunale respingeva le specifiche censure di incompetenza, sia perché solo con la legge n. 191 del 16 giugno 1998 era stato effettivamente attribuito ai dirigenti comunali il potere di adottare i provvedimenti repressivi in materia edilizia, sia perché le specifiche previsioni statutarie avevano precedentemente riservato tale potere all’assessore o al sindaco; era altresì irrilevante, ai fini dell’impugnato provvedimento, la mera pendenza di una domanda di riesame della situazione, così come era altrettanto ininfluente la circostanza che l’ordinanza di demolizione fosse stata rivolta al ricorrente quale proprietario del manufatto e non quale legale rappresentante della s.n.c. SO.PA., tanto più che il ricorrente era effettivamente il proprietario del terreno su cui insistevano le opere abusive.
VI. Il signor Saul Bertelli, in proprio e nella qualità in atti, ha chiesto la riforma di tale statuizione, riproponendo sostanzialmente tutti motivi di censura svolti in primo grado con i quattro autonomi ricorsi, a suo avviso superficialmente esaminati ed erroneamente respinti con motivazione approssimativa e non condivisibile, frutto dell’evidente mancata valutazione del materiale probatorio in atti e delle argomentazioni difensive sollevate.
Il Comune di Firenze, costituitosi in giudizio, ha dedotto l’infondatezza dell’avverso gravame, di cui ha chiesto il rigetto.
Le parti hanno ulteriormente illustrato le proprie tesi difensive con apposite memorie.
D I R I T T O
VII. E’ controversa la legittimità dei provvedimenti emanati dall’amministrazione comunale di Firenze in relazione ai lavori realizzati sull’immobile sito in Firenze, via del Pellicino, angolo via dello Scalo di Peino (in N.C.T., foglio 47/A, particella 270) e cioè: a) ordinanza sindacale n. 1449 del 7 marzo 1994 di immediata sospensione dei lavori edili in corso; b) ordinanza sindacale n. 4809 del 20 luglio 1994 di archiviazione della pratica di condono; c) provvedimento assessoriale n. 34090 del 15 luglio 1996 di diniego di rilascio della concessione edilizia in sanatoria in relazione alla ristrutturazione di un edificio adibito a magazzino ed uffici; d) ordinanza sindacale n. 628 del 30 gennaio 1995 di demolizione delle opere abusive ex art. 7 della legge 28 febbraio 1985, n. 47.
Il signor Saul Bertelli, in proprio e quale legale rappresentante della s.n.c. SO.PA. & C., destinatario dei citati provvedimenti, ha chiesto la riforma della sentenza del Tribunale amministrativo regionale della Toscana, sez. III, n. 639 del 17 aprile 2007 che, riuniti i quattro separati ricorsi, ha dichiarato improcedibile per difetto di interesse l’impugnativa concernente l’ordine di immediata sospensione dei lavori in corso (ordinanza n. 1449 del 7 marzo 1994) ed ha respinto le altre per infondatezza delle censure proposte.
Con il gravame l’interessato ha lamentato l’assoluta erroneità della predetta pronuncia, sia quanto alla declaratoria di improcedibilità del primo ricorso, sia quanto al rigetto degli altri tre ricorsi, riproponendo tutti i motivi di doglianza sollevati con i predetti ricorsi, a suo avviso superficialmente esaminati e frettolosamente respinti con una motivazione lacunosa e non condivisibile, frutto della omessa, ovvero approssimativa, valutazione del materiale probatorio versato in atti.
Il Comune di Firenze ha resistito al gravame, chiedendone il rigetto.
VIII. Ai fini della decisione della controversia è indispensabile una puntuale ricostruzione dei fatti di causa.
VIII.1. Come emerge dagli atti di causa, l’immobile sito in Firenze, via del Pellicino, angolo via dello Scalo di Peino (in N.C.T. foglio 47/A, particella 270) consisteva in un capannone ad uso artigianale (per il montaggio e la messa in opera di materiali per l’edilizia), edificato nel 1975 e realizzato in struttura metallica con tamponamento in pannelli prefabbricati di Albanit, divisori in cartongesso, copertura in bandoni di lamiera zincata, internamente articolato in sette vani con una superficie di 996 metri quadrati.
Detto immobile era oggetto di una richiesta di condono edilizio, ai sensi della legge 28 febbraio 1985, n. 47, presentata in data 15 febbraio 1986 dalla s.n.c. SO.PA. di Saul Bertelli & C.
Difettando l’idoneità statica, giusta certificazione in data 9 giugno 1986, il Comune di Firenze con nota prot. 18868/92/92 del 13 agosto 1992 chiedeva alla società istante di presentare entro trenta giorni il progetto di adeguamento statico, pena il rigetto dell’istanza di condono.
Come risulta dalla nota prot. 2813/94/01/573/94 del 12 maggio 1994 del Settore Funzionale Edilizia Privata del Comune di Firenze (Unità Operativa Recupero Patrimonio Edilizio) in data 13 ottobre 1993 veniva inviata comunicazione ai sensi dell’articolo 26 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, relativa al consolidamento statico dell’edificio da realizzarsi mediante l’inserimento di elementi strutturali aggiuntivi o sostituendo gli stessi, senza cambiare l’orditura.
La Polizia Municipale in data 2 maggio 1994 accertava che sull’immobile in questione erano in corso opere edili di "demolizione ricostruzione" del capannone edilizio di circa 1000 metri quadrati; in particolare, a seguito di sopralluogo (come pure si evince dalla citata nota prot. 2813/94/01/573/94 del 12 maggio 1994) emergeva che l’intervento eseguito sul predetto immobile era consistito nella "…totale demolizione del manufatto preesistente e ricostruzione in loco di una struttura, al momento priva di tompagnature, con alterazione e variazione della quota di imposta e del piano di campagna rispetto allo stato originario del condono".
Deve rilevarsi, con riferimento alla esatta consistenza dei lavori eseguiti ai dedotti fini del consolidamento statico, che lo stesso appellante non ha giammai contestato, se non in modo del tutto generico, che essi avevano determinato, come precisato dagli uffici comunali, "…alterazione e variazione della quota di imposta e del piano di imposta e del piano di campagna…".
Un’ulteriore decisiva circostanza in tal senso si ricava sostanzialmente confermata dalla sentenza del Pretore di Firenze del 2 luglio 1998 (emessa nel processo penale a carico proprio del signor Saul Bertelli per la contravvenzione di cui agli artt. 110 c.p. e 20 lett. b) della legge 28 febbraio 1985, n. 47, in relazione ai lavori edilizi di cui all’immobile in questione) che, pur mandando assolto l’imputato per non aver commesso il fatto, ricollega in realtà tale assoluzione solo alla mancanza dell’elemento soggettivo.
Infatti, nella predetta decisione si dà atto che è stato effettivamente demolito e ricostruito il capannone industriale, sia pur con la tecnica del "cuci e scuci", con una consistenza diversa (superficie pari a mq. 968, di altezza 4,20 metri – 3,86 dal sottotrave – e volume di 3736 metri cubi) diversa dalla precedente (superficie di mq. 996, altezza 3,30 metri e volume di 3286,8 metri cubi) come risulta dal capo di imputazione); inoltre sono ritenute ragionevoli, ai fini della mancanza dell’elemento soggettivo del reato, le giustificazioni addotte dall’imputato e cioè di aver agito sul presupposto della necessaria realizzazione degli interventi, in quanto imposti dal servizio di prevenzione della locale U.S.L. (i cui rilievi avevano già condotto ad un decreto penale di condanna, poi opposto).
VIII.2. Ciò precisato, anche a voler prescindere da ogni considerazione sulle effettive ragioni che hanno reso necessari i lavori sull’immobile in questione (ragioni che, secondo la ricordata sentenza del Pretore di Firenze sarebbero da ricollegare al sopralluogo della competente U.S.L., e che invece innanzi al giudice amministrativo sono state ricondotte alla necessità dell’adeguamento statico dell’immobile stesso ai fini dell’ammissibilità della domanda di condono), ad avviso della Sezione non può dubitarsi che, per effetto dei ricordati lavori, l’immobile in questione ha assunto una fisionomia del tutto diversa da quella originaria, sia per sagoma, sia per volume, sia per superficie, come del resto lo stesso appellante è costretto ad ammettere, pur cercando di attenuare tale ammissione sottolineando la diminuzione di superficie e configurando l’intervento come una mera ristrutturazione edilizia.
Sennonché, sul punto, è decisivo ricordare che, secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, allorquando la demolizione e la successiva ricostruzione del manufatto non danno luogo alla fedele riedificazione del precedente manufatto per sagoma, superficie e volume, non si è in presenza di una ristrutturazione edilizia, bensì di una nuova costruzione per cui è sempre necessario un apposito titolo edilizio (ex pluribus, C.d.S., sez. IV, 18 marzo 2008, n. 1117; 22 marzo 2007, n. 1388; 16 marzo 2007, n. 1276; 31 ottobre 2006, n. 6464; sez. V, 4 marzo 2008, n. 918; Cass. Pen., sez. III, 8 aprile 2008, n. 28212; 26 ottobre 2007, n. 47046); è stato anche precisato che deve ritenersi illegittimo il titolo edilizio relativo ad un intervento edilizio di ristrutturazione che contempli demolizione e ricostruzione, laddove il nuovo edificio, pur caratterizzato da una volumetria inferiore, non rispetti le caratteristiche strutturali di quello demolito, quanto all’altezza e al numero di piani (C.d.S., sez. V, 30 agosto 2006, n. 5061).
Per completezza deve aggiungersi che, come si evince dalla lettura della circolare n. 2241/U.L. del 17 giugno 1995 del Ministero dei Lavori Pubblici (prodotta dall’appellato Comune di Firenze in data 22 settembre 2008) i lavori di adeguamento statico, consistenti in interventi sulle strutture dell’edificio, non possono modificarne la struttura volumetrica e di superficie, essendo coessenziale alla stessa natura di "adeguamento statico" che le strutture già realizzate siano conservate e rese idonee alla loro funzione, così che è da considerare inammissibile non solo l’ampliamento dell’esistente, ma anche una demolizione e ricostruzione quando le strutture siano talmente inidonee da non poter essere rese staticamente idonee e collaudabili, mediante opere di adeguamento.
IX. Alla luce di tali precisazioni, la Sezione è dell’avviso che la sentenza impugnata non meriti le critiche che le sono state mosse.
IX.1. Quanto all’impugnazione dell’ordinanza di sospensione dei lavori, a prescindere da ogni considerazione sulla sua legittimità (di cui non può neppure ragionevolmente dubitarsi in ragione della natura e della consistenza dei lavori realizzati senza alcun titolo abilitativo), è sufficiente ricordare che essa ha carattere temporaneo e provvisorio, si fonda su di un’istruttoria sommaria ed i suoi effetti sono destinati a venir meno o perché venga accertata la legittimità dei lavori in corso o perché vengano adottati definitivi provvedimenti inibitori degli stessi (C.d.S., sez. V, 18 ottobre 1996, n. 1255; 29 novembre 2004, n. 7746).
Nel caso di specie i successivi provvedimenti adottati dall’amministrazione comunale di Firenze, quali l’archiviazione della pratica di condono dell’immobile e il rigetto della istanza di sanatoria del manufatto realizzato, escludono la sussistenza di un qualsiasi interesse, anche meramente strumentale o morale, alla decisione del ricorso, nessuna utilità potendo conseguire al suo eventuale (ma impossibile) accoglimento.
Correttamente i primi giudici hanno perciò dichiarato l’improcedibilità del ricorso stesso per carenza di interesse, essendo sopravvenuti provvedimenti che, avendo determinato un nuovo assetto degli interessi in gioco, hanno reso del tutto inutile la eventuale pronuncia (ex multis, C.d.S., IV, 19 febbraio 2008, n. 532; 27 dicembre 2006, n. 7876; 1° agosto 2001, n. 4206): ciò esclude la necessità di esaminare i motivi di doglianza formulati in primo grado.
IX.2. Anche con riguardo all’impugnativa del provvedimento con cui è stata disposta l’archiviazione della domanda di condono edilizio presentata il 15 febbraio 1986, la decisione impugnata risulta corretta e adeguatamente motivata.
Infatti la tesi dell’appellante è esclusivamente incentrata sulla necessità dei lavori di consolidamento statico ai fini del condono edilizio, senza che fosse perciò necessario alcun titolo edilizio, e sul fatto che essi, pur realizzati attraverso la demolizione e ricostruzione, sarebbero da qualificare come ristrutturazione edilizia e non come nuova costruzione.
Occorre al riguardo evidenziare che l’amministrazione comunale di Firenze non ha giammai richiesto o ritenuto indispensabile per i lavori di adeguamento statico un apposito titolo edilizio, ma ha in realtà accertato che i lavori eseguiti, lungi dal realizzare un mero adeguamento statico dell’immobile, avevano in realtà comportato la demolizione dell’esistente e la sua ricostruzione, e quest’ultima non era neppure "fedele", in quanto per sagoma, volume e superficie il nuovo immobile non corrispondeva a quello precedente.
Tale "novità" dell’immobile, oltre ad essere puntualmente indicata negli atti prodotti dal Comune di Firenze (in precedenza già puntualmente indicati) e ad essere sostanzialmente ammessa dall’appellante pur con il tentativo di attenuarne le conseguenze (con riguardo alla diminuzione della superficie), ha trovato definitiva ed inoppugnabile conferma nella sentenza del Pretore di Firenze del 2 luglio 1998, come già in precedenza rilevato.
Non può pertanto condividersi l’assunto dell’appellante secondo cui i lavori eseguiti sono sussumibili nella categoria della ristrutturazione edilizia, trattandosi invero di una nuova costruzione, come correttamente ritenuto dai primi giudici; ciò senza contare che deve anche ragionevolmente escludersi che i lavori di adeguamento statico, per i quali non è previsto un titolo abilitativo, possono consistere in interventi di tale portata da giungere alla sostituzione delle strutture, atteso che in tal caso non può neppure predicarsi la stessa utile esistenza dell’immobile da condonare.
La sostanziale diversità del nuovo immobile rispetto a quello oggetto della richiesta di condono rende di conseguenza corretta e ragionevole la determinazione del Comune di Firenze di archiviare la pratica relativa al condono edilizio, essendo effettivamente venuto meno lo stesso oggetto del provvedimento amministrativo richiesto (vale a dire l’immobile abusivamente edificato nel 1975 da condonare).
Ad ulteriore conforto delle conclusioni così raggiunte deve anche sottolinearsi lo stesso comportamento del signor Saul Bertelli, il quale, evidentemente nel dubbio che gli interventi realizzati potessero non rientrare nell’ambito dell’asserito adeguamento statico e neppure potessero essere considerati come ristrutturazione edilizia, ebbe a presentare anche istanza di accertamento di conformità ai sensi dell’articolo 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47.
Anche tale istanza è stata rigettata con apposito provvedimento, oggetto della terza impugnativa, di cui si dirà al successivo paragrafo X: per quanto qui interessa, la Sezione deve limitarsi a segnalare la correttezza della motivazione dei primi giudici che, sottolineando la diversità dei presupposti, dei contenuti e degli effetti della domanda di condono edilizio (ex art. 31 l. n. 47 del 1985) e di quella di accertamento di conformità (ex art. 13 l. n. 47 del 1985), ha escluso che l’esito della prima potesse dipendere dall’esito della seconda, respingendo così il motivo di censura in tale senso sollevato dall’interessato nei confronti del ricordato decreto di archiviazione della pratica di condono.
Deve essere pertanto confermata la legittimità della determinazione dell’amministrazione comunale di Firenze di archiviare la pratica di condono edilizio di cui all’istanza del 15 febbraio 1986.
X. Ugualmente infondati, come correttamente ritenuto dai primi giudici, sono i motivi appuntati avverso il diniego in data 15 luglio 1996 di rilascio della concessione in sanatoria, ai sensi dell’articolo 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, avanzata dalla SO.PA. di Saul Bertelli & C. s.n.c. in data 29 aprile 1994.
Al riguardo le doglianze dell’appellante concernono: a) l’asserita erroneità del diniego, fondato sulla non conformità delle opere realizzate non già al piano regolatore vigente, bensì alla variante generale al piano regolatore solamente adottata, in relazione alla quale sarebbero scaduti i termini di applicazione delle misure di salvaguardia; b) la non configurabilità dei lavori realizzati come nuova costruzione, ma solo come ristrutturazione edilizia, trattandosi peraltro di lavori necessitati, in quanto indispensabili ai fini dell’adeguamento statico dell’immobile da condonare (e per i quali era necessaria la previa delibazione sulla richiesta di condono edilizio); c) l’erroneità di un provvedimento definitivo di rigetto, laddove nella vigenza delle misure di salvaguardia connesse all’adozione della variante al piano regolatore generale, doveva essere sospeso l’esame della domanda di concessione in sanatoria.
La Sezione osserva che, come emerge dalla documentazione versata in atti, la delibera consiliare n. 604 del 12 luglio 1993, con cui il Comune di Firenze aveva adottato la variante generale al piano regolatore generale, fu trasmessa alla Regione Toscana in data 2 luglio 1996, così che, come correttamente rilevato dai primi giudici, le misure di salvaguardia erano ancora in vigore al momento dell’emanazione dell’impugnato diniego di concessione in sanatoria.
Infatti, ai sensi del secondo comma dell’articolo unico della legge regionale della Toscana 30 agosto 1989, n. 54, nei casi in cui il Comune abbia inviato gli atti adottati alla Regione nell’ultimo anno del periodo di applicazione delle misure di salvaguardia, il termine triennale previsto dal primo comma è prorogato fino alla data della pubblicazione nel Bollettino Ufficiale della Regione dell’atto di approvazione regionale e comunque non oltre due anni dalla trasmissione alla Regione degli atti adottati.
Nel caso di specie, quindi, il periodo di applicazione delle misure di salvaguardia è effettivamente scaduto il 21 gennaio 1998, data in cui è stata pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Toscana la delibera del consiglio regionale n. 385 del 2 dicembre 1997, di approvazione della variante generale al piano regolatore generale del Comune di Firenze (data comunque compresa nel termine massimo quinquennale decorrente dal 12 luglio 1993 fino al 12 luglio 1998).
Né può essere condivisa la tesi secondo cui, nella vigenza delle misure di salvaguardia, l’amministrazione comunale avrebbe dovuto sospendere ogni decisione sulla domanda di accertamento di conformità, attendendo l’approvazione del nuovo strumento urbanistico: la stessa disposizione normativa (art. 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47) condiziona il rilascio della concessione o dell’autorizzazione in sanatoria, per un verso, alla conformità dell’opera eseguita agli strumenti urbanistici generali e di attuazione approvati, e, per altro verso, al "non contrasto con quelli adottati, sia al momento della realizzazione dell’opera, sia al momento della presentazione della domanda".
Poiché non è contestata la effettiva sussisteva del contrasto delle opere realizzate con le prescrizioni dell’adottata variante al piano regolatore generale (in cui in particolare, per effetto del combinato disposto degli articoli 10 e 56 delle N.T.A., era ammessa nella sottozona E3 agricola la demolizione e ricostruzione di strutture perimetrali solo in misura non superiore al 50%, essendo altrimenti qualificato l’intervento come nuova costruzione), non vi è dubbio che il Comune di Firenze ha correttamente respinto la domanda di accertamento di conformità.
Del resto le deduzioni svolte dall’appellante riguardano la qualificazione delle opere eseguite, ma sul punto è sufficiente richiamare le considerazioni già svolte in precedenza, con le quali si è già rilevato che le stesse non possono essere considerate come opere necessitate e di ristrutturazione edilizia.
Per completezza la Sezione deve anche rilevare che in nessun caso il provvedimento impugnato poteva essere considerato inficiato da insufficiente o lacunosa motivazione, risultando evidente e chiaro l’iter logico – giuridico che aveva condotto l’amministrazione all’emanazione del provvedimento di rigetto (anche con riferimento all’articolo 4 della legge 28 febbraio 1977, n. 10, non potendo qualificarsi le opere realizzate come mero adeguamento statico).
XI. Infine anche la decisione di rigetto del ricorso proposto avverso l’ingiunzione di demolizione delle opere abusive (ordinanza sindacale n. 628 del 30 gennaio 1998) è corretta e adeguatamente motivata.
Posta infatti (alla luce di tutte le considerazioni fin qui svolte) la evidente infondatezza delle censure di illegittimità derivata, la censura di incompetenza è stata correttamente respinta dalla sentenza appellata.
Occorre al riguardo rilevare che oggetto di impugnazione è un provvedimento di demolizione, che, solo per effetto dell’introduzione della lettera f-bis) al comma 2 dell’articolo 6 della legge 15 maggio 1997, n. 127, ad opera dell’articolo 2, comma 12, della legge 16 giugno 1998, n. 191, è stato attribuito alla competenza dei dirigenti comunali (come riconosciuto dalla giurisprudenza, C.d.S., sez. V, 2 ottobre 2002, n. 5159), così che esso è stato nel caso di specie correttamente emanato dall’organo competente secondo le allora vigenti previsioni dello statuto comunale (rispetto al quale nessun rilievo critico è stato sollevato dall’appellante).
Altrettanto correttamente i primi giudici hanno escluso qualsiasi rilevanza, ai fini della legittimità del provvedimento di demolizione, della asserita mancata delibazione dell’istanza di riesame del diniego di concessione in sanatoria, atteso che, indipendentemente da ogni altra considerazione, non sussiste alcun obbligo dell’amministrazione di riesaminare i propri provvedimenti amministrativi ovvero ad esercitare il potere di autotutela, rispetto al quale, del resto, il privato non vanta neppure un interesse legittimo, ma solo un interesse di mero fatto (C.d.S., sez. IV, 20 luglio 2005, n. 3909).
Per completezza è appena il caso di rilevare che, come puntualmente rilevato dai primi giudici, non sussiste alcun vizio del provvedimento impugnato per essere stato notificato all’attuale appellante solo in proprio e non anche nella qualità di legale rappresentante della s.n.c. SO.PA. di Saul Bertelli & C.: l’appellante, infatti, risulta essere proprietario del suolo su cui sorge il manufatto (circostanza non contestata) e dunque è tenuto per tale sua qualità a rimuovere l’abuso, ed inoltre non è contestata, né equivoca o dubbia, la sua qualità di legale rappresentante della s.n.c. SO.PA. & C.
XII. In conclusione, alla stregua delle osservazioni svolte, l’appello deve essere respinto.
La complessità delle questioni trattate giustifica nondimeno la compensazione delle spese del presente grado di giudizio.
P. Q. M.
Il Consiglio di Stato, Sezione Quarta, definitivamente pronunciando sul ricorso in appello proposto dal signor Saul Bertelli, in proprio e quale legale rappresentante della SO.PA. s.n.c. di Bertelli Saul & C., avverso la sentenza del Tribunale amministrativo regionale della Toscana, sez. III, n. 639 del 17 aprile 2007, lo rigetta.
Dichiara interamente compensate tra le parti le spese del presente grado di giudizio.
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa.
Così deciso in Roma, dal Consiglio di Stato, Sezione IV, riunito nella Camera di Consiglio del 21 ottobre 2008, con l’intervento dei seguenti magistrati:
Luigi COSSU - Presidente
Luigi MARUOTTI - Consigliere
Goffredo ZACCARDI - Consigliere
Bruno MOLLICA - Consigliere
Carlo SALTELLI - Consigliere, est.
L’ESTENSORE IL PRESIDENTE
Carlo Saltelli Luigi Cossu
Depositata in Segreteria il 24/12/2008.


Gazebo

TAR CAMPANIA - NAPOLI, SEZ. IV - sentenza 12 gennaio 2009 n. 68

Edilizia ed urbanistica - Permesso di costruire - Necessità - Per la realizzazione di un gazebo destinato a permanere nel tempo - Sussiste.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania
(Sezione Quarta)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
Sul ricorso numero di registro generale 7471 del 2005 e sui motivi aggiunti proposti da:
Di Monte Roberto, rappresentato e difeso dall'avv. Giuseppe Sartorio, con domicilio eletto presso Giuseppe Sartorio in Napoli, via dei Mille, 16;
contro
Comune di Napoli, rappresentato e difeso dall'avv. Avvocatura Municipale, con domicilio eletto in Napoli, Avvocatura Municipale – Palazzo S.Giacomo, p.zza S. Giacomo;
per l'annullamento, previa sospensione dell'efficacia,
con il ricorso principale:
A) della nota n. 3671 del 21.06.2005;
B) del provvedimento n.1047 del 31.08.2005 di demolizione delle opere abusivamente realizzate;
con i motivi aggiunti:
C) del provvedimento n.221 dell’11.04.2006 di diniego accertamento in conformità ex art.36 DPR n.380/01;
Visti il ricorso, con i relativi allegati, ed i motivi aggiunti depositati in data 28.07.06 e 28.09.06;
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune di Napoli;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 10/12/2008 il dott. Ines Simona Immacolata Pisano e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:
FATTO
Con ricorso n.7471/05 il Sig. Di Monte Roberto, ha impugnato- deducendone l’illegittimità sotto vari profili- la nota prot.3671 del 21.06.2005, notificata in data 24.06.2006, con cui il Comune di Napoli, con riferimento alla D.I.A. n.124 del 10.03.2005 ed alla successiva variante presentata in data 3.6.2005, ha comunicato che "la tipologia dell’intervento non è consentita", sospendendo i termini di inizio attività e vietando espressamente qualunque attività edilizia nonché il conseguente provvedimento di demolizione delle opere abusivamente realizzate, n.1047 del 31.08.2005.
L'Amministrazione intimata si è costituita in giudizio e ha sostenuto l'infondatezza del ricorso, concludendo per il rigetto.
Con successivi motivi aggiunti, notificati in data 26.07.2006 e depositati in data 28.07.2006, il ricorrente ha impugnato il provvedimento n.221 dell’11.04.2006 di diniego accertamento in conformità concernente la realizzazione della piscina oggetto, insieme ad ulteriori interventi, del precedente ordine di demolizione. Quindi, con ulteriori motivi aggiunti notificati al Comune di Napoli in data 18.08.2006 e depositati in data 28.09.2006, il Sig.Di Monte ha specificato ulteriori motivi di illegittimità del provvedimento n.221 dell’11.04.2006.
Alla pubblica udienza del 10.12.2008, uditi i difensori delle parti come da verbale d’udienza, il ricorso ed i motivi aggiunti sono stati trattenuti in decisione.
DIRITTO
1. Il ricorrente, imprenditore agricolo e coltivatore diretto, è proprietario di un vasto appezzamento di terreno (per la maggior parte terrazzato e coltivato a vitigno), classificato come zona F -area agricola e rientrante nel perimetro del Parco Metropolitano delle colline di Napoli, giusta deliberazione di G.R n.855/04. Su tale terreno, ove già insistono un fabbricato rurale su due livelli di mq.380, una casa colonica di mq.87 e un fabbricato di 16 mq, il ricorrente ha realizzato una serie di interventi edilizi - asseritamente ritenuti di manutenzione straordinaria e di carattere pertinenziale- finalizzati allo sfruttamento del vigneto mediante lo svolgimento di attività di tipo "turistico –ricreativa".
In particolare, in un primo momento - a seguito di presentazione di D.I.A, in data 10.03.2005, prot.llo 124- ha proceduto alla realizzazione di 3 muri di contenimento del suolo e di un gazebo in legno di mq.25,00 x 3,00 di altezza, finalizzato alla somministrazione e vendita di prodotti ortofrutticoli; quindi, ravvisando la necessità di procedere in corso d’opera ad ulteriori interventi, ha proceduto all’ampliamento di due preesistenti terrapieni (uno posto di fronte all’abitazione principale ed uno posto al di sotto della stessa), ha realizzato un’ulteriore sbancamento lungo 20 mt e largo 3 mt sul viale principale, ritenendolo funzionale al raggiungimento del vigneto ed alla sua trasformazione, ed infine ha collocato una piscina prefabbricata fuori terra, di circa 80 mq., sul penultimo terrazzamento. Per tali interventi il Sig.Di Monte ha presentato una successiva D.I.A. "in variante" in data 3.06.2005, respinta con la impugnata nota n.3671/05, cui hanno fatto seguito in data 03.08.2008 il verbale di sequestro preventivo dei VV.UU e successivamente, in data 31.08.2005, l’ordine di demolizione n.1047 del 31.08.2005.
Il ricorrente ritiene che tanto la nota n.3671/05 quanto l’ordine di demolizione n.1047/05 siano illegittimi: difatti, fatta eccezione per i tre interventi di sbancamento, per i quali lo stesso ricorrente ammette l’inesistenza del titolo edificatorio (ma, quanto ad essi, il sig.Di Monte "starebbe provvedendo a depositare (….)istanza di dissequestro al fine di procedere a propria cura e spese al riempimento), tanto il gazebo quanto i muri di contenimento costituirebbero interventi realizzabili per effetto della D.I.A. presentata.
Per quanto attiene alla piscina prefabbricata, invece, si tratterebbe di opera pertinenziale, non soggetta a rilascio di permesso di costruire. In ogni caso, il ricorrente ha provveduto a presentare per detto intervento istanza di accertamento in conformità ex art.36 DPR n.380/01, denegata con il provvedimento n.221/06, impugnato con presentazione di motivi aggiunti.
2. Il ricorso ed i motivi aggiunti sono infondati.
La premessa da cui occorre partire, prima di esaminare specificatamente le singole censure proposte con il ricorso - e, per quanto riguarda la piscina (poi qualificata come vasca per la raccolta di acque piovane, funzionale alla irrigazione del terreno) con i motivi aggiunti - è che gli interventi di cui si tratta sono stati realizzati in zona F (in parte in sottozona Fa1-area agricola, in parte in sottozona Fa2-aree incolte, e in parte in sottozona Fa3, aree boschive) della variante generale al PRG, zona che rientra nel perimetro del parco regionale metropolitano delle Colline di Napoli, approvato con delibera della Giunta regionale della Campania n.855 del 10.06.2004, parte in zona B (di riserva generale) e parte in zona C.
Tale area, quanto alla disciplina contenuta nel P.R.G., non soltanto è disciplinata dagli artt. 46 comma 6 e 41 comma 2 della variante (i quali consentono la realizzazione di nuovi volumi unicamente ove connessi alla conduzione diretta del fondo e pertanto per fini esclusivamente agricoli) ma, altresì –trattandosi di area a media e alta instabilità ai sensi della tav.12 della variante- dall’art.24, che vieta in tale area la realizzazione di "qualsiasi tipo di costruzione".
Per quanto attiene alle opere realizzate dal ricorrente, oggetto della nota prot.3671 del 21.06.2005 e del successivo provvedimento demolitorio n.1047/05 - il Collegio ritiene che, così come affermato dall’amministrazione nella nota impugnata, si tratti di interventi che, in ogni caso, necessitino di permesso di costruire che comunque, nel caso in esame, non potrebbe essere rilasciato stante le preclusioni contenute negli artt.24, 46 e 41 della variante al PRG già citati.
Sul punto, si osserva che sebbene il divieto di cui all’art.24 sia stato esplicitato dal Comune di Napoli per la prima volta nella certificazione circa la destinazione urbanistica dell’area rilasciata al ricorrente in data 13.09.2005 (cfr.all.8 al ricorso introduttivo), prima ancora che nella comunicazione dei motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza ex art.36 DPR 380/01 per la realizzazione della piscina (prot.4096 del 21.12.2005)- il ricorrente, all’atto di presentare la D.I.A., era comunque tenuto a conoscere tale norma ed obbligato al rispetto di essa, giacchè anche gli interventi realizzabili mediante denuncia di inizio attività, per espresso dettato dell’art.22 del DPR n.380/01, devono essere "conformi alle previsioni degli strumenti urbanistici, dei regolamenti edilizi e della disciplina urbanistico-edilizia vigente". In particolare, la denunzia di inizio attività costituisce autocertificazione della sussistenza delle condizioni stabilite dalla legge per la realizzazione dell'intervento- sul quale la p.a. svolge un'eventuale attività di controllo che è prodromica e funzionale al formarsi del titolo legittimante l'inizio dei lavori (Consiglio Stato , sez. IV, 12 settembre 2007 , n. 4828)- come dimostra la circostanza che la Dia deve essere accompagnata dall’ asseverazione circa la conformità delle opere da realizzare agli strumenti urbanistici approvati e la loro non contrarietà con quelli adottati ed ai regolamenti edilizi vigenti (T.A.R. Lazio Latina, 05 gennaio 2006 , n. 2).
Ciò posto, ad avviso del Collegio - se è vero che in via generale, ai sensi dell’art.22 comma 6 del DPR n.380/01, "l’ordine di non effettuare i lavori" deve essere motivato- ove il diniego della D.i.a. si fondi sul mancato rispetto della normativa urbanistica, che ai sensi dell’art.22 comma 1 il richiedente ha autocertificato di conoscere e di avere rispettato, in tale ipotesi l’onere motivazionale dell’amministrazione deve ritenersi certamente attenuato, essendo sufficiente- come nel caso in esame- il mero richiamo alla non conformità dell’intervento alla normativa vigente. L'omessa indicazione del termine per l'impugnazione e dell'autorità alla quale è possibile ricorrere, per il resto, costituisce una mera irregolarità che non ha effetto invalidante sul provvedimento (T.A.R. Campania Napoli, sez. III, 18 settembre 2008 , n. 10344).
Per analoghi motivi, il provvedimento con il quale l'Amministrazione comunale rigetta la denuncia di inizio attività di cui agli art. 22 e 23 t.u. n. 380 del 2001, non deve essere preceduto dalla comunicazione dei motivi ostativi di cui all'art. 10 bis, l. n. 241 del 1990: ciò sia per il carattere non tassativo dell'elenco delle eccezioni contenuto nell'ultimo periodo del medesimo art. 10 bis, sia perché le norme contenute nel capo III, l. n. 241 del 1990 devono ritenersi recessive rispetto a quelle contenute in altre leggi, regolanti specifici settori, che prevedono per i destinatari del provvedimento finale una tutela specifica maggiore in chiave partecipativa (T.A.R. Campania Napoli, sez. VI, 23 maggio 2006 , n. 5487), come nel caso della DIA disciplinata dal d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380.
3. Ciò posto, venendo ad esaminare nel dettaglio i singoli interventi realizzati, si osserva quanto segue.
Il Collegio può prescindere dall’esaminare la necessità del titolo edilizio con riferimento alla realizzazione di sbancamenti in quanto lo stesso ricorrente, nel ricorso introduttivo, ha riconosciuto l’abusività delle opere dichiarando che avrebbe provveduto spontaneamente alla riduzione in pristino. Sotto tale aspetto, pertanto, deve ritenersi la sopravvenuta carenza di interesse del ricorrente.
Quanto all’opera qualificata come "gazebo", essa in realtà consiste in un manufatto in legno di mq.25,00 x 3,00, realizzato su platea in calcestruzzo, con muri e panchine in muratura. Con riferimento a tale tipologia di intervento - contrariamente a quanto ritenuto da parte ricorrente, secondo cui si tratterebbe di intervento di manutenzione straordinaria, inerente alla "sistemazione di spazi esterni", ex art.22 del DPR 380/01 e 35 del R.E. di Napoli- è pacifica secondo la giurisprudenza di questa sezione la necessità di titolo abilitativo sub specie di permesso di costruire, trattandosi di opera che comporta nuova volumetria e configura trasformazione urbanistica, in ragione della destinazione ad uso non limitato nel tempo (ricevimento della clientela) e della alterazione prodotta nello stato del territorio (ex multis: T.A.R. Campania Napoli, sez. IV, 16 settembre 2008 , n. 10138).
4.La necessità di permesso di costruire si impone altresì, ad avviso del collegio, riguardo ai muri di contenimento, così come in concreto realizzati - in virtù dei materiali usati e delle dimensioni descritte negli atti di causa (v.relazioni tecniche agli atti), in quanto la finalità di protezione del fondo dagli smottamenti del terreno non esclude ma anzi impone la necessità del permesso di costruire, attesa la rilevanza dell'immutazione che essi producono sullo stato dei luoghi. Né tali interventi – e lo stesso e a dirsi per il citato gazebo e per le panche in muratura- possono essere ritenuti "pertinenze" (nel quale possono essere ricomprese le recinzioni, le quali, avendo la funzione di delimitare, proteggere ed eventualmente abbellire la proprietà, sono certamente configurabili come opere poste a servizio ed ornamento della cosa principale, così come richiede l'art. 817 c.c.): infatti i muri di contenimento, pur potendo avere, in rapporto alla situazione dei luoghi, una concomitante funzione di recinzione, assolvono la specifica ed autonoma funzione di contenimento del terreno, al fine di evitarne possibili movimenti franosi, il che richiede anche una struttura a ciò idonea per consistenza e modalità costruttive (T.A.R. Lazio Latina, 07 marzo 2002 , n. 285).
Il concetto di pertinenza, previsto dal diritto civile, va infatti distinto dal più ristretto concetto di pertinenza inteso in senso edilizio e urbanistico, che non trova applicazione in relazione a quelle costruzioni che, pur potendo essere qualificate come beni pertinenziali secondo la normativa privatistica, assumono tuttavia una funzione autonoma rispetto ad altra costruzione, con conseguente loro assoggettamento al regime concessorio, come nel caso di un intervento edilizio che non sia coessenziale al bene principale e che possa essere utilizzato in modo autonomo e separato (T.A.R. Campania Napoli, sez. IV, 16 settembre 2008 , n. 10138). Trattandosi quindi di interventi realizzati senza titolo abilitativo, legittimamente l’amministrazione ne ha pertanto disposto la demolizione, a nulla rilevando che l’amministrazione abbia riconosciuto che non si tratta di area vincolata ai sensi dell’art.142 lett.f del T.U. n.42/04. La sanzione demolitoria è infatti legittimamente irrogata in presenza del carattere abusivo dell'opera (T.A.R. Campania Napoli, sez. VI, 12 novembre 2007 , n. 11556).
5. Venendo infine ad esaminare la questione relativa alla collocazione di "una piscina prefabbricata fuori terra, di circa 80 mq., sul penultimo terrazzamento", la presentazione di istanza di accertamento in conformità ex art.36 DPR n.380/01, denegata con il provvedimento n.221/06- impugnato con presentazione di motivi aggiunti depositati in data 28/07 e 28/09 2006- secondo costante giurisprudenza di questa sezione produce l’effetto di rendere inammissibili, per sopravvenuta carenza di interesse, le censure proposte nel ricorso introduttivo avverso la nota di diniego D.I.A. n. 3671 del 21.06.2005 ed il successivo provvedimento n.1047 del 31.08.2005.
Quanto ai motivi di diniego contenuti nel provvedimento n.221/06- sia che si voglia qualificare l’intervento come piscina, sia che lo si voglia ridefinire come "una vasca per la raccolta di acqua piovana, destinata all’irrigazione del fondo", l’amministrazione oltre a rilevare che trattasi di intervento di nuova costruzione non consentito a norma dell’art.46 comma 6 e 41 comma 2 della variante al PRG – che ammette interventi di nuova edificazione solo a fini agricoli- ha ritenuto che si tratti di intervento non sanabile a norma dell’art.21 comma 3 del R.E, in quanto completamento di opere abusive realizzate sullo stesso suolo, nonché di opera vietata ai sensi dell’art.24 della variante (con riferimento alle zone di media ed alta instabilità ai sensi della tav.12), senza che tale aspetto motivazionale del provvedimento, di per se sufficiente a sorreggerne la validità , sia stato contestato – come può desumersi dallo stesso ricorso per motivi aggiunti del 28.09.08, pag.7, in cui si fa riferimento solo all’art.21 e all’art.46- con proposizione di motivi aggiunti.
Infatti, anche a voler ritenere che una piscina- pur riqualificata come "vasca di raccolta di acque piovane- possa considerarsi intervento rivolto a "fini agricoli", resta il fatto che l’art.24 vieta in tale area "qualsiasi tipologia di intervento", a qualunque fine rivolto.
Orbene, laddove il provvedimento impugnato sia fondato su una pluralità di motivi, il rigetto dei motivi volti a contestare una delle sue ragioni giustificatrici comporta la sopravvenuta carenza di interesse rispetto all'esame delle ulteriori doglianze volte a contestare le altre motivazioni del provvedimento (T.A.R. Campania Napoli, sez. III, 09 settembre 2008 , n. 10065).
6.Per tali motivi, il ricorso ed i motivi aggiunti devono essere respinti, ed in parte dichiara questi ultimi inammissibili.
7. Sussistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese di lite.
P.Q.M.
il Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania, Sezione IV, definitivamente pronunciando sul ricorso n.7471/2005 e sui motivi aggiunti depositati in data 28.07.06 e 28.09.06 li rigetta ed in parte dichiara questi ultimi inammissibili.
Compensa spese.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità amministrativa.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 10/12/2008 con l'intervento dei Magistrati:
Luigi Domenico Nappi, Presidente
Dante D'Alessio, Consigliere
Ines Simona Immacolata Pisano, Primo Referendario, Estensore
DEPOSITATA IN SEGRETERIA il 12/01/2009


Ristrutturazione CONSIGLIO DI STATO, SEZ. VI - sentenza 16 dicembre 2008 n. 6214

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) ha pronunciato la seguente
DECISIONE
sul ricorso in appello n. 5111/03, proposto dal sig. CESARI CESARE MARIO, rappresentato e difeso dagli Avvocati Francesco Paolucci e Rolando Roffi ed elettivamente domiciliato presso l’Avv. Massimo Letizia in Roma, Viale Angelico, n. 103;
contro
- la REGIONE EMILIA ROMAGNA in persona del Presidente pro-tempore, costituita in giudizio, rappresentata e difesa dall’Avv. Franco Santagostino, dall’Avv. M. Chiara Lista e Adriano Giuffrè ed elettivamente domiciliata presso lo stesso in Roma, Via Camozzi n. 11;
- la PROVINCIA DI BOLOGNA in persona del Presidente pro-tempore, costituita in giudizio, rappresentata e difesa dall’Avv. Emilia Neri e Adriano Giuffrè ed elettivamente domiciliata presso quest’ultimo in Roma, Via Camozzi n. 11;
- il CONSORZIO DI GESTIONE DEL PARCO REGIONALE DEI GESSI BOLOGNESI E CALANCHI DELL’ABBADESSA, in persona del legale rappresentante pro-tempore, costituitosi in giudizio, rappresentato e difeso dall’Avv. Paolo Bonetti e Maria Teresa Barbantini ed elettivamente domiciliato presso quest’ultima in Roma, Via G.Cesare n. 14;
e nei confronti
- del COMUNE DI SAN LAZZARO DI SAVENA, in persona del Sindaco pro-tempore, non costituitosi in giudizio
per l'annullamento
della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per L’Emilia Romagna, sede di Bologna, sez. II, n. 290 del 25.3.2003;
Visto il ricorso con i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio della parte appellata;
Visti la sentenza interlocutoria n. 1584/08 del 14.4.2008 e gli atti depositati in ottemperanza alla medesima;
Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese;
Visti gli atti tutti della causa;
Alla pubblica udienza del 21 ottobre 2008 relatore il Consigliere G. De Michele;
Uditi l’Avv. Letizia per delega degli Avv.ti Paolucci, Giuffrè e Barbantini;
Ritenuto e considerato in fatto e in diritto quanto segue:
FATTO
Con atto di appello notificato il 4.6.2003, il signor Cesare Mario Cesari impugnava la sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per L’Emilia Romagna, sede di Bologna, sez. II, n. 290 del 25.3.2003, notificata il 29.4.2003, con la quale veniva in parte dichiarato inammissibile ed in parte respinto il ricorso dal medesimo proposto avverso il diniego di nulla osta n. 19 del 23.9.1998, emesso in rapporto alla progettata ristrutturazione di edifici siti nel Parco dei Gessi, nonché avverso gli articoli 6, 7 e 20 delle N.T.A. al Piano Territoriale del Parco regionale dei Gessi Bolognesi e dei Calanchi della Abbadessa. Nella citata sentenza si rilevava, in via preliminare, la tardività dell’impugnazione – notificata il 13.11.1998 – delle norme di piano sopra specificate, in quanto pubblicate sul Bollettino Ufficiale della Regione il 14.1.1998 e da ritenere immediatamente lesive della posizione giuridica del ricorrente (con conseguente onere di impugnativa delle medesime entro 60 giorni, a pena di decadenza). In applicazione delle norme in questione, poi, nella stessa pronuncia appellata si affermava il carattere vincolato del diniego di nulla osta, consistendo l’intervento in questione nella trasformazione di due ruderi agricoli in villa ad uso residenziale, con accorpamento di volumi in area di sedime non coincidente, almeno parzialmente, con quella occupata dai manufatti preesistenti, tanto da configurare una nuova edificazione: quanto sopra, in contrasto con le ricordate norme del piano territoriale, che ammettevano nell’area interessata solo interventi di restauro o al massimo di ristrutturazione, senza mutamenti di destinazione d’uso.
In sede di appello, le conclusioni in precedenza sintetizzate venivano contestate, essendo stato pubblicato sul BUR solo un estratto, inidoneo a determinare piena conoscenza delle norme di Piano, ostative dell’intervento di cui trattasi, con conseguente non avvenuta scadenza dei termini decadenziali per la relativa impugnazione; in ogni caso, peraltro, i predetti termini avrebbero avuto decorso solo dalla concreta incidenza lesiva delle disposizioni, rilevanti nel caso di specie.
Nel merito, venivano contestate le modalità di formazione delle ricordate norme del Piano Territoriale e l’affermata prevalenza delle medesime sugli strumenti urbanistici comunali (non potendo le competenze dell’Ente Parco scavalcare quelle comunali in materia edilizia); le stesse norme, poi, sarebbero state illogiche e contraddittorie e comunque non correttamente applicate, non essendo interessata dall’intervento, nel caso di specie, una nuova area di sedime e dovendosi solo provvedere al recupero di fabbricati fatiscenti.
In esito, infine, alla sentenza interlocutoria di questa sezione n. 1584/2008, l’Ente Parco rendeva noto che – dopo l’entrata in vigore della variante al Piano Territoriale del Parco, approvata con deliberazione del Consiglio Provinciale n. 103 del 5.12.2005 (variante non impugnata dall’attuale appellante, che pure aveva presentato un’osservazione non accolta) – il mutamento di destinazione d’uso, in precedenza precluso, era stato reso possibile, ma con il limite di una unità abitativa per edificio e sempre con divieto di demolizione e ricostruzione, implicanti accorpamento di volumi e spostamento dell’area di sedime, essendo tuttora ammessi solo interventi di restauro o ristrutturazione, ovvero nuove costruzioni solo per la realizzazione di strutture di servizio agricolo, con preclusa anche attuale assentibilità dell’intervento, progettato dall’appellante.
Veniva sottolineato dall’Amministrazione, inoltre, come lo stesso P.R.G. del Comune di San Lazzaro prevedesse che, in caso di contrasto fra le norme comunali e quelle del Parco, fossero queste ultime a prevalere. Nessun contrasto fra N.T.A. Parco e leggi regionali, infine, sarebbe stato ravvisabile, precisandosi nell’art. 7 della legge reg. n. 11/88 che sono consentite solo le "costruzioni e trasformazioni edilizie, compatibili con la valorizzazione dei fini istitutivi del parco e delle attività consentite ed avendo già escluso la Suprema Corte (cfr. Corte Cost. 24.7.2000, n. 378) che possa ritenersi incostituzionale l’immediata precettività dei piani territoriali, con prevalenza sugli strumenti urbanistici comunali.
Il medesimo appellante tuttavia – nell’insistere sui motivi di gravame prospettati – sottolineava il proprio interesse residuale alla coltivazione dell’appello, anche dopo le modifiche intervenute nella normativa regolamentare di riferimento, in un’ottica risarcitoria.
DIRITTO
Il Collegio è chiamato a valutare la legittimità, o meno, di un diniego di nulla osta del Parco Naturale Regionale Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa, in ordine ad un intervento edilizio ritenuto contrastante con il Piano Territoriale del Parco stesso (approvato con delibera di Giunta regionale n. 2283 del 2.12.1997) e, segnatamente, con l’art. 20 delle relative N.T.A., a sua volta oggetto di impugnativa. Al riguardo, si deve affermare in via preliminare la persistenza di interesse alla coltivazione dell’impugnativa, quanto meno sotto il profilo residuale dell’interesse al risarcimento del danno, pur essendo nelle more del giudizio intervenuta una nuova disciplina urbanistica – non contestata in sede giurisdizionale – per l’area interessata (cfr. in tal senso per il principio – pacifico in giurisprudenza – Cons. St., sez. VI, 18.3.2008, n. 1137).
Ancora in via preliminare, inoltre, deve essere esaminata la questione della tardività, o meno, dell’impugnativa proposta avverso le precedenti disposizioni urbanistiche, contenute nel Piano Territoriale sopra citato, sotto il duplice profilo delle modalità di pubblicazione, idonee a determinare piena conoscenza delle disposizioni stesse e della idoneità di queste ultime a divenire inoppugnabili, alla scadenza del termine ordinario (60 giorni), prescritto a pena di decadenza per l’impugnazione dei provvedimenti amministrativi, incidenti in modo diretto ed attuale su una situazione soggettiva protetta.
Per quanto riguarda la piena conoscenza degli atti di pianificazione territoriale, il Collegio ritiene di potersi attenere al prevalente indirizzo della giurisprudenza, che fa riferimento al riguardo – quando si tratti di disciplinare in modo globale il territorio o vaste aree dello stesso – sia alla pubblicazione di un estratto sulla Gazzetta Ufficiale (ora Bollettino Ufficiale della Regione – BUR), sia al deposito degli atti presso gli uffici competenti, presso i quali qualunque soggetto interessato possa prendere visione dell’intero materiale (normalmente inidoneo, anche per la presenza di cartografie, ad una pubblicazione integrale in raccolte normative), ferma restando l’immediata incidenza delle disposizioni, che determinano l’assetto programmatico del territorio, sugli interessi dei cittadini in possesso di un interesse qualificato all’utilizzo del medesimo e con irrilevanza di eventuali interessi sopravvenuti, dopo la consolidazione delle norme di piano (cfr. in tal senso Cons. St., Ad.Plen., 9.3.1983, n. 1; Cons. St., sez. IV, 6.10.1983, n. 691, 23.9.1985, n. 403, 19.1.1988, n. 3, 13.5.1992, n. 511, 19.12.1994, n. 1047, 12.11.1996, n. 1204, 23.12.1998, n. 1904; Cons. St., sez. V, 12.11.2003, n. 7225; Cons. St., sez. IV, 28.2.2005, n. 764). Appare evidente, d’altra parte, come le ragioni di interesse pubblico, sottostanti alla prevista inoppugnabilità degli atti amministrativi alla scadenza di un breve termine decadenziale, trovino pieno ingresso in materia di pianificazione urbanistica, in considerazione dell’esigenza di assicurare regole certe ed omogenee per lo sviluppo del territorio.
Quanto sopra non esclude che, nel contenuto complesso degli atti di pianificazione (da intendere sotto il profilo in questione come atti amministrativi generali, o comunque come atti regolamentari autonomamente impugnabili, poiché di immediata incidenza sugli interessi protetti) possano trovare spazio anche prescrizioni normative a carattere regolamentare, indirizzate a definire "erga omnes" non l’assetto del territorio, ma specifiche modalità di esplicazione dell’attività edilizia (ad esempio, in materia di parametri volumetrici o di altezza di non univoca lettura), queste ultime soltanto non immediatamente lesive di situazioni soggettive dei singoli ed impugnabili col provvedimento che ne costituisse concreta applicazione (cfr. Cons. St., sez. IV, 12.7.2002, n. 3929 e 4.10.2000, n. 5308).
Nella situazione in esame, il piano territoriale del Parco dei Gessi imponeva – con prevalenza sulle norme di piano regolatore comunale – una disciplina conservativa, implicante divieto di nuove edificazioni e possibilità di ristrutturare edifici preesistenti, ma senza mutamento della relativa destinazione d’uso: le prescrizioni al riguardo dettate imponevano, dunque, un immediato regime di tutela dell’area interessata, i cui termini di riferimento (carattere ristrutturativo, o meno, dell’intervento) dovevano rapportarsi direttamente alla disciplina legislativa degli interventi edilizi (art. 10 D.P.R. 6.6.2001, n. 380 e analoga disciplina previgente).
La sentenza appellata non appare dunque censurabile, là dove ravvisa tardiva impugnazione delle norme di piano territoriale, ritenute preclusive dell’intervento di cui trattasi, mentre non appaiono ammissibili le argomentazioni riferite ad omessa pubblicazione delle norme stesse sull’albo pretorio, trattandosi di argomentazioni prospettate per la prima volta in appello.
Anche a prescindere dai profili formali sopra indicati, comunque, sembra opportuno sottolineare come il piano territoriale di cui trattasi sia un atto di pianificazione territoriale, da intendere quale strumento urbanistico di valenza ambientale, idoneo ad esplicare immediata efficacia precettiva anche nei confronti di singoli soggetti privati interessati all’edificazione, con prevalenza sulle competenze dei comuni in materia urbanistico-edilizia, data la priorità assegnata – anche a livello costituzionale – alla tutela dell’ambiente (cfr. in tal senso, per il principio, Cons. St., sez. VI, 10.8.1988, n. 976 e 15.3.2007, n. 1269; TAR Emilia Romagna, Parma, 23.5.2007, n. 310).
Nel merito, l’intervento progettato nel caso di specie non può che definirsi – ad avviso del Collegio – come "nuova costruzione", non ammessa nell’area interessata e quindi non assentibile, in base alle norme di piano in precedenza indicate.
La trasformazione di due manufatti agricoli in villa ad uso residenziale, con accorpamento di volumi e parziale spostamento dell’area di sedime esula, infatti, dalla nozione di ristrutturazione, sia come attualmente definita dall’art. 3, comma 1, lettera d) del D.P.R. 6.6.2001, n. 380 (Testo Unico dell’Edilizia), sia in rapporto alla elaborazione giurisprudenziale, riferita al previgente art. 31, comma 1, lettera d) della legge n. 457/1978. Ciò che distingue, infatti, gli interventi di tipo manutentivo e conservativo da quelli di ristrutturazione è, indubbiamente, il carattere innovativo di quest’ultima in ordine all’edificio preesistente; ciò che contraddistingue, però, la ristrutturazione dalla nuova edificazione è la già avvenuta trasformazione del territorio, attraverso una edificazione di cui si conservi la struttura fisica (sia pure con la sovrapposizione di un "insieme sistematico di opere, che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente"), ovvero la cui stessa struttura fisica venga del tutto sostituita, ma – in quest’ultimo caso – con ricostruzione, se non "fedele" (termine espunto dall’attuale disciplina), comunque rispettosa della volumetria e della sagoma della costruzione preesistente (cfr. per il principio, comunque pacifico, Cons. St., sez. IV, 28.7.2005, n. 4011; Cons. St., sez. VI, 9.9.2005, n. 4668; Cons. St., sez. V, 29.5.2006, n. 3229; Cons. St., sez. V, 30.8.2006, n. 5061; Cons. St. sez. IV, 26.2.2008, n. 681; Cons. St., sez. V, 4.3.2008, n. 918; Cons. St., sez. IV, 16.6.2008, n. 2981).
L’apparente duplicità della nozione di ristrutturazione, in effetti, consegue al carattere eccezionale – originariamente frutto di elaborazione giurisprudenziale – della identificabilità di detta tipologia di intervento anche in caso di totale rimozione della struttura preesistente: una ipotesi, con ogni evidenza, estrema rispetto ad una fattispecie, concernente opere indirizzate a trasformare manufatti già presenti sul territorio, con conseguente minore impatto rispetto ai nuovi insediamenti edificatori. La permanenza della struttura preesistente, d’altra parte, se costituiva garanzia che non vi fosse stravolgimento dello stato dei luoghi, poteva apparire illogica in presenza di gravi carenze strutturali dell’immobile, richiedenti sostituzione delle stesse strutture portanti. In tale ottica si è ammessa la possibilità di ristrutturare anche con integrale rifacimento dell’immobile stesso, quando al mutamento strutturale, imposto da motivi tecnici, corrispondesse un intento sostanzialmente conservativo. Ogni spostamento dai limiti indicati dalla giurisprudenza (poi tradotta in precetto normativo) non può, dunque, che implicare quella più profonda trasformazione del territorio, cui corrisponde la nozione di "nuova edificazione" (nella fattispecie, non illogicamente esclusa dal novero degli interventi assentibili nel Parco dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa, oggetto di tutela ambientale indirizzata alla conservazione dei valori culturali ed estetici, posti a base del regime vincolistico). Nella situazione in esame, pertanto, il rigetto dell’stanza di Nulla Osta di cui si discute costituiva atto vincolato, in rapporto alla consistenza di un intervento, che cancellava sia la morfologia, sia la destinazione d’uso dell’edificazione preesistente.
Per le ragioni esposte, in conclusione, il Collegio ritiene che l’appello debba essere respinto; quanto alle spese giudiziali, tuttavia, il Collegio stesso ne ritiene equa la compensazione, tenuto conto della difficoltà di coordinamento fra le diverse normative, rilevanti nel caso di specie.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Sesta, RESPINGE il ricorso in appello indicato in epigrafe.
COMPENSA le spese giudiziali.
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa.
Così deciso in Roma, il 21 ottobre 2008 dal Consiglio di Stato in sede giurisdizionale - Sez.VI -, riunito in Camera di Consiglio, con l'intervento dei Signori:
Giovanni Ruoppolo Presidente
Paolo Buonvino Consigliere
Domenico Cafini Consigliere
Roberto Giovagnoli Consigliere
Gabriella De Michele Consigliere, Est.
Presidente
GIOVANNI RUOPPOLO
Consigliere
GABRIELLA DE MICHELE
DEPOSITATA IN SEGRETERIA il 16/12/2008.


Licenza di abitabilità presuppone della conformità urbanistico edilizia dell'edificio
Consiglio di Stato , sez. , decisione 12.12.2008 n° 6174

La licenza di abitabilità di un edificio, pur avendo una funzione diversa da quella della concessione edilizia, presuppone che il manufatto sia conforme alla disciplina urbanistica.
Non può essere rilasciata l’autorizzazione sanitaria che renderebbe i locali agibili, qualora gli stessi risultino non conformi alla disciplina urbanistico-edilizia.
Il Consiglio di Stato, con i segnalati principi giurisprudenziali, ha respinto l’appello (rectius, la sterminata serie di appelli) che era stato proposto contro pronunce del T.A.R. Lazio (pronunce emesse su ben 6 ricorsi giurisdizionali) con le quali si confermava la legittimità di provvedimenti con i quali il Comune di Roma aveva disposto su complesse vicende di infrazioni edilizie relative ad un fabbricato che, a seguito interventi edilizi di diverso stampo e differente epoca, era stato radicalmente trasformato, specie per dimensioni volumetriche.
Ecco, dunque, che fra le difese di parte appellante viene dedotta la circostanza che il Comune, a seguito del sopralluogo di un proprio tecnico, aveva rilasciato licenza di abitabilità (al tempo in cui la licenza di abitabilità aveva ancora natura provvedimentale espressa) che – a dire dei soccombenti in prime cure – aveva già rilevato la situazione (poi contestata come abusiva dall’appellato Comune) e, ciononostante, aveva giudicato la stessa urbanisticamente conforme.
In tal senso, fra le varie ragioni che hanno portato a respingere l’appello, il Consiglio di Stato ha argomentato il proprio decisum anche sul punto dell’asserita rilevata conformità urbanistico edilizia del bene (in sede di certificazione di abitabilità), concludendo che, in realtà, o l’accertamento del tecnico è avvenuto prima degli abusi o, comunque, il tecnico ha formato un atto non rappresentativo dell’esistente: in occasione di questo specifico rilievo del Collegio, peraltro, vengono rammentati i capisaldi della abitabilità, riconducibili, in primo luogo, alla sussistenza della conformità edilizia e urbanistica (in senso, almeno parzialmente, contrario si veda T.A.R. Veneto Venezia, sez. II, 16.6.2008 n. 1740: «il certificato di agibilità/abitabilità attiene esclusivamente a scopi igienico sanitari, presupponendo l'accertamento dell'inesistenza di cause d'insalubrità e il suo rilascio non è ricollegato, quindi, alla verifica di esatta rispondenza delle volumetrie realizzate con quelle assentite dal titolo concessorio»).

Vedi Sentenza


SEGNALAZIONI, OBBLIGO DI PROVVEDERE
Consiglio di stato, sez. Iv - sentenza 15 gennaio 2009 n. 177
Nel caso in cui il proprietario di un immobile vicino segnali in maniera circostanziata l’esistenza di opere edilizie realizzate in difformità dalla concessione edilizia rilasciata, e diffidi l’ente locale a provvedere alla loro eliminazione, al Comune spetta, nell’esercizio dei propri poteri di vigilanza sull’assetto del territorio, riscontrare l’istanza in senso positivo (accertando l’effettiva esistenza degli abusi e assumendo i consequenziali provvedimenti) o negativo (evidenziando all’istante come e perché, se del caso all’esito dei necessari accertamenti, non si sia ritenuto di irrogare sanzioni). Lo ha stabilito il CdS con la sentenza n. 177/2009.


Variazione essenziale CONSIGLIO DI STATO, SEZ. IV - sentenza 25 novembre 2008 n. 5809

Lavori di manutenzione straordinaria e ristrutturazione - Realizzazione di un edificio di superficie, sagoma e volume diversi rispetto al preesistente - Comporta variazione essenziale e richiede il rilascio di un nuovo permesso di costruire.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) ha pronunciato la seguente
D E C I S I O N E
sul ricorso in appello n. 4216 del 2008, proposto dalla S.I.L.C.O. S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avv. Gennaro Notarnicola, con domicilio eletto in Roma alla via Cosseria, 2, presso lo studio dell’avv. Alfredo Placidi,
contro
De Nora Maria Teresa, De Nora Elisabetta e De Nora Elena, rappresentate e difese dall’avv. Giacomo Valla, con domicilio eletto in Roma alla via Cosseria, 2, presso il dott. Alfredo Placidi,
e nei confronti di
del Comune di Altamura, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall’avv. Luigi Manzi, con domicilio eletto presso lo stesso in Roma alla via F. Confalonieri, 5,
per l’annullamento e/o la riforma
previa sospensione dell’esecuzione
della sentenza nr. 218/2008 della Sezione III del T.A.R. Puglia – Bari, pubblicata in data 13 febbraio 2008, di accoglimento del ricorso nr. 45/2007 proposto dalle signore Maria Teresa De Nora, Elisabetta De Nora ed Elena De Nora avverso il permesso di costruire nr. 15/2006 del 30 marzo 2006 rilasciato all’odierna appellante per la "redistribuzione dei volumi e della superficie preesistente, fabbricato sito in Altamura a via Positano angolo prolungamento di via Monti", nonché avverso il permesso di costruire nr. 38/2006 rilasciato in favore della stessa in data 14 luglio 2006, ad oggetto la "realizzazione fabbricato in variante al P. di C. nr. 15/06 per l’adeguamento della struttura esistente al R.A. della Regione Puglia L. nr. 11 del 1 agosto 2003. Immobile sito in Altamura alla via Positano trav. Via Matera" ed ogni altro atto, presupposto, connesso e/o consequenziale.
Visto il ricorso con i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio del Comune di Altamura e delle appellate De Nora Maria Teresa, De Nora Elisabetta e De Nora Elena;
Viste le memorie prodotte dall’appellante (in data 17 ottobre 2008), dall’Amministrazione (in date 17 ottobre 2008) e dalle appellate (in data 15 ottobre 2008) a sostegno delle rispettive difese;
Visti altresì gli appelli incidentali proposti dall’Amministrazione e dalle appellate;
Visti gli atti tutti della causa;
Relatore, all’udienza pubblica del 28 ottobre 2008, il Consigliere Raffaele Greco;
Uditi l’avv. Notarnicola per l’appellante, l’avv. Manzi per l’Amministrazione e l’avv. Valla per le appellate;
Ritenuto e considerato quanto segue:
F A T T O
La S.I.L.C.O. S.r.l. ha impugnato la sentenza con la quale il T.A.R. della Puglia, in accoglimento del ricorso proposto dalle sigg.re Maria Teresa De Nora, Elisabetta De Nora ed Elena De Nora, ha annullato i permessi di costruire rilasciati dal Comune di Altamura, in variante rispetto a precedenti titoli abilitativi, per la ristrutturazione di un complesso immobiliare in sua proprietà.
A sostegno dell’appello, ha dedotto:
1) erroneità della sentenza impugnata per omessa rilevazione dell’inammissibilità del gravame di primo grado (non essendo stati mai impugnate la concessione in sanatoria nr. 1490/02 e la successiva in variante nr. 507/03, rispetto alle quali i permessi oggetto dell’odierna impugnazione costituivano a loro volta varianti di adeguamento);
2) erroneità della sentenza impugnata per ultrapetizione (per avere il giudice di primo grado, senza che in tal senso vi fosse alcuna domanda di parte ricorrente, dichiarato d’ufficio la nullità dei predetti permessi di costruire del 2002, che costituivano l’antecedente logico – come detto – di quelli impugnati);
3) erroneità della ritenuta nullità dei permessi di costruire nn. 1490 del 2002 e 507 del 2003 (non risultando la falsità di detti provvedimenti dichiarata nel dispositivo della sentenza di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p. che aveva definito il procedimento penale seguito al sequestro delle opere eseguite in esecuzione dei suddetti titoli, né risultando in ogni caso la sussistenza di alcuno dei presupposti cui la legge ricollega la nullità del provvedimento amministrativo);
4) erroneità della sentenza impugnata anche laddove ha ritenuto l’illegittimità in via autonoma dei permessi di costruire impugnati (trattandosi di conclusione basata su una consulenza tecnica d’ufficio dai risultati quanto meno discutibili, eseguita senza alcun sopralluogo sul posto e pervenendo a conclusioni, circa l’originaria superficie del manufatto, del tutto avulse da qualsivoglia elemento probatorio).
Pertanto, l’appellante ha concluso per l’annullamento della sentenza impugnata, previa sospensione della sua esecuzione; in via istruttoria ha chiesto altresì procedersi a nuova C.T.U., al fine di sopperire alle gravi carenze degli accertamenti esperiti in primo grado.
Nel costituirsi, le appellate Maria Teresa De Nora, Elisabetta De Nora ed Elena De Nora si sono opposte, con diffuse argomentazioni, all’accoglimento dell’appello, chiedendo la conferma della sentenza di primo grado; inoltre, le stesse hanno proposto appello incidentale avverso la medesima pronuncia, nella parte in cui ha dichiarato il difetto di interesse in ordine ai motivi aggiunti da esse proposti avverso un ulteriore atto (nota del Dirigente del III Settore del Comune di Altamura del 22 marzo 2007, con la quale, in riscontro alla richiesta di annullamento in autotutela dei permessi di costruire poi impugnati, si dichiarava preferibile attendere l’esito del giudizio pendente dinanzi al T.A.R.), ritenuto meramente soprassessorio e non provvedimentale.
Anche il Comune di Altamura, pur nelle forme dell’appello incidentale, ha impugnato la sentenza de qua, formulando avverso di essa censure analoghe a quelle sollevate dall’appellante principale.
Alla camera di consiglio del 10 giugno 2008, sull’accordo delle parti, l’esame della domanda cautelare è stato differito, per essere abbinato alla trattazione del merito.
All’udienza del 28 ottobre 2008, la causa è stata ritenuta per la decisione.
D I R I T T O
1. Gli appelli proposti dalla S.I.L.C.O. S.r.l. e dal Comune di Altamura sono infondati, per le ragioni che saranno appresso esposte.
2. Con un primo ordine di censure, entrambi gli appellanti ripropongono la questione, sollevata in primo grado sotto forma di eccezione, della asserita inammissibilità del ricorso proposto dalle sigg.re Maria Teresa De Nora, Elisabetta De Nora ed Elena De Nora per mancata impugnazione nei termini delle originarie concessioni edilizie nn. 1490 del 2002 e 507 del 2003.
Tale motivo di appello è strettamente connesso all’ulteriore doglianza – anch’essa articolata da entrambi gli appellanti – in ordine alla paventata violazione dell’art. 112 c.p.c., avendo il giudice di prime cure dichiarato la nullità dei due titoli abilitativi suindicati andando al di là di qualsivoglia richiesta di parte ricorrente.
Al fine di meglio comprendere il perché il Collegio reputi infondata la prima doglianza e irrilevante la seconda, è necessario ricostruire nei suoi esatti termini il rapporto tra le due concessioni in questione e i permessi di costruire nn. 15 e 38 del 2006, nei cui confronti l’impugnazione è stata certamente tempestiva e che sono stati annullati con la sentenza gravata.
2.1. L’odierna appellante S.I.L.C.O. S.r.l. è proprietaria di suoli siti nel Comune di Altamura, classificati nel P.R.G. vigente con destinazione a "parco urbano" con ridotto indice di fabbricabilità, sul quale in origine sorgevano immobili estremamente antichi e pressoché fatiscenti, un tempo destinati a deposito di attrezzi agricoli e derrate.
Con la concessione edilizia nr. 1490 del 2002, a seguito di richiesta presentata dalla precedente proprietaria dell’immobile, il Comune autorizzava in sanatoria un intervento di "cambio di destinazione d’uso da magazzini agricoli a predisposizione di locali da destinare ad attività commerciali".
Su tale titolo s’innestava poi la successiva concessione nr. 507 del 2003, con la quale, in accoglimento di nuova istanza della S.I.L.C.O. S.r.l., venivano assentiti "lavori di sistemazione della struttura commerciale e manutenzione straordinaria dell’edificio di via Positano".
Nella fase esecutiva dei lavori, in data 26 giugno 2003, il manufatto veniva sottoposto a sequestro, essendosi riscontrato che in difformità dai titoli abilitativi si era proceduto alla integrale demolizione degli immobili preesistenti e alla costruzione di un nuovo edificio di superficie ed entità molto maggiori, il tutto sulla scorta di una falsa rappresentazione dello stato dei luoghi preesistenti posta in essere in sede di predisposizione del progetto, al fine di indurre l’Amministrazione comunale a rilasciare il titolo concessorio.
Il conseguente giudizio penale è stato definito con sentenza di applicazione di pena ai sensi dell’art. 444 c.p.p., nei confronti degli esecutori dell’opera e dei progettisti, non solo per i reati di edificazione abusiva, ma anche per la fattispecie di falsità ideologica in atto pubblico mediante induzione in errore (artt. 48, 479, 476 c.p. e 48, 480 c.p.).
Nella fase terminale di tale giudizio, il cantiere è stato dissequestrato proprio a seguito del rilascio del nuovo permesso di costruire nr. 15 del 2006, con il quale il Comune di Altamura ha autorizzato "lavori di riduzione in variante alla C.E. nr. 507/02, con redistribuzione dei volumi e della superficie preesistente"; a questo ha poi fatto seguito il nr. 38 del 2006, finalizzato alla realizzazione di parcheggi a servizio dell’edificanda struttura commerciale.
2.2. Tanto premesso, il Collegio non ritiene di condividere le argomentazioni con le quali il primo giudice ha ritenuto di superare l’eccezione, sollevata dalle parti resistenti, in ordine alla mancata impugnazione delle concessioni nn. 1490 del 2002 e 507 del 2003, rispetto alle quali i permessi odiernamente gravati erano destinati a operare in variante.
Ed invero, il T.A.R. assume la nullità rilevabile ex officio delle due predette concessioni, le quali sarebbero affette da falsità come accertato con la sentenza di applicazione di pena emessa dal G.i.p. del Tribunale di Bari il 31 ottobre 2006.
L’argomento non persuade, per una serie di ragioni:
a) la falsità delle concessioni de quibus non risulta dichiarata formalmente dal giudice penale nel dispositivo della sentenza ai sensi dell’art. 537 c.p.p., né, in difetto di tale dichiarazione formale, è dato evincere detta falsità indirettamente dalla motivazione della pronuncia;
b) l’omissione nella specie ha una sua ratio, tenuto conto che nel caso che occupa la contrarietà al vero accertata concerneva non tanto le concessioni in sé, quanto atti prodromici alle stesse, segnatamente i grafici progettuali rappresentanti lo stato dei luoghi, risultando il vizio del provvedimento soltanto indirettamente da tale artificio;
c) al di là di quanto sopra, non ricorreva nella specie alcuna delle ipotesi cui l’art. 21 septies ricollega la nullità del provvedimento amministrativo, con conseguente applicabilità del suo peculiare "regime": in particolare, non può parlarsi di carenza assoluta della volontà provvedimentale per effetto della falsificazione sopra indicata, essendo evidente che – almeno a stare alle contestazioni di reato siccome confermate dal giudice penale – si trattò piuttosto di formazione viziata della volontà del Comune, per effetto dell’induzione in errore operata dagli istanti, vicenda che classicamente configura una tipica ipotesi di (mera) illegittimità dell’atto (ciò appare confermato proprio dal precedente citato dalle appellate a sostegno della decisione del primo giudice, laddove – a differenza del caso che occupa – era provata la complicità del funzionario comunale nel reato, sicché effettivamente poteva parlarsi di assoluta inesistenza dell’elemento essenziale – volontà).
2.3. Se, pertanto, un attento esame della vicenda che ha interessato le concessioni nn. 1490 del 2002 e 507 del 2003 rivela che non può parlarsi di nullità delle stesse, ma di semplice illegittimità che avrebbe dovuto indurre l’Amministrazione ad annullarle in autotutela (e il fatto che il Comune non solo non lo abbia fatto, ma abbia anche ritenuto di impiegarle come "base" per il rilascio di successivi permessi in variante, potrà al più essere apprezzato in sede di eventuale valutazione delle responsabilità del soggetto pubblico, che sono estranee al presente giudizio), tuttavia non può dirsi che la mancata tempestiva impugnazione dei suddetti provvedimenti concessori abbia reso inammissibile il ricorso proposto dalle sigg.re De Nora, nella propria qualità di proprietarie di terreni limitrofi in origine facenti parte del medesimo complesso immobiliare, avverso i nuovi permessi di costruire rilasciati dal Comune nel 2006.
Ciò si ricava dalla ricostruzione del rapporto cronologico e consequenziale tra i vari provvedimenti abilitativi, quale si è più sopra operata.
Al riguardo, va innanzi tutto condivisa l’opinione delle appellate secondo cui, a seguito degli abusi commessi dalla S.I.L.C.O. S.r.l. nell’esecuzione di quanto assentito con le concessioni del 2002 e 2003, si era del tutto spezzato ogni nesso causale tra le opere assentite e quelle effettivamente realizzate.
In particolare, a fronte di titoli che consentivano dapprima un semplice mutamento della destinazione d’uso e quindi opere di manutenzione straordinaria e ristrutturazione, risultava totalmente demolito il manufatto preesistente e realizzato un edificio di superficie e volume molto superiori, ciò attraverso l’artificio di far apparire preesistenti, in sede di predisposizione del progetto, volumi edilizi (segnatamente, un capannone) in realtà inesistenti: su questi aspetti, fanno fede gli atti del procedimento penale, ormai coperti da giudicato.
Se tutto questo è vero, ne discende che in alcun modo un nuovo provvedimento autorizzatorio avrebbe potuto "agganciarsi", in variante, alle concessioni nn. 1490 del 2002 e 507 del 2003, trattandosi semmai di ottenere un permesso in sanatoria per gli abusi effettivamente realizzati (beninteso, ove ciò non fosse stato reso impossibile dalla destinazione urbanistica dell’area interessata dall’intervento).
Insomma, la mera circostanza che il permesso di costruire nel 16 del 2006 si autoqualificasse "in variante" rispetto alle concessioni precedenti non vale ex se a dimostrare che le opere con esso assentite costituissero effettivamente variante in senso tecnico rispetto a quelle precedentemente realizzate, proprio in quanto si trattava di opere non consentite sulla scorta dei titoli a suo tempo ottenuti dall’odierna appellante.
2.4. Le conclusioni raggiunte risultano confermate anche laddove si voglia, seguendo un diverso percorso argomentativo, prescindere del tutto dalle opere effettivamente realizzate, limitando la considerazione al solo rapporto tra quanto astrattamente autorizzato con le concessioni nn. 1490 del 2002 e 507 del 2003 e quanto assentito con il permesso nr. 16 del 2006.
Un tale raffronto non può che condurre alla conclusione che le opere da ultimo autorizzate – ancorché "in riduzione" rispetto a quelle de facto illecitamente realizzate – costituiscono variazione di notevole entità sia rispetto al mero mutamento di destinazione d’uso assentito con l’atto concessorio del 2002 sia rispetto alla manutenzione straordinaria e ristrutturazione di cui alla concessione nr. 507 del 2003: trattasi, infatti, della realizzazione di un edificio di superficie, sagoma e volume diversi rispetto al preesistente, a due piani ed al quale, per effetto del successivo permesso nr. 38 del 2006, si sono aggiunti anche i parcheggi.
Insomma – e anche su questo non può non concordarsi con i rilievi delle odierne appellate – si è in presenza di modifiche così incisive ed estese da integrare quella nozione di "variazione essenziale" che, secondo il principio contenuto nell’art. 32 del d.P.R. 6 giugno 2001, nr. 380, è in toto equiparabile a un intervento di nuova costruzione.
3. Alla luce dei rilievi fin qui svolti, non può non concludersi che i permessi di costruire impugnati nel presente giudizio, pur formalmente autodefinendosi variante a concessioni preesistenti, erano atti del tutto autonomi, con conseguente ammissibilità di una loro impugnazione autonoma e distinta da quella dei titoli precedenti.
Ciò, oltre a rendere del tutto inconferente - siccome inidoneo a produrre alcuna utilità agli appellanti - la doglianza relativa all’asserita ultrapetizione della sentenza gravata quanto alla ritenuta nullità, appare confermato dal fatto che il primo giudice ha ravvisato l’illegittimità di detti permessi di costruire più per vizi autonomi che non per una mera invalidità derivata da quella delle concessioni del 2002 e del 2003.
Con riguardo a tale parte della pronuncia gravata, i motivi d’impugnazione formulati dagli appellanti sono infondati, dovendo trovare integrale conferma le conclusioni raggiunte dal T.A.R.
4. In particolare, il giudice di primo grado ha ritenuto non autorizzabili gli interventi assentiti col permesso di costruire nr. 16 del 2006, in considerazione della specifica destinazione urbanistica dell’area de qua, in quanto risolventesi nella realizzazione di un edificio di superficie ben superiore a quella preesistente.
Tanto sulla scorta di una consulenza tecnica d’ufficio, sulla quale si concentrano le critiche degli odierni appellanti, che assumono non avere la stessa fornito alcun elemento di prova in ordine alla superficie preesistente, spingendosi a chiedere disporsi nella presente sede un nuovo accertamento tecnico.
Le censure di parte appellante non sono condivisibili, e le richieste istruttorie appaiono ultronee.
4.1. In primo luogo, occorre sgombrare il campo dalla circostanza, su cui gli appellanti insistono particolarmente, che il C.T.U. nominato dal T.A.R. non ha compiuto nessun sopralluogo sui luoghi interessati dall’intervento.
Tale circostanza invero, lungo dal costituire un’anomalia o un’abnormità, è pienamente coerente con quello che era l’oggetto dei quesiti specifici formulati dal T.A.R. pugliese; segnatamente, l’incarico di consulenza aveva a oggetto l’accertamento da un lato della superficie dell’immobile originariamente esistente in loco (prima delle concessioni edilizie del 2002 e del 2003 e degli abusi conseguenti), e dall’altro della superficie globale dell’edificazione assentita con i permessi di costruire nn. 16 e 38 del 2006, ciò all’evidente fine di operare un raffronto tra preesistente ed assentito.
Orbene, mentre è evidente che il secondo dato non poteva che evincersi dal mero esame della documentazione progettuale allegata ai permessi di costruire impugnati (trattandosi di opere autorizzate ma non ancora realizzate), altrettanto deve dirsi quanto al primo dato, non potendo la superficie originaria ricavarsi che da un’analisi storico-documentale attese le rilevanti alterazioni dello stato dei luoghi medio tempore intervenute.
Insomma, un sopralluogo sul posto sarebbe stato idoneo a ingenerare confusione piuttosto che a fornire certezze, in quanto si sarebbe "scontrato" con le edificazioni di nuova realizzazione, che come risulta per tabulas sono così estese e incisive da rendere vano e opinabile qualsiasi tentativo di risalire – magari sulla base dell’esame di ruderi e tracce risalenti chissà a quale epoca, come vorrebbero gli odierni appellanti – all’originaria superficie dell’immobile illo tempore insistente sul suolo.
Né può dirsi, come assume l’appellante S.I.L.C.O. S.r.l., che così inteso l’incarico peritale si sarebbe ridimensionato a una mera collazione di documenti che il giudice di primo grado avrebbe potuto anche compiere autonomamente: infatti, è evidente che, soprattutto quanto all’individuazione della superficie originariamente edificata, il C.T.U. era chiamato a non "accontentarsi" affatto della documentazione già versata in atti, dovendo condurre i propri accertamenti anche su risultanze estranee al giudizio (p. es. documentazione catastale, eventuali rilievi aerofotogrammetrici da ricercare presso enti pubblici etc.).
Pertanto, si comprende il perché il Collegio reputi superfluo e verosimilmente improduttivo l’espletamento dell’ulteriore attività istruttoria richiesta dagli appellanti (supplemento di C.T.U. con sopralluogo sui luoghi).
4.2. Ciò premesso in linea generale, appaiono condivisibili anche nel merito le conclusioni cui è pervenuto il primo giudice.
In particolare, sulla scorta dei risultati della suindicata consulenza, si è ritenuto che l’originaria superficie edificata fosse pari a mq. 752,67, di gran lunga inferiore alla superficie assentita, che è pari a mq. 1244,14 (per una cubatura complessiva di mc. 5474,26).
Tele dato, invero, è stato ricavato dalla relazione tecnica allegata all’originaria istanza di concessione edilizia del 1997, ritenuta dal consulente più affidabile rispetto ai dati ricavabili dagli atti notarili, dai quali era evincibile soltanto un dato "aggregato" comprensivo anche di cortili e pertinenze non edificate, mentre per ignoti motivi presso l’Ufficio Tecnico del Comune di Altamura non è stata rinvenuta la relazione tecnica inerente alle più recenti richieste di permessi di costruire.
Malgrado le parti appellanti ritengano tale dato opinabile e incerto, esso coincide pienamente con quanto ricavabile dal rapporto di polizia giudiziaria redatto dalla Polizia Municipale in servizio presso la Procura della Repubblica di Bari nel 2003, nell’immediatezza degli abusi edilizi poi oggetto di sequestro e giudizio penale.
In tale sede, fu espresso "…Il convincimento che la superficie preesistente risultasse di circa mq. 752,67", sulla scorta di una serie di elementi: tale dato numerico corrispondeva approssimativamente a quello risultante dal rilievo allegato all’atto di divisione ereditaria in riferimento ai fabbricati assegnati alle germane Cucchiarelli (poi danti causa dell’odierna appellante S.I.L.C.O. S.r.l.); esso coincideva con quanto ricavabile anche da un rilievo aerofotogrammetrico risalente al 1985, rinvenuto presso l’Ufficio Tecnico comunale; analogo dato poteva ricavarsi dallo stralcio di mappa catastale relativo all’anno 1990, epoca del frazionamento del complesso immobiliare.
A fronte di tali emergenze, che conducono univocamente e ragionevolmente a ritenere che effettivamente la superficie originaria edificata fosse pari a circa mq. 750, del tutto contraddittori appaiono gli argomenti degli odierni appellanti, i quali sostengono che la superficie già edificata non sarebbe inferiore ai mq. 1244,15 da ultimo assentiti, dopo che:
- in occasione dell’istanza di concessione edilizia formulata nel 1997 dalla dante causa della S.I.L.C.O. S.r.l. fu dichiarata una superficie preesistente di mq. 600;
- nel 2002, all’epoca della richiesta poi sfociata nelle concessioni oggetto di procedimento penale, dalla stessa S.I.L.C.O. S.r.l. fu dichiarata – come già rilevato – una superficie pari a mq. 752,67 (pari a quella accertata dal C.T.U.);
- da ultimo, in occasione del rilascio degli impugnati permessi di costruire, la stessa S.I.L.C.O. ha dichiarato una superficie soli mq. 912,53 (salvo poi a precisare, nell’ambito del presente giudizio, che tale cifra si riferirebbe alla superficie "netta", non comprensiva delle murature interne ed esterne).
In conclusione, gli elementi valorizzati dal C.T.U. risultano univoci e coerenti, al contrario di quelli prodotti dagli appellanti, che oltre a essere tra loro contrastanti e di per sé ambigui, scontano il vizio di pregresse falsità documentali accertate, come si è visto, con sentenza penale definitiva.
4.3. Ai rilievi fin qui svolti può aggiungersi che del tutto irrilevante, ai fini delle valutazioni da compiersi nella presente sede, è il fatto che i nuovi permessi di costruire del 2006 siano stati "sottoposti" al P.M. ed al G.i.p. nell’ambito del procedimento penale scaturito dai pregressi abusi, ottenendone una sorta di vaglio positivo, concretatosi nel parere favorevole del P.M. al dissequestro del manufatto e nell’affermazione, resa nella sentenza pronunciata ex art. 444 c.p.p., secondo cui nel permesso nr. 16 del 2006 "non si rinvengono peraltro profili di illegittimità che ne impongano la disapplicazione".
Ed invero, in disparte il rilievo che tale ultima affermazione può intendersi unicamente come riferito all’insussistenza di profili di illegittimità rilevabili ictu oculi (non avendo, evidentemente, il G.i.p. né il potere né gli strumenti per condurre un approfondito accertamento tra quanto assentito e la superficie originariamente edificata), va ribadita l’autonomia del giudizio amministrativo rispetto al processo penale, ben potendo il primo concludersi con l’accertamento di illegittimità anche al di là della sussistenza di vizi che possano apparire rilevanti ai fini della configurazione di fattispecie di reato.
5. L’acclarata infondatezza degli appelli principali, comportando l’integrale conferma della sentenza impugnata (sia pure con motivazione parzialmente diversa, per quanto sopra diffusamente osservato), determina l’improcedibilità, per evidente difetto d’interesse, dell’appello incidentale proposto dalle sigg.re Maria Teresa De Nora, Elisabetta De Nora ed Elena De Nora.
6. In applicazione del principio della soccombenza, le spese di giudizio vanno poste a carico dell’appellante S.I.L.C.O. S.r.l. e del Comune di Altamura, e vengono liquidate equitativamente in dispositivo.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione IV:
respinge gli appelli proposti dalla S.I.L.C.O. S.r.l. e dal Comune di Altamura;
dichiara improcedibile l’appello incidentale proposto da De Nora Maria Teresa, De Nora Elisabetta e De Nora Elena.
Condanna la S.I.L.C.O. S.r.l. e il Comune di Altamura, pro quota, al pagamento in favore di controparte delle spese di giudizio, che liquida in complessivi euro 6000,00, oltre accessori di legge.
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall’autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 28 ottobre 2008 con l’intervento dei signori:
Costantino Salvatore Presidente f.f.
Pier Luigi Lodi Consigliere
Salvatore Cacace Consigliere
Eugenio Mele Consigliere
Raffaele Greco Consigliere, est.
L’ESTENSORE IL PRESIDENTE F.F.
Raffaele Greco Costantino Salvatore
Depositata in Segreteria il 25/11/2008.



OPERA PRECARIA, I REQUISITI Tar Emilia romagna - bologna, sez. II - sentenza 14 gennaio 2009 n. 19
Il carattere di precarietà di una costruzione, ai fini edilizi, non va desunto dalla eventualmente facile e rapida rimovibilità dell’opera, ovvero dal tipo più o meno fisso del suo ancoraggio al suolo, ma dal fatto che la costruzione appaia destinata a soddisfare una necessità contingente ed essere, poi, prontamente rimossa, a nulla rilevando la circostanza che l’impiego del bene sia circoscritto ad una parte sola dell’anno. Lo ha stabilito il Tar Emilia con la sentenza n. 19/2009.

Tar Emilia romagna - bologna, sez. II - sentenza 14 gennaio 2009 n. 19
Con l’epigrafato ricorso la società ricorrente, proprietaria dell’immobile ubicato in Rimini, Via S. Aquilina 21, locato alla s.n.c. X.T.C. ed adibito ad uso di pubblico esercizio di ristorante, bar, e discoteca, nel quale sono state realizzate opere abusive, ha impugnato il provvedimento (prot. n. 82928 del 21.4.1998) con il quale l’Amministrazione Comunale ha diffidato la demolizione delle stesse in quanto eseguite in parziale difformità dalla concessione edilizia.
Sostiene la ricorrente che dette opere non avevano necessità del previo rilascio di apposita concessione in quanto precarie, facilmente rimovibili e di durata limitata nel tempo;
Il Tar non ha accolto il ricorso, per i motivi di seguito descritti.
La ricorrente sostiene che le opere in contestazione non necessitano di alcun titolo data la loro natura "precaria", in quanto … "le stesse vengono eliminate dopo ogni stagione estiva per poi venire installate all’inizio della nuova (cfr pag.3 del ricorso).
Tale affermazione confessa che quanto realizzato è destinato a soddisfare esigenze costanti nel tempo, con un utilizzo ripetibile a frequenza prestabilita, e non bisogni contingenti; l’apertura di una finestra e la trasformazione di un finestrino in porta, la demolizione del vano scala di collegamento tra la pista da ballo e l’esterno del fabbricato, in luogo del quale è stato realizzato un servizio igienico, la sostituzione della recinzione per mt. 32,15, indicata negli elaborati con pali e rete, con un muretto di cm. 50, non hanno, evidentemente, le caratteristiche della precarietà ma si configurano quali opere stabili (cfr. verbale di accertamento 3.6.96, in atti).
I due manufatti di mq. 2,43 ciascuno, realizzati in pannelli di cemento prefabbricati, descritti nel ricorso come …"assolutamente precari…definitivamente rimossi dopo la stagione estiva 1996", ad un successivo accertamento in data 20.7.1998 sono risultati ancora esistenti.
La struttura principale, parzialmente tamponata e coperta con pannelli termocoimbentati, per una superficie totale di mq. 710, determina un rilevante impatto urbanistico essendo costituita da montanti verticali di 14 x 14 cm. del tipo "a doppio T", travi dello stesso tipo, di larghezza di 18 cm. e spessore di 40 cm., e travetti metallici secondari, con altezze interne all’intradosso dei pannelli di
copertura di 4,38 m. (minima) e 5,52 m. (massima) (cfr. verbale 3.6.96 in atti).
Il carattere di precarietà di una costruzione, ai fini edilizi, non va desunto dalla eventualmente facile e rapida rimovibilità dell’opera, ovvero dal tipo più o meno fisso del suo ancoraggio al suolo, ma dal
fatto che la costruzione appaia destinata a soddisfare una necessità contingente ed essere, poi, prontamente rimossa, a nulla rilevando la circostanza che l’impiego del bene sia circoscritto ad una parte sola dell’anno.
Nemmeno è sufficiente ad attribuire il carattere di precarietà ai fini dell’esenzione dalla concessione edilizia, il fatto che si tratti di manufatto smontabile e non fisso al suolo (cfr. TAR Umbria, 21.8.2003
n.692), così come il carattere stagionale non implica precarietà dell’opera ben potendo essere la stessa destinata a soddisfare un bisogno non provvisorio ma regolarmente ripetibile.
Il carattere di precarietà di una costruzione, ai fini edilizi, non va desunto dalla eventualmente facile e rapida rimovibilità dell’opera, ovvero dal tipo più o meno fisso del suo ancoraggio al suolo, ma dal fatto che la costruzione appaia destinata a soddisfare una necessità contingente ed essere, poi, prontamente rimossa, a nulla rilevando la circostanza che l’impiego del bene sia circoscritto ad una parte sola dell’anno. Lo ha stabilito il Tar Emilia con la sentenza n. 19/2009.


Condono edilizio: integrazione e mancata presentazione dei documenti TAR Puglia-Bari, sez. III, sentenza 17.12.2008 n° 2897

In materia di integrazione documentale l'art. 39, comma 4, della legge 724/1994 (“2° condono edilizio”) ha disposto che la mancata presentazione dei documenti, previsti per legge come obbligatori, entro tre mesi dalla espressa richiesta di integrazione notificata dal Comune, comporta l'improcedibilità della domanda e il conseguente diniego del condono per carenza documentale.

La questione della documentazione da presentare a corredo della domanda di condono è particolarmente delicata, in quanto si tratta di contemperare l'esigenza di identificare l'opera ai fini del rilascio del titolo di sanatoria, con quella di evitare che attraverso la reiterata richiesta di atti istruttori da parte dell'amministrazione comunale, l'istanza resti troppo tempo senza risposta.

Il titolo abilitativo in sanatoria è un atto non perfettamente confrontabile con gli atti abilitativi che il Comune rilascia in via ordinaria per consentire trasformazioni urbanistiche e edilizie. Ed è per questi motivi che il legislatore ha indicato analiticamente gli allegati a corredo della domanda, che devono ritenersi necessari, mentre altri eventuali atti istruttori non possono considerarsi idonei ad interrompere il termine per l'esame della domanda.

In relazione alle istanze di concessione in sanatoria presentate in base alla legge n. 724/1994, l'art. 39, quarto comma, della stessa L. n. 724/1994 prescrive che la domanda deve essere corredata anche dalla “denuncia in catasto”.

Se non viene dato seguito alla formale richiesta di fornire la “prova dell'avvenuta presentazione all'U.T.E. della documentazione necessaria ai fini dell'accatastamento” il Comune legittimamente ritiene sussistente l’improcedibilità della domanda e, dunque, nega la sanatoria.

Queste le argomentazioni in diritto con le quali il T.A.R. Puglia ha respinto il ricorso promosso avverso un diniego di condono di opere abusive motivato sulla base della improcedibilità della istanza presentata stante un manifesto inadempimento dell’interessato alle successive richieste di integrazione documentale fatte dal Comune.

Orbene, premesso che il condono (detto anche “sanatoria straordinaria”) è istituto eccezionale, come tale deve essere interpretato non solo nella sua portata giuridico-sostanziale, ma anche per quella procedimentale; così, anche gli adempimenti procedimentali sono tassativamente previsti dalle norme in questione e, dunque, il Comune non può omettere di adempiere ad un dovere di legge (il munirsi, cioè, di taluni documenti finalizzati alla completa istruttoria del procedimento amministrativo) così come il soggetto interessato al buon esito della pratica non può, a sua volta, restare inerte di fronte alle doverose istanze di integrazione recapitategli da parte della p.a. locale.

In tal senso, esistono solo atti e adempimenti documentali che, ritenuti “necessari” per espressa disposizione legislativa ma inadempiuti, provocano l’interruzione del procedimento; gli altri atti, riconducibili – per lo più – alla categoria di quelli richiesti dall’ente in via meramente eventuale (e cioè, non sulla base di norme di legge), non possono – invece – interrompere l’iter procedimentale.

(Altalex, 20 marzo 2009. Nota di Alessandro Del Dotto)


Decadenza permesso TAR PUGLIA di LECCE - SENTENZA 10 aprile 2009, n.702

Provvedimento con il quale è stata dichiarata la decadenza di una concessione edilizia, ex art. 15, D.P.R. n. 380 del 2001, per mancato inizio dei lavori nel termine di legge - motivato, esclusivamente, con riguardo al fatto che detta comunicazione sia stata effettuata da un soggetto diverso dal titolare del permesso di costruire, laddove i lavori abbiano avuto, comunque, effettivo e tempestivo inizio - illegittimo
 
TAR PUGLIA di LECCE - SENTENZA 10 aprile 2009, n.702 - Pres. Cavallari - est. De Gennaro
SENTENZA
Sul ricorso numero di registro generale 633 del 2007, proposto da: Verusio Carlo e Verusio Pierfrancesco, rappresentati e difesi dall'avv. Carlo Verusio, con domicilio eletto presso Andrea Rollo in Lecce, via di Porcigliano 2;
per l'annullamento
previa sospensione dell'efficacia,
del provvedimento di decadenza del permesso di costruire a firma del Dirigente dell’Ufficio Tecnico del Comune di Ceglie Messapica prot. n. 2878 del 2.2.2007.

Visto il ricorso con i relativi allegati;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 19/03/2009 il dott. Luca De Gennaro e uditi per le parti l’Avv. Verusio e l’Avv. Vitale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

FATTO
Il Comune di Ceglie Messapica ha rilasciato agli odierni ricorrenti il 16.1.2006 il permesso per costruire n. 6262 finalizzato al recupero e al restauro di un castello ducale di loro proprietà.
In data 16.01.2007 la Torre Normanna s.r.l. effettuava la comunicazione di avvio dei lavori per lo stesso giorno.
Con il provvedimento impugnato, notificato ai ricorrenti il 7.2.2007, l’Amministrazione rilevando che la comunicazione di inizio lavori era stata compiuta da un soggetto diverso dai titolari del permesso ha dichiarato la decadenza dal permesso ai sensi dell’art. 15 DPR 380/2001.
I ricorrenti affidano l’impugnativa ad unico motivo di ricorso volto a censurare l’errata applicazione dell’art. 15 DPR 380/2001.
I ricorrenti chiedono la condanna al risarcimento dei danni.
Si è costituito il Comune eccependo la tardività e contestando nel merito la fondatezza del ricorso.
Con ordinanza cautelare 410/2007 questo Tar ha sospeso l’efficacia dell’atto impugnato.
DIRITTO
Oggetto di preliminare esame è l’eccezione di tardività del ricorso. L’eccezione è infondata.
Computando come dies a quo il 7.2.2007, giorno della notifica ai ricorrenti dell’atto impugnato, l’ultimo giorno utile per la proposizione del gravame sarebbe stato l’8.4.2007. Posto che quel giorno e il giorno seguente erano giorni festivi (domenica di Pasqua e lunedì dell’Angelo), tenuto conto del disposto dell’art. 155 c.p.c., il termine per ricorrere è prorogato di diritto al primo giorno seguente non festivo ovvero il 10.4.2007, giorno in cui è stato tempestivamente notificato il ricorso.
Nel merito il ricorso è fondato.
La decadenza disciplinata dall'art. 15 d.P.R. n. 380 del 2001 consegue dalla circostanza obiettiva del mancato inizio dei lavori; l’effetto caducatorio è quindi legato all'inerzia dell'interessato nella realizzazione del progetto e non alla mancata effettuazione della comunicazione che costituisce un adempimento formale, funzionale al rapporto di collaborazione privato-amministrazione. Si osserva peraltro che nel caso di specie la comunicazione è stata tempestivamente effettuata indicando numero del permesso e oggetto dell’intervento; il semplice errore sulla titolarità del permesso, che confonde i proprietari (i sigg.ri Verusio) con la società costruttrice (Torre Normanna srl) non costituisce, in presenza di elementi che consentono di identificare l’intervento e il relativo titolo abilitativo, vizio formale tale da privare di utilità la comunicazione del 16.1.2007.
In relazione alla domanda risarcitoria, la sospensione cautelare concessa con ordinanza 410/2007 ha impedito che il provvedimento potesse produrre effetti pregiudizievoli nella sfera patrimoniale dei ricorrenti. Pertanto l’eventuale stallo dei lavori e gli effetti negativi prodottisi sulla realizzabilità del progetto non possono essere imputati all’Amministrazione resistente.
Il ricorso viene pertanto accolto e la domanda risarcitoria rigettata.
Sussistono giusti motivi per la compensazione delle spese.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia - Terza Sezione di Lecce - accoglie il ricorso e per l’effetto annulla l’atto impugnato ; respinge la domanda risarcitoria.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.


Modifica destinazione d'uso

Mutamento di destinazione d’uso di un immobile - attraverso la realizzazione di opere edilizie - ipotesi di ristrutturazione edilizia - intervento assoggettato al regime del permesso di costruire.

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III PENALE - SENTENZA 5 marzo 2009, n.9894
- Pres. De Maio – est. Fiale
Fatto e diritto

Il Tribunale di Napoli, con ordinanza del 13.6.2008, rigettava l'istanza di riesame proposta nell'interesse di Tarallo Alfredo avverso il provvedimento 26.5.2008 con cui il G.I.P. di quello stesso Tribunale - in relazione agli ipotizzati reati di cui agli artt.: 44, lett. b), del T.U. n. 380/2001; 659 e 674 cod. pen. - aveva disposto il sequestro preventivo dei locali adibiti ad esercizio commerciale denominato “CONAD”, siti in Napoli - alla via Scarlatti n. 57, nonché dei connessi impianti esterni acustici, di refrigerazione e condizionamento.
Secondo la prospettazione accusatoria, detti locali, ubicati al piano interrato di un edificio residenziale, erano stati interessati da lavori edilizi eseguiti senza permesso di costruire, che - finalizzati all'adattamento degli stessi all'esercizio dell'attività commerciale di supermercato - avevano comportato: un aumento di superficie attraverso innovazioni apportate ad un soppalco; l'alterazione del prospetto dell'edificio, mediante ampliamento di un preesistente varco di accesso, nonché il mutamento della originaria destinazione d'uso.
All'effettivo esercizio dell'attività commerciale si connetterebbero, poi:
rumori (rilevanti ex art. 659 cod. pen.) - idonei a disturbare il riposo di un numero indeterminato di persone - prodotti dalle operazioni di carico, scarico e trasporto delle merci, oltre che dalla diffusione sonora di musica ed avvisi pubblicitari e dalla gestione e manutenzione degli impianti di refrigerazione e condizionamento;
emissioni di polveri e odori molesti (rilevanti ex art. 674 cod. pen.), ricollegabili in particolare alla pulizia delle ventole degli impianti di refrigerazione mediante getti di aria compressa ed all'esistenza di un ricettacolo di acqua stagnante su un telone di plastica posto a copertura della rampa di accesso al supermercato.
Avverso tale ordinanza di rigetto hanno proposto ricorso i difensori del Tarallo, i quali hanno eccepito, sotto il profilo della violazione di legge:
- la inesistenza della ritenuta modificazione della destinazione d'uso dei locali, in quanto gli stessi sarebbero stati già adibiti, da oltre trent'anni, a “sala giochi” e cioè ad attività pacificamente rientrante tra quelle commerciali.
La licenza edilizia rilasciata per la costruzione del fabbricato inibisce unicamente l'utilizzazione dei locali in oggetto come autorimessa o deposito di materiali infiammabili, mentre le vigenti disposizioni pianificatorie comunali consentirebbero la destinazione commerciale anche per i vani interrati. In proposito erroneamente sarebbe stato ritenuto applicabile l'art. 99 delle norme tecniche di attuazione (NTA) del vigente piano regolatore generale, mentre la corretta disciplina della fattispecie dovrebbe rinvenirsi, invece, nelle previsioni poste dal successivo art. 124 delle stesse NTA;
- la non riconducibilità a categorie disomogenee di utilizzazione dell'uso residenziale e di quello di attività commerciale al minuto strettamente connessa con le residenze;
- la legittimità della esperita procedura di denunzia di inizio dell'attività (DIA), alla quale ritualmente si sarebbe fatto ricorso, in alternativa alla richiesta del permesso di costruire, ai sensi dell'art. 22, comma 3, del DPR. n. 380/2001 (pure qualora fosse effettivamente configurabile un'ipotesi di ristrutturazione edilizia).
Nella specie la DIA presentata in data 23.6.2005 e la successiva “variante” del settembre 2005 prevederebbero espressamente tanto la realizzazione di un nuovo soppalco in sostituzione di quello preesistente tanto l'effettuato ampliamento del varco di accesso;
- la inconfigurabilità giuridica delle contravvenzioni di cui agli artt. 659 e 674 cod. pen.;
- la insussistenza del ravvisato “periculum in mora”, poiché non sarebbero riscontrabili rumori ed emissioni recanti molestia ad un numero indeterminato di persone e, essendo stati ultimati i lavori edilizi nell'anno 2005, non sarebbe ravvisabile alcuna incidenza negativa sul carico urbanistico in quanto - dovendosi classificare l'esercizio commerciale in oggetto come “esercizio di vicinato” e non già come “media struttura di vendita” - esso potrebbe svolgere la sua attività senza doversi attenere al DM n. 1444/1968 ed alla legge n. 756/1967 per l'apprestamento di proporzionali parcheggi.
Le doglianze anzidette sono state ulteriormente specificate ed illustrate in una memoria difensiva depositata all'udienza odierna.
Il ricorso merita accoglimento nei limiti di seguito specificati.
1. La qualificazione dell'intervento edilizio
1.1 A giudizio del Collegio si verte inconfutabilmente, nella specie, in tema di ristrutturazione edilizia.
Al riguardo va rilevato che:
a) L'art. 3, 1° comma- lett. d), del DPR. n. 380/2001 - come modificato dal D.Lgs. 27.12.2002, n. 301 - definisce interventi di ristrutturazione edilizia quelli “rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti”.
La ristrutturazione edilizia non è vincolata, pertanto, al rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dell'edificio esistente e differisce sia dalla manutenzione straordinaria (che non può comportare aumento della superficie utile o del numero delle unità immobiliari, né modifica della sagoma o mutamento della destinazione d'uso) sia dal restauro e risanamento conservativo (che non può modificare in modo sostanziale l'assetto edilizio preesistente e consente soltanto variazioni d'uso “compatibili” con l'edificio conservato).
La stessa attività di ristrutturazione, del resto, può attuarsi attraverso una serie di interventi che, singolarmente considerati, ben potrebbero ricondursi agli altri tipi dianzi enunciati. L'elemento caratterizzante, però, è la connessione finalistica delle opere eseguite, che non devono essere riguardate partitamente ma valutate nel loro complesso al fine di individuare se esse siano o meno rivolte al recupero edilizio dello spazio attraverso la realizzazione di un edificio in tutto o in parte nuovo.
Alla stregua di tali considerazioni appaiono ad evidenza infondate le argomentazioni difensive che, nel caso in esame, tendono a frazionare le singole opere realizzate ed a valutarle autonomamente e separatamente nel contesto dell'intervento complessivo di trasformazione dei locali in un supermercato.
b) L'art. 10,1° comma - lett. c), del T.U. n. 380/2001, come modificato dal D.Lgs. n. 301/2002, assoggetta a permesso di costruire quegli interventi di ristrutturazione edilizia “che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente, che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici”, ovvero si connettano a mutamenti di destinazione d'uso, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A).
c) L'art. 22, 3° comma - lett. a), dello stesso T.U., come modificato dal D.Lgs. n. 301/2002, prevede, però, che - a scelta dell'interessato ed in alternativa al permesso di costruire - gli interventi di cui all'art. 10, 1° comma - lett. c), possono essere realizzati anche in base a semplice denunzia di inizio attività.
1.2 La vicenda in oggetto è connotata dalla intervenuta trasformazione dei locali interrati mediante un insieme sistematico di opere, con modifiche riguardanti anche (sia pure lievemente) il prospetto ed inserimento di nuovi elementi ed impianti, che hanno portato ad un organismo diverso dal precedente.
Tale intervento, assoggettato in via ordinaria a permesso di costruire, si sarebbe potuto realizzare (a scelta dell'interessato) - pure in ipotesi di connessa modifica della destinazione d'uso - anche in base a semplice denunzia di inizio attività, ai sensi dell'art. 22, 3° comma lett. a), del D.P.R. n. 380/2001.
Nella specie, però, la DIA in concreto presentata non conteneva alcun riferimento ad un mutamento di destinazione d'uso, sicché - ove tale mutamento fosse stato posto in essere - si configurerebbe la totale difformità delle opere eseguite rispetto alla DIA inoltrata, integrante pur sempre il reato di cui all'art. 44, lett. b), del D.P.R. n. 380/2001.
Giova ricordare, in proposito, che la DIA prevista dal 3° comma dell'art. 22 del D.P.R. n. 380/2001 non è istituto ontologicamente diverso da quello disciplinato dai due commi precedenti [dal quale non si distingue certo per il carattere dell'onerosità, che ben può essere comune] e differisce da esso soltanto in relazione agli interventi assoggettabili (alternativamente) alla procedura.
Diverso, invece, è il connesso regime sanzionatorio, poiché:
a) Nei casi previsti dai commi 1 e 2 dell'art 22 del T.U. n. 380/2001 - in cui la DIA si pone come titolo abilitativo esclusivo (non alternativo, cioè, al permesso di costruire) - la mancanza della denunzia di inizio dell'attività o la difformità delle opere eseguite rispetto alla DIA effettivamente presentata non comportano l'applicazione di sanzioni penali ma sono sanzionate soltanto in via amministrativa (art. 37, 6° comma, del T.U. n. 380/2001). Dovendo ritenersi, però, che sia comunque punibile ai sensi dell'art. 44, lett. a), del T.U. n. 380/2001 - pure se preceduta da rituale denuncia d'inizio - l'esecuzione di interventi sostanzialmente difformi da quanto stabilito da strumenti urbanistici e regolamenti edilizi.
b) Nei casi previsti dal 3° comma, dell'art. 22 del T.U. n. 380/2001, invece - in cui la DIA si pone come alternativa al permesso di costruire - (ai sensi del comma 2 bis del successivo art. 44) l'assenza sia del permesso di costruire sia della denunzia di inizio dell'attività ovvero la totale difformità delle opere eseguite rispetto alla DIA effettivamente presentata integrano il reato di cui al successivo art. 44, lett. b) [vedi Cass.: Sez. V, 26.4.2005, Giordano; Sez. III: 9 marzo 2006, n. 8303; 26 gennaio 2004, n. 2579, Tollon]. Non trova comunque sanzione penale la difformità parziale (vedi Cass., Sez. III, 23 settembre 2004, Croattini).
Ciò che conta non è la qualificazione dell'intervento data dal privato nella DIA presentata ma la esatta indicazione e descrizione, in tale denuncia, delle opere poi effettivamente eseguite.
2. La destinazione d'uso degli immobili
La questione controversa, nel caso che ci occupa, è quella di verificare:
- se effettivamente possa prospettarsi una intervenuta modifica della destinazione d'uso dei locali;
- se tale modifica possa ritenersi consentita alla stregua delle disposizioni pianificatone vigenti.
2.1 Al riguardo va evidenziato che la destinazione d'uso è un elemento che qualifica la connotazione del bene immobile e risponde a precisi scopi di interesse pubblico, di pianificazione o di attuazione della pianificazione.
Essa individua il bene sotto l'aspetto funzionale, specificando le destinazioni di zona fissate dagli strumenti urbanistici in considerazione della differenziazione infrastrutturale del territorio, prevista e disciplinata dalla normativa sugli standard, diversi per qualità e quantità proprio a seconda della diversa destinazione di zona.
L'organizzazione del territorio comunale e la gestione dello stesso vengono realizzate attraverso il coordinamento delle varie destinazioni d'uso in tutte le loro possibili relazioni e le modifiche non consentite di queste incidono negativamente sull'organizzazione dei servizi, alterando appunto il complessivo assetto territoriale (vedi Cass., Sez. III: 7.3.2008, Desimine e 12.7.2002, Cinquegrani).
Lo strumento urbanistico rappresenta l'atto di destinazione generica ed esso trova attuazione nelle prescrizioni imposte dal titolo che abilita a costruire, quale atto di destinazione specifica che vincola il titolare ed i suoi aventi causa.
Possono conseguentemente distinguersi:
- una destinazione d'uso urbanistico, riferita alle categorie specificate dalla legge e dal DM. n. 1444/1968;
- una destinazione d'uso edilizio, che attiene al singolo edificio ed alle sue capacità funzionali.
Duplice è, dunque, l'esigenza correlata al controllo della destinazione d'uso degli immobili: da un lato quella di assicurare tutela alla zonizzazione funzionale, dall'altro quella di consentire l'applicazione delta normativa sugli standards, regolatrice della differenziazione infrastrutturale del territorio.
2.2 Il mutamento di destinazione d'uso giuridicamente rilevante è solo quello tra categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, tenuto conto che nell'ambito delle stesse categorie possono aversi mutamenti di fatto, ma non diversi regimi urbanistico-contributivi, stanti le sostanziali equivalenze dei carichi urbanistici nell'ambito della medesima categoria.
Il Consiglio di Stato (Sez. V, 3.1.1998, n. 24) ha affermato, al riguardo, che “la richiesta di cambio della destinazione d'uso di un fabbricato, qualora non inerisca all'ambito delle modificazioni astrattamente possibili in una determinata zona urbanistica, ma sia volta a realizzare un uso del tutto difforme da quelli ammessi, si pone in insanabile contrasto con lo strumento urbanistico, posto che, in tal caso, si tratta non di una mera modificazione formale destinata a muoversi tra i possibili usi del territorio consentiti dal piano, bensì in un'alterazione idonea ad incidere significativamente sulla destinazione funzionale ammessa dal piano regolatore e tale, quindi, da alterare gli equilibri prefigurati in quella sede”.
2.3 Per determinare in concreto la precedente destinazione d'uso, al fine di verificarne la variazione, sono stati utilizzati - nella pratica - riferimenti diversi e si è tenuto alternativamente conto: della destinazione in atto, specie se consolidata nel tempo; dell'ultima destinazione nota (in caso di manufatto abbandonato); della destinazione indicata nell'ultima concessione o licenza edilizia relativa all'edificio; della destinazione risultante dal catasto.
A giudizio del Collegio - in adesione all'orientamento espresso anche dal Consiglio di Stato (vedi Sez. V, 9.2.2001, n. 583) - la destinazione di un immobile non si identifica con l'uso che in concreto ne fa il soggetto che lo utilizza, ma con quella impressa dal titolo abilitativo assentito (ovviamente quando tale titolo sussista e sia determinato sul punto).
Ciò significa che “il concetto di uso urbanisticamente rilevante è ancorato alla tipologia strutturale dell'immobile, quale individuata nell'atto di concessione, senza che esso possa essere influenzato da utilizzazioni difformi rispetto al contenuto degli atti autorizzatori e/o pianificatori” (così T.a.r. Lombardia-Milano, Sez. I, 7.5.1992, n. 219).
Alla destinazione stabilita dal titolo abilitativo assentito fanno espresso riferimento anche alcune legislazioni regionali (vedi ad esempio: la legge 16.4.2002, n. 19 della Regione Calabria; la legge 25.11.2002, n. 31 della Regione Emilia-Romagna; la legge 18.2.2004, n. 1 della Regione Umbria).
2.4 Quanto al mutamento di destinazione di uso di un immobile attuato attraverso la realizzazione di opere edilizie, deve ricordarsi che, qualora esso venga realizzato dopo l'ultimazione del fabbricato e durante la sua esistenza (ipotesi ricorrente nella vicenda in esame), si configura in ogni caso un'ipotesi di ristrutturazione edilizia [secondo la definizione fornita dall'art 3, 1° comma, lett. d), del TU. n. 380/2001], in quanto l'esecuzione dei lavori, anche se di entità modesta, porta pur sempre alla creazione di “un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente”.
L'intervento rimane assoggettato, pertanto, al previo rilascio del permesso di costruire con pagamento del contributo di costruzione dovuto per la diversa destinazione.
2.5 Un delicato problema di coordinamento interpretativo si correla alla disposizione dell'art. 10, 1° comma, lett. c), del T.U. n. 380/2001, secondo la quale sono subordinati a permesso di costruire “gli interventi di ristrutturazione edilizia che ..., limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A), comportino mutamenti della destinazione d'uso”. Il che potrebbe portare ad affermare che, fuori delle zone omogenee A), la ristrutturazione edilizia (purché non comporti aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici) sarebbe sottratta al regime del permesso di costruire e realizzabile mediante denuncia di inizio dell'attività anche se si accompagni alla modifica della destinazione d'uso.
Una conclusione siffatta, però, si porrebbe in contrasto con l'assoggettamento al permesso di costruire, anche fuori dei centri storici, delle opere di manutenzione straordinaria e di restauro e risanamento conservativo (interventi di minore portata rispetto alla ristrutturazione edilizia) qualora comportino modifiche delle destinazioni d'uso.
Un'interpretazione coerente della disposizione di cui all'art. 10, 1° comma, lett. c), del T.U. n. 380/2001, conseguentemente, può aversi soltanto allorché si ritenga che in essa il legislatore si è riferito alle “destinazioni d'uso compatibili” già considerate dall'art. 3, 1° comma, lett. c) dello stesso T.U. (nella descrizione della tipologia del restauro e risanamento conservativo).
Gli interventi di ristrutturazione edilizia, in sostanza, alla stessa stregua degli interventi di manutenzione straordinaria, di restauro e di risanamento conservativo:
- necessitano sempre di permesso di costruire, qualora comportino mutamento di destinazione d'uso tra categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico;
- fuori dei centri storici sono realizzabili mediante denunzia di attività qualora comportino il mutamento della destinazione d'uso all'interno di una stessa categoria omogenea;
- nei centri storici non possono essere realizzati mediante denunzia di attività neppure qualora comportino il mero mutamento della destinazione d'uso all'interno di una stessa categoria omogenea.
Soltanto un'interpretazione siffatta consente di mantenere coerenza al sistema (vedi Cass., Sez. III, 21.10.2002, n. 35177, Cinquegrani). Una diversa conclusione, nel senso della generalizzata esclusione, fuori dei centri storici, del limite dell'immodificabilità delle destinazioni d'uso, si porrebbe infatti in incoerente contrasto con tutta la disciplina degli interventi specificati dall'art. 3 del T.U. n. 380/2001 (ove finanche la manutenzione straordinaria, come già si è detto, non può comportare “modifiche della destinazione d'uso”).
3. La legislazione della Regione Campania in materia di destinazione d'uso
Nella Regione Campania - ai sensi dell'art. 2 della legge regionale 28-11-2001, n. 19, modificata dalla legge regionale 22-12-2004, n. 16 - possono essere realizzati in base a semplice denuncia di inizio attività “i mutamenti di destinazione d'uso di immobili o loro parti, che non comportino interventi di trasformazione dell'aspetto esteriore, e di volumi e di superfici; la nuova destinazione d'uso deve essere compatibile con le categorie consentite dalla strumentazione urbanistica per le singole zone territoriali omogenee”.
Il mutamento di destinazione d'uso senza opere, nell'ambito di categorie compatibili alle singole zone territoriali omogenee, è libero.
Il mutamento di destinazione d'uso, con opere che incidano sulla sagoma dell'edificio o che determinano un aumento plano volumetrico, che risulti compatibile con le categorie edilizie previste per le singole zone omogenee è soggetto a permesso di costruire.
Il mutamento di destinazione d'uso, con opere che incidano sulla sagoma, sui volumi e sulle superficie con passaggio di categoria edilizia, purché tale passaggio sia consentito dalla norma regionale, è soggetto a permesso di costruire.
4. Le prescrizioni degli strumenti di pianificazione del Comune di Napoli
4.1 Ai sensi dell'art. 14 del Regolamento edilizio del Comune di Napoli (delibere n. 104/98 del Consiglio comunale e n. 47/1999 del Consiglio provinciale):
“1. Le destinazioni d'uso delle costruzioni e delle aree non edificate sono definite dallo strumento urbanistico, generale o esecutivo, secondo le seguenti categorie omogenee:
a) residenze, singole o collettive, studi professionali, attività culturali;
b) attività turistico-ricettive e di ristorazione;
c) altre attività terziarie (direzionali, commerciali, finanziarie); attività produttive di tipo manifatturiero artigianali se laboratoriali e funzioni di servizio; attività produttive industriali o artigianali dirette alla trasformazione di beni e alla prestazione di servizi;
d) attrezzature e servizi pubblici o a uso pubblico;
e) attività agricole o connesse al loro svolgimento, ad esclusione della residenza;
f) parcheggi, autorimesse e box auto.
2. Nelle more dell'approvazione della legge regionale, le opere che comportano il mutamento di destinazione d'uso da una categoria omogenea a un'altra, laddove consentite dallo strumento urbanistico, devono essere munite di provvedimento autorizzativo se riferite a immobile ricadente in area omogenea A, di cui all'art. 2 del DM 1444/1968.
3. All'interno della medesima categoria non vi è mutamento di destinazione d'uso, poiché rientrante nello ius utendi.
4. Non costituisce cambio di destinazione d'uso il diverso utilizzo di locali a piano terra o interrati, se precedentemente adibiti a uso improprio”.
In detta norma regolamentare, dunque, le attività commerciali rientrano in una categoria omogenea diversa da quella delle residenze, ma, ai fini della verifica della variazione d'uso, deve tenersi conto anche della precedente destinazione ad uso improprio.
4.2 Le Norme di attuazione del PRG del Comune di Napoli (approvato con D.P.G.R. n. 323 dell'11.6.2004 e quindi successivo al Regolamento edilizio) disciplinano:
All'art 21 le destinazioni d'uso degli immobili, secondo le seguenti categorie omogenee:
a) abitazioni ordinarie, specialistiche e collettive; attività artigianali e commerciali al minuto per beni di prima necessità; altre destinazioni non specificamente residenziali, ma strettamente connesse con la residenza quali servizi collettivi per le abitazioni, studi professionali etc;
b) abitazioni agricole, attività agricole e di produzione e commercio dei prodotti agricoli all'origine e relative funzioni di servizio; attività ricettive di tipo agrituristico e relative funzioni di servizio;
c) attività per la produzione di servizi (ad esempio direzionali, ricettive, culturali, sanitarie, per l'istruzione universitaria, sportive, commerciali all'ingrosso, etc.) e relative funzioni di servizio;
d) attività per la produzione di beni e relative funzioni di servizio.
All'art. 99 “La unità edilizia di base novecentesca originaria a struttura autonoma”, prevedendo che essa è “caratterizzata da un corpo di fabbrica isolato nel lotto di pertinenza, inserita generalmente in contesti di edilizia estensiva di primo novecento” ed è articolata nei tipi della “villa novecentesca” e della “villa a pianta libera”.
Per tali unità l'inserimento di soppalchi è consentito soltanto a particolari condizioni e sono consentiti “al piano terra e ai piani ammezzati” anche “esercizi commerciali al minuto” [non è prevista, dunque, la possibilità di adibire i locali interrati ad esercizi commerciali].
All'art. 124 “La unità edilizia di recente formazione”, sia a carattere residenziale sia destinata ad altri usi, costruita nel secondo dopoguerra su sedime libero o su sedime di demolizione, ovvero risultante da processi di ristrutturazione di edilizia preesistente avvenuti nel dopoguerra senza demolizione e sostituzione integrale della fabbrica.
“Per tutte le unità edilizie di recente formazione ricadenti al di fuori del perimetro del centro storico come delimitato dal Prg approvato con Dm 1829 del 31 marzo 1972, sono consentiti interventi fino alla ristrutturazione edilizia ..., a parità di volume”.
Non è previsto alcun divieto di adibire i locali interrati ad esercizi commerciali.
5. La valutazione degli aspetti urbanistico-edilizi della fattispecie in esame
Nella vicenda in oggetto il Tribunale del riesame ha rilevato che:
- nella DIA effettivamente presentata i lavori da eseguirsi risultano rappresentati non come un intervento di ristrutturazione, bensì come “opere di manutenzione ordinaria e straordinaria senza cambio di destinazione d'uso”;
- la destinazione d'uso di un immobile non può essere identificata in base all'utilizzazione che in concreto è stata fatta di esso;
- la destinazione a supermercato si pone in contrasto con le prescrizioni dell'art. 99 della variante generale al piano regolatore, che - per i locali interrati ricadenti in zona A) - consentono esclusivamente destinazioni accessorie al fabbricato;
- il supermercato realizzato non costituisce esercizio commerciale “di vicinato”, bensì “media struttura di vendita”, essendo stata destinata alla vendita una superficie pari a mq. 370, in luogo dei previsti mq. 240, con conseguente ulteriore violazione dei vigenti standards urbanistici in tema di destinazione di una proporzionale area di parcheggio, del tutto assente nel caso di specie”.
A fronte di tali argomentazioni però - e tenuto conto delle disposizioni normative e pianificatorie, nonché delle interpretazioni giurisprudenziali dianzi citate - deve rilevarsi che lo stesso giudice del riesame non ha dato risposta alle eccezioni della difesa riguardanti:
- la necessità di riferire le previsioni pianificatorie alla suddivisione delle destinazioni d'uso degli immobili in categorie omogenee effettuata dall'art. 21 delle vigenti NTA in attuazione dell'art. 14 del Regolamento edilizio del Comune di Napoli;
- la prospettata applicabilità, quanto alla ricognizione delle previsioni pianificatorie che disciplinano l'attività edilizia in oggetto, dell'art. 124 e non dell'art. 99 delle NTA;
- la necessità di tenere conto, quanto all'individuazione della precedente destinazione d'uso, della prescrizione derogatoria posta dall'ultimo comma dell'art. 14 del Regolamento edilizio del Comune di Napoli.
6. Le contravvenzioni di cui agli artt. 659 e 674 cod. pen.
Anche in ordine a tali reati il Tribunale del riesame non ha tenuto conto delle specifiche prospettazioni difensive, al fine di stabilire - sia pure nella prospettiva di ragionevole probabilità che deve caratterizzare il giudizio in sede cautelare - la idoneità a disturbare la quiete pubblica dei rumori e delle emissioni sonore connessi alla gestione del supermercato, nonché la portata delle emissioni moleste di polveri ed odori anche in seguito alla addotta avvenuta rimozione del telo protettivo interessato da ristagno di liquidi.
7. La ordinanza impugnata, conseguentemente, deve essere annullata con rinvio al Tribunale di Napoli, per una nuova delibazione sui punti dianzi indicati, in conformità agli enunciati principi di diritto.
La valutazione della sussistenza di esigenze cautelari dovrà essere poi effettuata alla stregua della accertata configurabilità dei reati ipotizzati e, per la contravvenzione edilizia (qualora ne sia ravvisato il fumus), con adeguato apprezzamento dell'incidenza del realizzato intervento sulle opere di urbanizzazione primaria ed in particolare sulla dotazione di parcheggi.

P.Q.M.

la Corte Suprema di Cassazione, visti gli artt. 127 e 325 c.p.p., annulla l'ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Napoli.

 


Veranda TAR CAMPANIA di NAPOLI - SENTENZA 22 aprile 2009, n.2127

Veranda chiusa con vetrate, che si aggiunge ad una preesistente casa di abitazione alterandone la sagoma - pur avente una superficie di piccole dimensioni - non rientra tra le opere minori soggette a D.I.A.- permesso di costruire - necesità - sussiste.

SENTENZA
Sul ricorso numero di registro generale 5241 del 2006, proposto da: Mario Carmelo Antonio NARDIELLO, rappresentato e difeso, giusta mandato a margine del ricorso introduttivo, dall’Avv.to Alberto Vitale, col quale elettivamente domicilia in Napoli, al viale Gramsci n. 16, presso lo studio dell’Avv.to Antonio Messina
contro
COMUNE di PORTICI, in persona del legale rapp.te p.t., rappresentato e difeso, giusta procura in calce al ricorso notificato ed in virtù di delibera della G.M. n. 272 del 18.7.2006, dall’Avv.to Irene Coppola, dell’Avvocatura municipale, con domicilio eletto nella casa comunale, alla via Campitelli n. 11
per l'annullamento
a) del provvedimento del 4.5.2006, prot. n. 23775, emesso dal Dirigente del VI Settore del Comune di Portici recante ordine di demolizione di opere edilizie realizzate alla via Pagliano n. 7/b, scala A;
b) del verbale di accertamento prot. n. 7508/PM del 22.4.2006, redatto dal Comando di P.M.

Visto il ricorso con i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune di Portici;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'Udienza pubblica del 26 marzo 2009 il dott. Alfredo Storto e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

FATTO
Con il ricorso in epigrafe, notificato il 1° luglio 2006 al Comune di Portici e depositato il successivo 31 luglio, Mario Carmelo Antonio Nardiello ha impugnato l’ordine comunale del 4.5.2006 di demolire opere abusive così descritte: «sul terrazzo di copertura dell’unità immobiliare sita in Portici, alla via Pagliano n. 7/b (…) veranda in alluminio anodizzato e vetri con copertura in pannelli di policarbonato, posta a ridosso della cassa scale ed occupante una superficie di circa mq. 20,00 per un’altezza di circa m. 2,80».
L’impugnativa fonda sulle seguenti censure:
1) violazione e falsa applicazione degli artt. 22, 33 e 37 del d.P.R. n. 380 del 2001, della l.r.c. n. 19 del 2001, eccesso di potere per difetto ed errore di istruttoria, inesistenza dei presupposti di fatto e di diritto, illogicità, in quanto il manufatto in questione non è assoggettabile a permesso di costruire, ma solo a d.i.a., con un regime sanzionatorio meramente monetario;
2) violazione e falsa applicazione degli artt. 3, 22, 33 e 37 del d.P.R. n. 380 del 2001 in relazione agli artt. 163 e 164 del d.lgs. n. 490 del 1999 e all’art. 167 del d.lgs. n. 42 del 2004, in quanto, anche per le opere realizzate abusivamente su area vincolata, la demolizione è una mera facoltà dell’amministrazione;
3) violazione e falsa applicazione dell’art. 33 del d.P.R. n. 380 del 2001 e dell’art. 3 della l. n. 241 del 1990, inesistenza dei presupposti in fatto e in diritto, violazione del giusto procedimento, difetto di istruttoria, carenza di motivazione, non emergendo né i motivi in fatto né quelli in diritto che sorreggono l’ordine demolitorio;
4) violazione e falsa applicazione degli artt. 163 e 164 del d.lgs. n. 490 del 1999 e all’art. 167 del d.lgs. n. 42 del 2004, carenza di istruttoria, erroneità dei presupposti, illogicità, difetto di motivazione, in quanto, in materia paesaggistica, essendo demandata all’ente preposto al vincolo la scelta tra la demolizione e il pagamento di una somma di denaro in relazione all’entità del danno arrecato, appare sproporzionato l’ordine oggi gravato in relazione alla modesta entità dell’opera, anche tenuto conto della possibilità di rilasciare l’autorizzazione paesistica in sanatoria;
5) violazione e falsa applicazione degli artt. 10, 22, 27, 33 e 36 del d.P.R. n. 380 del 2001, violazione del giusto procedimento, inesistenza dei presupposti in fatto e in diritto, travisamento dei fatti, difetto di motivazione, in quanto si tratta di opere di mero completamento assentibili con d.i.a., in quanto la demolizione può causare danni alla struttura portante e compromettere la stabilità del terrazzo e, pertanto, per non essere stato adeguatamente contemperato l’interesse pubblico con quello privato, né adeguatamente motivato il primo.
Il Comune di Portici ha resistito in giudizio chiedendo il rigetto del ricorso.
All’odierna udienza la causa è stata trattenuta in decisione.
DIRITTO
Il ricorso è infondato.
Ed infatti, come già più volte rilevato da questo Tribunale e come si evince anche dal corredo fotografico in atti (allegato alle note tecniche redatte dall’ing. Carmine Fabbrocini), «la realizzazione di una veranda chiusa con vetrate, che si aggiunge ad una preesistente casa di abitazione alterandone la sagoma», così come tutti «gli interventi edilizi che determinano una variazione planovolumetrica ed architettonica dell'immobile nel quale vengono realizzati (come una veranda in vetro e alluminio edificata sulla balconata di un appartamento, pur avente una superficie di piccole dimensioni), non rientrano tra le opere minori soggette a d.i.a., ma sono soggetti al preventivo rilascio di apposito» permesso di costruire (cfr., ex multis, Sez. VI, 3 agosto 2007, n. 7258 e Sez. IV, 6 luglio 2007, n. 6551).
Peraltro, come chiaramente si evince dalle evocate norme di cui agli «artt. 163 e 164 del d.lgs. 490 del 29.10.1999 e successivo d.lgs. 42 del 22.1.2004» – sicché neppure è accoglibile la relativa censura di difetto di motivazione e di istruttoria – i lavori in questione sono stati eseguiti in area vincolata (il territorio di Portici è vincolato ai sensi della legge n. 1497 del 1939 e dei d.l.gs. n. 490 del 1999, ora n. 42 del 2004), per cui, ai sensi dell’art. 167 di quest’ultimo testo normativo, alla mancata previa acquisizione del permesso di costruire e del nulla osta paesaggistico previsto dall'art. 146 del d.lg. 42/2004 consegue necessariamente (e, dunque, senza che si possa invocare alcun effetto di sproporzione tra illecito e sanzione, ovvero di mancato contemperamento degli interessi in gioco) l’ordine demolitorio, salve alcune limitate ipotesi di sanatoria ambientale, previste dal comma 4 dell’art. 167 cit., che nel caso di specie non ricorrono e, comunque, non risultano essere state invocate dall’interessato nella necessaria sede procedimentale.
Infine, puramente labiale appare il motivo di censura che fa leva su un solo asserito pericolo di lesionamento delle strutture portanti del palazzo che potrebbe derivare dalla rimozione del manufatto de quo.
Le spese seguono la soccombenza e trovano liquidazione in dispositivo.
P.Q.M.
il Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania, Terza Sezione di Napoli, definitivamente pronunciando sul ricorso di cui in epigrafe (R.G. n. 5241/2006), lo respinge.

Condanna Mario Carmelo Antonio Nardiello a rifondere al Comune di Portici le spese di lite che si liquidano in complessivi € 2.000,00 (duemila), oltre maggiorazioni, I.V.A. e c.a.p., se dovuti, come per legge.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità amministrativa.


La ristrutturazione, come classificarla e distinguerla dagli altri interventi edilizi. Il dossier con i principi più rilevanti e la raccolta di giurisprudenza.

LA RISTRUTTURAZIONE EDILIZIA. PRINCIPI E SENTENZE

TAR MARCHE, SEZ. I - sentenza 13 marzo 2008 n. 202
E’ legittimo il diniego di permesso di costruire richiesto per la ristrutturazione edilizia di un immobile, nel caso in cui, al momento della presentazione della domanda di rilascio del titolo edilizio, manchi la materiale preesistenza dell’immobile stesso (nella specie, si trattava di un fabbricato allo stato di rudere); infatti, benché il fabbricato possa anche risultare censito nelle schede redatte in sede di redazione del P.R.G., nessuna documentazione può surrogare l’assenza della effettiva e preventiva esistenza del bene da ristrutturare, atteso che la ristrutturazione edilizia presuppone, come connotazione essenziale e/o elemento indispensabile, la preesistenza materiale del fabbricato.
FATTO e DIRITTO
1.- Il ricorrente espone di essere proprietario, avendoli acquistati in asta pubblica conseguente a procedura esecutiva immobiliare, di terreni agricoli della superficie complessiva di ha. 4.63.43, su cui insistono due ruderi di fabbricati quasi interamente crollati. Essendo stata assicurata, nell’ambito della procedura esecutiva, la possibilità di riedificare le suddette strutture e ritenendo che non sussistessero preclusioni in tal senso rilevabili dagli strumenti urbanistici, egli aveva quindi presentato al Comune di Monte Grimano un progetto di intervento edilizio, tuttavia respinto con nota del 9 maggio 2003.
2.- Con sentenza n. 928 del 2006 il TAR aveva annullato tale diniego per difetto di motivazione.
3.- Con la nota in questa sede impugnata l’amministrazione, previo preventivo preavviso, ha nuovamente negato il rilascio del richiesto permesso di costruire.
4.- Osserva il ricorrente che il Comune ha ritenuto che lo stato del fabbricato non ne consentirebbe la ristrutturazione, mancando la materiale preesistenza dell’immobile alla data di presentazione della domanda. Si tratterebbe di determinazione illegittima, posto che momento rilevante avrebbe dovuto essere non già quello di presentazione del progetto di intervento bensì l’altro, a questo precedente, di inserimento nel "censimento dei beni architettonici extraurbani", con la connessa previsione, contenuta nel PRG approvato nel 2001, che consentiva interventi di ristrutturazione. Sulla base di tale rilevazione, simile nel contenuto alla relazione tecnica presentata nel corso della procedura esecutiva, sarebbe stata pertanto dimostrata la preesistenza del fabbricato, per quanto in precarie condizioni. Tale condizione, così come accertata fin dal 1998, non avrebbe potuto essere rimessa in discussione in assenza di adeguati accertamenti tecnici idonei a dimostrare la modificazione medio tempore della situazione di fatto.
5.- Peraltro, contrariamente a quanto ritenuto nel diniego, la documentazione depositata avrebbe consentito di individuare tutti gli elementi caratterizzanti il manufatto originario (superficie, volume, altezza e sagoma) e rendere quindi possibile un intervento compatibile con l’esigenza di mantenere inalterati tali parametri, non potendosi presupporre, per assentire l’intervento medesimo, la preesistenza di un edificio integro.
6.- Ha quindi concluso per l’annullamento dell’impugnato diniego.
7.- Si è costituito in giudizio il Comune resistente che ha ribadito la legittimità del proprio operato ed ha concluso per il rigetto del ricorso.
8.- Il collegio ravvisa l’infondatezza del ricorso.
9.- Va in particolare condivisa la determinazione impugnata laddove osserva che il fatto che il fabbricato risulti censito nelle schede redatte in sede di redazione del PRG "non dà diritto alla ristrutturazione se al momento della presentazione del progetto il fabbricato non è più esistente", dato che la ristrutturazione edilizia "presuppone come elemento indispensabile la preesistenza materiale del fabbricato" (in argomento di recente cfr. TAR Napoli, sez. IV, 14 dicembre 2006 n. 10553; Cass. Pen., sez. III, 13 gennaio 2006 n. 20776; T.A.R. Calabria Catanzaro, sez. II, 14 dicembre 2004, n. 2381; T.A.R. Lombardia Milano, sez. II, 21 gennaio 1994 , n. 12).
10.- Il ricorrente non contesta in via di principio tale presupposto del provvedimento negativo, ma ritiene che la materiale esistenza del fabbricato sia stata definitivamente dimostrata dal suddetto rilevamento, e non sarebbe quindi suscettibile di essere successivamente contestata.
11.- L’argomentazione non può essere condivisa.
12.- Il principio innanzi accennato, infatti, nel presupporre la preesistenza del fabbricato da ristrutturare non può ancorare tale valutazione che alla data di presentazione della domanda, posto che è lo stato di fatto dell’edificio a consentire tale tipo di intervento e non tanto, o perlomeno non soltanto, la previsione del PRG. D’altra parte le argomentazioni del ricorrente non sono fondate su una ipotetica disciplina di piano che sia in grado di legittimare l’intervento sulla sola base di quel rilevamento (per fattispecie di tale natura, con una previsione di PRG che consente espressamente interventi di recupero di edifici censiti, cfr. TAR Umbria, 18 ottobre 2005 n. 476). Il ricorrente non deduce, cioè, che all’inclusione nel suddetto censimento corrisponda una specifica norma di piano che disciplini gli interventi sugli immobili censiti ed idonea a consentire l’intervento. In assenza di tale disciplina l’amministrazione non poteva che esaminare la domanda alla luce dei principi generali che delineano gli interventi sul patrimonio edilizio esistente e prendere quindi atto che i medesimi presuppongono comunque la preesistenza dell’edificio su cui intervenire a fini conservativi o di trasformazione.
13.- L’ulteriore osservazione del tecnico comunale secondo cui "lo stato di rudere risulta non solo dalla documentazione fotografica redatta da questo ufficio a seguito di sopralluogo … ma anche dagli elaborati allegati alla pratica edilizia stessa, ed in particolare dalla relazione tecnica e dalla documentazione fotografica e dallo stesso decreto di trasferimento dell’immobile", evidenzia d’altra parte come lo stato di fatto sia stato adeguatamente accertato e valutato, il che esclude la sussistenza dei dedotti vizi di difetto di istruttoria e di motivazione.
14.- Nel provvedimento impugnato si torna ripetutamente a segnalare che nessuna documentazione può surrogare l’assenza di tale connotazione essenziale, per cui le ulteriori osservazioni del ricorrente, secondo cui sarebbe comunque possibile dedurre l’originaria consistenza del fabbricato, non spostano i termini del problema, essendo rimasto assodato che ciò che è presente è un rudere, vale a dire di limitati tratti di muratura con assenza di qualunque ulteriore connotazione che consenta di ricondurre quanto residua al concetto di edificio.
15.- Ancora correttamente il Comune evidenzia che qualunque considerazione sia stata espressa dalla relazione tecnica depositata nel corso della procedura esecutiva, la stessa non può evidentemente impegnare l’amministrazione, rilevandosi peraltro che tale medesimo atto evidenzia che si tratta di ruderi di fabbricati "quasi interamente crollati", il che appare del tutto corrispondente all’accertamento comunale, mentre resta ai nostri fini irrilevante l’affermazione contenuta nella medesima consulenza secondo cui di tali ruderi "in base alle leggi vigenti è possibile la ristrutturazione e quindi la riedificazione".
16.- Il ricorso va in conclusione respinto.
17.- Le spese possono essere interamente compensate tra le parti.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale delle Marche rigetta il ricorso e compensa le spese di giudizio.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.
Così deciso in Ancona, nella camera di consiglio del giorno 05/12/2007, con l'intervento dei Magistrati:
Vincenzo Sammarco, Presidente
Luigi Ranalli, Consigliere
Alberto Tramaglini, Consigliere, Estensore
DEPOSITATA IN SEGRETERIA il 13/03/2008.

TAR SARDEGNA, SEZ. II - sentenza 15 marzo 2007 n. 455
Nel caso di sopraelevazione di preesistente fabbricato, non è possibile derogare alle distanze fissate dal P.R.G. mediante allineamento col sottostante corpo di fabbrica, atteso che, in assenza di una apposita norma derogatoria, le due porzioni di fabbricato, in quanto eseguite in tempi diversi, restano regolate dalla disciplina vigente al momento della rispettiva costruzione.
Ai sensi dell'articolo 3 del T.U. edilizia (d.P.R. n. 380/2001), nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono compresi anche quelli consistenti nella demolizione e successiva fedele ricostruzione di un fabbricato identico a quello demolito; tale disposizione, tuttavia, non è applicabile nel caso di mutamento di destinazione d’uso del fabbricato e di mutamento delle caratteristiche edilizie del medesimo, atteso che in tale ipotesi l’intervento edilizio deve essere correttamente qualificato come nuova costruzione e, in quanto tale, è soggetto alle limitazioni imposte dalle norme urbanistiche in vigore al momento in cui viene esaminata la domanda di concessione edilizia.
IL TRIBUNALE AMMINISTRATIVO PER LA SARDEGNA
SEZIONE SECONDA
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
sul ricorso n. 1082/2004, proposto dal Signor Antonio FLORIS, rappresentato e difeso dall'Avv. Franco Bandiera, con elezione di domicilio come da procura speciale in atti;
contro
il Comune di Narcao, in persona del Sindaco in carica e il Responsabile del Servizio Tecnico del Comune di Narcao, non costituiti in giudizio;
e nei confronti
dei Signori Cristian Lecca e Anna Atzeni, controinteressati, rappresentati e difesi dagli Avv.ti Virginio Locci e Roberto Murgia, con elezione di domicilio come da procura speciale in atti;
per l'annullamento
della concessione edilizia n. 1 del 16 marzo 2004, rilasciata dal Responsabile del Servizio Tecnico del Comune di Narcao alla Signora Anna Atzeni ed al Signor Cristian Lecca "per l'esecuzione dei lavori di demolizione e ricostruzione con sopraelevazione di un fabbricato residenziale", nonché di ogni altro atto presupposto, consequenziale e connesso e, in specie, del provvedimento del Responsabile del Servizio Tecnico del Comune di Narcao prot. n. 2023/R del 26 aprile 2004, con il quale l'amministrazione ha rigettato le osservazioni del Signor Floris, nonché del parere non meglio conosciuto della Commissione edilizia.
Visto il ricorso con i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio dei controinteressati indicati in epigrafe;
Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese;
Visti gli atti tutti della causa;
Nominato relatore per la pubblica udienza del 24 gennaio 2007 il Consigliere Marco Lensi;
Uditi altresì gli Avvocati delle parti, come da separato verbale;
Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue.
F A T T O
Col ricorso in esame si chiede l'annullamento degli atti indicati in epigrafe, rappresentando quanto segue.
In data 16 marzo 2004 il Responsabile del Servizio Tecnico del Comune di Narcao ha rilasciato alla Signora Anna Atzeni ed al Signor Cristian Lecca una concessione edilizia "per l'esecuzione dei lavori di demolizione e ricostruzione con sopraelevazione di un fabbricato residenziale".
Il ricorrente è proprietario di due terreni, con annessi fabbricati di civile abitazione, limitrofi a quelli dei controinteressati.
Ritenendo illegittima tale concessione edilizia, il Signor Floris ha proposto ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, lamentando i seguenti motivi di gravame.
1) Violazione dell'articolo 11 del testo unico n. 380/2001; eccesso di potere per difetto di legittimazione soggettiva degli istanti; eccesso di potere per difetto di istruttoria e errata valutazione dei presupposti.
2) Violazione dell'articolo 3 del testo unico n. 380/2001; violazione del vigente piano di fabbricazione; eccesso di potere per difetto di istruttoria ed errata valutazione dei presupposti.
3) Violazione del vigente piano di fabbricazione; violazione dell'articolo 18 della legge n. 765/1967 e dell'articolo 26, ultimo comma, della legge n. 47/1985; eccesso di potere per falsità del presupposto, per travisamento dei fatti, difetto di istruttoria, nonché sviamento.
Con atto notificato a mezzo posta il 18-20 settembre 2004, la Signora Anna Atzeni ed il Signor Cristian Lecca hanno chiesto, ai sensi dell'articolo 10, 1° comma, del D.P.R. 24 novembre 1971 n. 1199, che il ricorso de quo venga deciso in sede giurisdizionale.
Con atto di costituzione in giudizio ex articolo 10, 1° comma, del D.P.R. 24 novembre 1971 n. 1199 - notificato al Comune di Narcao, al Responsabile del Servizio Tecnico del Comune di Narcao ed ai controinteressati indicati in epigrafe e depositato nella Segreteria di questo Tribunale in data 18 novembre 2004 - il ricorrente Signor Floris insiste nel ricorso e nelle conclusioni ivi formulate, chiedendo l'annullamento degli atti impugnati.
Con ordinanza n. 42 del 9 febbraio 2005 - confermata in sede d'appello dal Consiglio di Stato - questo Tribunale ha accolto l'istanza cautelare avanzata dal ricorrente, sospendendo l'esecuzione della concessione edilizia impugnata.
Non si è costituita in giudizio l’amministrazione comunale intimata.
Si sono costituiti in giudizio i controinteressati indicati in epigrafe, sostenendo l'inammissibilità e l'infondatezza nel merito del ricorso, di cui si chiede il rigetto.
Con successive memorie le parti hanno approfondito le proprie argomentazioni, insistendo per le contrapposte conclusioni.
Alla pubblica udienza del 24 gennaio 2007, su richiesta delle parti, la causa è stata trattenuta in decisione.
D I R I T T O
Col ricorso in esame si chiede l'annullamento della concessione edilizia n. 1 del 16 marzo 2004, rilasciata dal Responsabile del Servizio Tecnico del Comune di Narcao alla Signora Anna Atzeni ed al Signor Cristian Lecca "per l'esecuzione dei lavori di demolizione e ricostruzione con sopraelevazione di un fabbricato residenziale", nonché di ogni altro atto presupposto, consequenziale e connesso e, in specie, del provvedimento del Responsabile del Servizio Tecnico del Comune di Narcao prot. n. 2023/R del 26 aprile 2004, con il quale l'amministrazione ha rigettato le osservazioni del Signor Floris, nonché del parere della Commissione edilizia.
Deve essere preliminarmente disattesa l'eccezione dei controinteressati di inammissibilità del ricorso in quanto il Signor Floris non avrebbe interesse a ricorrere.
La pacifica circostanza che il ricorrente sia proprietario di terreni e immobili, situati nelle immediate vicinanze dei terreni oggetto della concessione edilizia impugnata, legittima – per ciò solo - tale soggetto a proporre ricorso avverso tale concessione edilizia, qualora ritenuta illegittima. E’inoltre evidente - contrariamente a quanto sostenuto da controinteressati - la sussistenza e l'effettività della lesione della sfera patrimoniale e individuale del ricorrente ad opera di una concessione edilizia ritenuta illegittima, avente ad oggetto interventi edilizi da effettuarsi nelle immediate vicinanze degli immobili di sua proprietà e rispetto ai quali si lamenta - tra l'altro - la violazione della normativa in materia di distanze.
Passando all'esame del merito del gravame, per quanto concerne le censure in ordine all'assenza in capo ai controinteressati di un titolo idoneo ad ottenere il rilascio della concessione edilizia in questione, le censure medesime risultano infondate avuto riguardo alla Signora Anna Atzeni e risultano invece fondate avuto riguardo al Signor Cristian Lecca.
La Signora Atzeni, in data 11 giugno 1985, aveva ricevuto in donazione l'immobile in questione dal proprio genitore Antonio Atzeni, che si era riservato l'usufrutto.
A seguito della morte di quest'ultimo, avvenuta in data 23 luglio 1985, si è consolidata in capo alla Signora Anna Atzeni la piena proprietà dell’immobile oggetto della concessione edilizia impugnata.
Risulta pertanto evidente che al 15 gennaio 2004 - data nella quale è stata richiesta la concessione edilizia in questione - l'istante Anna Atzeni era in possesso di titolo idoneo a richiedere il rilascio del titolo abilitativo , risultando - in particolare - esatta e veritiera l'affermazione contenuta nella richiesta di concessione edilizia del 15 gennaio 2004, secondo cui la medesima aveva "titolo alla richiesta in qualità di proprietaria".
Non altrettanto può dirsi per il Signor Cristian Lecca, che - come esattamente lamentato dal ricorrente nelle censure in esame - non risulta in possesso di alcun titolo idoneo ad ottenere il rilascio della concessione edilizia in questione. In particolare, non può essere condiviso l'assunto dei controinteressati secondo cui la legittimazione del Signor Lecca deriverebbe direttamente dalla volontà del titolare dello ius aedificandi Atzeni Anna, la quale, richiedendo la concessione congiuntamente a lui, avrebbe cooptato il figlio nel procedimento concessorio.
La suddetta prospettazione non ha infatti fondamento normativo, dovendosi conseguentemente ritenere il Lecca privo di qualsiasi posizione legittimante al rilascio della concessione edilizia, per cui le censure in esame - in tale parte - risultano fondate.
Ugualmente fondate risultano le censure di cui al punto secondo dei motivi di gravame di violazione dell'articolo 3 del testo unico n. 380/2001, di violazione del vigente piano di fabbricazione e di eccesso di potere per difetto di istruttoria e errata valutazione dei presupposti.
Premesso che, ai sensi dell'articolo 3 del testo unico dell'edilizia n. 380/2001, nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono compresi anche quelli consistenti nella demolizione e successiva fedele ricostruzione di un fabbricato identico a quello demolito, deve ritenersi la fondatezza delle censure del ricorrente secondo cui, nel caso di specie, le predette condizioni non sono state rispettate, sia avuto riguardo al corpo di fabbrica in sopraelevazione (autorizzato ex novo con la concessione edilizia in questione), sia avuto riguardo al piano primo destinato a sostituire il preesistente corpo di fabbrica adibito a pollaio.
Per quanto concerne la sopraelevazione, si tratta infatti di nuova opera in senso stretto, in quanto non esistente in precedenza.
Per quanto concerne la trasformazione del preesistente corpo di fabbrica adibito a pollaio in piano primo destinato ad abitazione, deve ritenersi che, sia il mutamento di destinazione d'uso, sia il mutamento delle caratteristiche edilizie dell'originaria costruzione rurale (la quale, in particolare, risultava chiusa per tre lati ed aperta totalmente nel quarto lato), determinino un intervento edilizio che non può qualificarsi di "fedele ricostruzione" del fabbricato preesistente.
In sostanza, come esattamente sostenuto dal ricorrente, l'intervento edilizio in questione oggetto della concessione edilizia impugnata, anche considerato unitariamente - sia avuto riguardo alla sopraelevazione che alla trasformazione del corpo di fabbrica in precedenza destinato a pollaio - si traduce in realtà nella realizzazione di un'entità edilizia nuova e diversa rispetto a quella preesistente, con la conseguenza che tale nuovo intervento edilizio deve ritenersi soggetto alle limitazioni e agli standards imposti dalla normativa urbanistica in vigore al tempo in cui è stata esaminata la domanda.
Conseguentemente, per quanto concerne la sopraelevazione prevista nella concessione edilizia impugnata, risultano fondate le censure in esame di violazione delle norme di attuazione (zona B - completamento residenziale) del vigente piano di fabbricazione del Comune di Narcao, che stabiliscono che le nuove costruzioni debbono rispettare la distanza di almeno quattro metri dai confini e otto metri dai fabbricati già esistenti e che la distanza minima fra pareti finestrate e pareti di edifici frontistanti non può essere inferiore a otto metri.
Deve trovare, infatti, applicazione, nel caso di specie, l'indirizzo giurisprudenziale e i principi già più volte affermati da questo Tribunale, secondo cui "nel caso di sopraelevazione di preesistente fabbricato non è possibile derogare alle distanze fissate dal piano mediante allineamento col sottostante corpo di fabbrica, atteso che, in assenza di una apposita norma derogatoria, le due porzioni di fabbricato, in quanto eseguite in tempi diversi, restano regolate dalla disciplina vigente al momento della rispettiva costruzione." (Tar Sardegna n. 2014 del 27 settembre 2006; Tar Lazio, Roma, sez. II, n. 557/1995; Tar Piemonte, Torino, n. 849/2001).
Le medesime censure risultano altresì fondate anche avuto riguardo alla demolizione e ricostruzione del corpo di fabbrica destinato a pollaio, dovendosi ritenere – come sopra evidenziato – che il mutamento di destinazione d’uso della parte di fabbricato in questione e il mutamento delle caratteristiche edilizie del medesimo, comporti che l’intervento edilizio debba essere correttamente qualificato come nuova costruzione e, in quanto tale, debba essere soggetto alle limitazioni imposte dalle norme urbanistiche in vigore al momento in cui viene esaminata la domanda di concessione edilizia ed in particolare a quelle stabilite dalle norme di attuazione del vigente piano di fabbricazione del Comune di Narcao in materia di distanze dai confini e dai fabbricati già esistenti.
Né può ritenersi che, nel caso di specie, sia stata implicitamente accordata una deroga al rispetto delle predette distanze, posto che nessuna deroga in tal senso risulta essere stata richiesta dagli interessati, né risulta essere stata presa in considerazione e valutata dall'amministrazione comunale e neppure menzionata nei provvedimenti autorizzativi del Comune.
Stante la fondatezza delle censure esaminate, di per sé idonee a sostenere la dedotta illegittimità della concessione, ed assorbiti i restanti motivi di gravame – per l’esame dei quali sarebbe altrimenti necessario disporre incombenti istruttori – il ricorso deve essere accolto, con conseguente annullamento degli atti impugnati.
Le spese del giudizio devono essere poste a carico dell'amministrazione comunale intimata e sono liquidate come in dispositivo, mentre devono essere integralmente compensate nei confronti dei controinteressati.
p.q.m.
Accoglie il ricorso in epigrafe e, per l’effetto, annulla gli atti impugnati.
Condanna il Comune di Narcao al pagamento in favore del ricorrente delle spese del giudizio, che liquida forfettariamente in complessivi era uno 2.000,00 (duemila/00), oltre accessori di legge.
Spese compensate nei confronti dei controinteressati.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità Amministrativa.
Così deciso in Cagliari, nella camera di consiglio, il giorno 24 gennaio 2007 dal Tribunale Amministrativo Regionale per la Sardegna con l'intervento dei Signori:
Lucia Tosti, Presidente;
Rosa Panunzio, consigliere;
Marco Lensi, consigliere estensore.
Depositata in segreteria oggi 15/03/2007.

TAR VENETO, SEZ. II - sentenza 31 ottobre 2007 n. 3493
In materia di ristrutturazione edilizia, ai sensi dell'art. 31 comma 1 lett. d), L. 5 agosto 1978 n. 457 e dell'art. 3, comma 1, lett. d), del T.U. 6 giugno 2001 n. 380, come modificato dal D.Lgs. 27 dicembre 2002 n. 301, oltre al principio secondo il quale l’intervento di demolizione integrale, con successiva ricostruzione di un fabbricato nuovo, deve riprodurre "fedelmente" quello demolito, vige l’altro principio secondo cui, tra il rilascio dell'originario titolo, il crollo e la presentazione del nuovo progetto, non si deve verificare alcuna soluzione di continuità temporale e funzionale (1); è pertanto illegittima una concessione edilizia rilasciata per la ristrutturazione edilizia di un immobile, per difetto del requisito della suddetta continuità temporale e funzionale, nel caso in cui il ripristino dei corpi di fabbrica demoliti riguardi strutture non più esistenti da decenni, in quanto presenti unicamente ab antiquo.
PER
l'annullamento, previa sospensione dell'esecuzione, del permesso di costruire n. 2005/428974/PG rilasciato dal Comune di Venezia alla S.r.l. Euro Centro Servizi Immobiliari in data 24.7.2007 e dell’art. 64.6, lett. c) ("ripristino tipologico") delle N.T.S.A. del P.R.G. di Venezia approvato con la deliberazione D.R. Veneto n. 3905 del 3.12.2004.
Visto il ricorso, notificato il 27.9.2007 e depositato presso la Segreteria il 15.10.2007, con i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio del Comune di Venezia, depositato il 18.10.2007;
Visti gli atti tutti di causa;
Uditi alla camera di consiglio del 30 ottobre 2007, convocata a’ sensi dell’art. 21 della L. 6 dicembre 1971 n. 1034 così come integrato dall’art. 3 della L. 21 luglio 2000 n. 205 - relatore il Presidente Umberto Zuballi - l’avv. Bucci per la ricorrente e l’avv. Iannotta per il Comune di Venezia;
Rilevata, a’ sensi dell’art. 26 della L. 6 dicembre 1971 n. 1034 così come integrato dall’art. 9 della L. 21 luglio 2000 n. 205, la completezza del contraddittorio processuale e ritenuto, a scioglimento della riserva espressa al riguardo, di poter decidere la causa con sentenza in forma semplificata;
Richiamato in fatto quanto esposto nel ricorso e dalle parti nei loro scritti difensivi;
considerato quanto segue.
Il presente ricorso risulta ammissibile; invero, il Comune non riesce affatto a dimostrare, se non con mere illazioni, che l’attuale ricorrente avesse conosciuto il provvedimento nel maggio del 2007, in quanto asseritamente comunicatogli dal coniuge convivente. Inoltre le opere assentite nel 2006 non sono risultate evidenti prima dell’estate del 2007.
Venendo ora al merito, come noto, ai sensi dell'art. 3 comma 1 lett. d), t.u. 6 giugno 2001 n. 380, come modificato dal d.lg. 27 dicembre 2002 n. 301, il concetto di ristrutturazione edilizia, come qualificato dall'art. 31 comma 1 lett. d), l. 5 agosto 1978 n. 457, comprende anche la demolizione seguita dalla fedele ricostruzione del manufatto, con l'unica condizione che la riedificazione assicuri la piena conformità di sagome, volume tra il vecchio e il nuovo manufatto, con la conseguente possibilità di pervenire, in tal modo, ad un organismo edilizio (Consiglio Stato , sez. IV, 11 aprile 2007 , n. 1669).
Più precisamente, posto che il concetto di ristrutturazione edilizia è stato dalla giurisprudenza esteso agli interventi di demolizione integrale con successiva ricostruzione di un fabbricato nuovo, che deve riprodurre fedelmente quello demolito, la fedeltà della ricostruzione va ricondotta alla nozione di recupero, nel senso che il fabbricato nuovo, pur potendo costituire un organismo edilizio anche in tutto diverso, deve essere comunque materialmente riferibile a quello preesistente, in quanto non si può pretendere dagli interventi di demolizione totale e successiva ricostruzione una fedeltà alla vecchia struttura maggiore di quella esigibile nei casi in cui tale struttura sia in parte conservata, fermo restando che tra il fabbricato vecchio ed il nuovo deve intercorrere un nesso di continuità materiale e che le eventuali diversità non possono riguardare il sedime e i volumi (T.A.R. Piemonte Torino, sez. I, 18 ottobre 2004 , n. 2504).
Inoltre, tra il rilascio dell'originario titolo, il crollo e la presentazione del nuovo progetto non si deve verificare alcuna soluzione di continuità (Consiglio Stato , sez. V, 01 dicembre 1999 , n. 2021).
Orbene, nel caso in esame è proprio tale continuità temporale e funzionale a risultare carente, posto che parte ricorrente dimostra che il ripristino di due corpi di fabbrica demoliti riguarda due strutture non più esistenti da decenni, in quanto presenti unicamente ab antiquo ma assenti nei catasti del 1838, del 1846 e del 1929.
Va infine aggiunto che una nuova edificazione non appare consentita tanto più che non vengono rispettate le distanze dal confine.
Per quanto detto il ricorso va accolto e va annullato il permesso di costruire n. 2005/428974/PG rilasciato dal Comune di Venezia alla S.r.l. Euro Centro Servizi Immobiliari in data 24.7.2007 laddove non necessita annullare l’art. 64.6, lett. c) ("ripristino tipologico") delle N.T.S.A. del P.R.G. di Venezia approvato con la deliberazione D.R. Veneto n. 3905 del 3.12.2004, impugnato solo in via subordinata e tuzioristica.
Ritenuto di poter compensare integralmente tra le parti le spese e gli onorari del giudizio;
P.Q.M.
il Tribunale Amministrativo Regionale per il Veneto, seconda sezione, definitivamente pronunciando sul ricorso in premessa, respinta ogni contraria istanza ed eccezione, lo accoglie come da motivazione e, per l’effetto, annulla il permesso di costruire n. 2005/428974/PG rilasciato dal Comune di Venezia alla S.r.l. Euro Centro Servizi Immobiliari in data 24.7.2007.
Compensa integralmente tra le parti le spese e gli onorari del giudizio.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.
Così deciso in Venezia, nella Camera di Consiglio del 30 ottobre 2007.
Il Presidente Estensore
Il Segretario
SENTENZA DEPOSITATA IN SEGRETERIA il 31 ottobre 2007.

CONSIGLIO DI STATO, SEZ. IV - sentenza 24 dicembre 2008 n. 6550
Nel caso in cui la demolizione e la successiva ricostruzione del manufatto non diano luogo alla fedele riedificazione del precedente manufatto per sagoma, superficie e volume, non si è in presenza di una ristrutturazione edilizia, bensì di una nuova costruzione per cui è sempre necessario un apposito titolo edilizio.
E’ illegittimo il titolo edilizio relativo ad un intervento edilizio di ristrutturazione che contempli demolizione e ricostruzione, laddove il nuovo edificio, pur caratterizzato da una volumetria inferiore, non rispetti le caratteristiche strutturali di quello demolito, quanto all’altezza ed al numero di piani.
N. 6550/2008 Reg. Dec.
R E P U B B L I C A I T A L I A N A
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) ha pronunciato la seguente
D E C I S I O N E
sul ricorso in appello iscritto al N.R.G. 2342 dell’anno 2008 proposto dal signor SAUL BERTELLI, in proprio e quale legale rappresentante della SOPA s.n.c. di Bertelli Saul & C., rappresentato e difeso dall’avvocato Leonardo Lascialfari, con il quale è elettivamente domiciliato in Roma, Lungotevere Flaminio n. 46, presso Gian Marco Grez;
contro
il COMUNE DI FIRENZE, in persona del Sindaco in carica, rappresentato e difeso dagli avvocati Andrea Sansoni e M. Athena Lorizio, ed elettivamente domiciliato in Roma, Via Dora n. 1, presso l’avvocato M. Athena Lorizio;
per l’annullamento
della sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Toscana, Sez. III, n. 639 del 17 aprile 2007;
Visto il ricorso in appello con i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio del Comune di Firenze;
Visti gli atti tutti della causa;
Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle proprie rispettive tesi difensive;
Relatore, alla camera di consiglio del 21 ottobre 2008, il Consigliere Carlo Saltelli;
Uditi per le parti gli avvocati Lascialfari e Lorizio;
Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue.
F A T T O
I. Con istanza in data 15 febbraio 1986 la società SO.PA. s.n.c. di Saul Bertelli & C. presentava al Comune di Firenze domanda di condono edilizio, ai sensi degli articoli 33 e ss. della legge 28 febbraio 1985, n. 47, per l’unità immobiliare sita in Firenze, via del Pellicino (angolo via dello Scalo), in N.C.T. al foglio 47/A, part. 270.
Poiché nella documentazione a corredo dell’istanza vi era certificazione di non idoneità statica dell’edificio, su richiesta della stessa amministrazione comunale di Firenze, l’istante in data 13 ottobre 1993 inviava comunicazione relativa alla realizzazione di un intervento di consolidamento statico dell’immobile.
La Polizia Municipale, giusta fonogramma n. 94/M/561 del 2 marzo 1994, accertava che sull’immobile in questione erano in corso di realizzazione opere di demolizione – ricostruzione di un capannone di circa 1000 metri quadrati, prive di autorizzazione e/o concessione ed in assenza di un direttore tecnico.
Con provvedimento n. 1449 del 7 marzo 1994 il Sindaco di Firenze ordinava l’immediata sospensione delle predette opere, ai sensi dell’articolo 4, terzo comma, della legge 28 febbraio 1985, n. 47.
Il signor Saul Bertelli, in proprio e nella qualità di legale rappresentante della SO.PA. s.n.c. di Bertelli Saul & C., con ricorso giurisdizionale notificato il 5 maggio 1994 chiedeva al Tribunale amministrativo regionale della Toscana l’annullamento della predetta ordinanza di sospensione dei lavori (in uno con gli atti presupposti, conseguenti e connessi), lamentando violazione e falsa applicazione degli articoli 4 e 26 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, violazione dei principi generali in materia di provvedimenti sanzionatori in edilizia, eccesso di potere per errore e travisamento dei fatti, difetto del presupposto, difetto di istruttoria e di motivazione.
In sintesi, secondo il ricorrente, la istanza presentata nell’ottobre 1993, ai sensi dell’articolo 26 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, per l’esecuzione di lavori di consolidamento statico (lavori accertati dal verbale di sopralluogo della polizia municipale), costituiva il titolo legittimante dei lavori in corso, tanto più che da parte dell’amministrazione comunale non era stato emanato alcun provvedimento di rigetto della originaria istanza di condono del 15 febbraio 1986; inoltre, il provvedimento impugnato era illegittimo sia per aver inopinatamente attribuito la proprietà dell’immobile al signor Saul Bertelli, laddove esso apparteneva alla s.n.c. SO.PA., sia perché, diversamente da quanto affermato dai vigili urbani, non corrispondeva al vero che fossero in corso lavori di "demolizione e ricostruzione di un capannone di circa mq. 1000", atteso che, come risultava dalla relazione tecnica allegata alla richiesta di sanatoria ex articolo 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, detti lavori consistevano nel "consolidamento mediante la sostituzione dei vecchi elementi strutturali e l’adeguamento delle strutture di fondazione alle norme per le costruzioni in zona sismica (D.M. 24/1/1986). Per eseguire l’intervento sono stati inseriti in una prima fase, gli elementi strutturali adeguati: successivamente si è reso necessario lo smantellamento dei vecchi elementi orami pericolanti (lo erano anche prima dell’intervento di consolidamento".
In detto giudizio (NRG. 1891/94) il Comune di Firenze si costituiva, chiedendo il rigetto del ricorso.
II. Con ordinanza n. 4809 del 21 luglio 1994 il Sindaco di Firenze, in considerazione del fatto che dal sopralluogo effettuato dai vigili urbani (di cui al fonogramma dei vigili urbani in data 2 marzo 1994) risultava non più esistente l’immobile per il quale, ai sensi dell’articolo 31 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, era stata proposta la domanda di condono edilizio, disponeva l’archiviazione di quest’ultima.
La SO.PA. s.n.c. di Bertelli Saul & C. con ricorso giurisdizionale notificato il 28 ottobre 1994 chiedeva al Tribunale amministrativo regionale della Toscana l’annullamento di tale provvedimento, deducendo l’illegittimità alla stregua di quattro motivi di censura, tutti incentrati sulla violazione e falsa applicazione degli articoli 13 e 31 della legge 28 febbraio 1985, n. 47; sulla violazione dei principi generali in materia di sanatoria edilizia; sull’eccesso di potere per errore e travisamento dei fatti, difetto di istruttoria, difetto ed erroneità della motivazione, sviamento.
Veniva innanzitutto evidenziato che, benché al momento della presentazione della domanda di condono l’immobile non era staticamente idoneo, detta idoneità era stata successivamente conseguita, così che non si giustificava il provvedimento impugnato, tanto più che, per un verso, vi era sostanziale identità fisica tra l’immobile oggetto della richiesta di condono e quello oggetto del sopralluogo della Polizia municipale, e, per altro verso, che i lavori effettuati sull’immobile stesso avrebbero potuto dar luogo soltanto ad applicazioni di sanzioni o ad un accertamento di conformità; sotto altro profilo, la ricorrente osservava che i lavori effettivamente eseguiti sull’immobile non erano consistiti in una demolizione e ricostruzione, bensì nel solo inserimento di elementi strutturali adeguati e nel successivo smantellamento dei vecchi elementi pericolanti, così che essi erano perfettamente coerenti con la previsione dell’articolo 35 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 e non necessitavano di alcun preventivo atto di consenso; inoltre le minime modifiche intervenute a seguito dei ricordati lavori (che addirittura avevano comportato una diminuzione della superficie dell’immobile stesso) risultavano giustificate proprio dal consolidamento statico e, a tutto voler concedere, potevano essere considerate come ristrutturazione edilizia, ai sensi dell’articolo 31 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, ma non come nuova costruzione; infine erroneamente l’amministrazione comunale aveva omesso la valutazione dell’istanza di accertamento di conformità ex articolo 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, relativa proprio ai lavori di consolidamento, presupposto proprio dell’accoglimento della (originaria) istanza di condono.
Anche in questo giudizio (NRG. 4226/94) si costituiva il Comune di Firenze, rivendicando la legittimità del proprio operato.
III. Successivamente il Comune di Firenze con provvedimento n. 34090/96 del 15 luglio 1996 respingeva la istanza di concessione in sanatoria, ex art. 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, presentata dal signor Saul Bertelli per la ristrutturazione dell’edificio adibito a magazzino e uffici, rilevando che l’intervento, classificato quale demolizione e ricostruzione, era in contrasto sia con l’articolo 4 della legge 28 gennaio 1977, n. 10 (che limita gli interventi al solo risanamento), sia con l’articolo 56 delle N.T.A., in quanto esso, prevedendo una demolizione e ricostruzione delle strutture perimetrali in misura maggiore del 50%, era da considerarsi, ai sensi dell’articolo 10 delle predette N.T.A., come demolizione e ricostruzione, non ammissibile nella sottozona regolamentata dal ricordato articolo 56 delle N.T.A..
Anche tale provvedimento veniva impugnato innanzi al Tribunale amministrativo regionale della Toscana dal signor Saul Bertelli, in proprio e nella qualità già indicata, il quale lamentava "violazione dei principi generali in materia di edilizia ed urbanistica; violazione dell’art. 3 della legge n. 241/90; eccesso di potere per difetto ed erroneità della motivazione, difetto di istruttoria, illogicità" (primo motivo); "violazione dell’art. 13 della legge n. 47/85, in relazione all’articolo unico della legge 3/11/1952, n. 1902, all’articolo unico della L.R. n. 54/89 ed all’art. 40 della L.R. n. 5/95; eccesso di potere per difetto del presupposto, errore e travisamento dei fatti, difetto di istruttoria e di motivazione"
(secondo motivo); "violazione dell’art. 13 della legge n. 47/85, in relazione all’articolo unico della legge 3/11/1952, n. 1902, all’articolo unico della L.R. n. 54/89 ed all’art. 40 della L.R. n. 5/95" (terzo motivo); "violazione dell’art. 13 della legge n. 47/85; violazione dell’art. 31 della legge 457/78; violazione dell’art. 2 e dell’allegato della L.R. n. 59/80; violazione dell’art. 10 della L.R. n. 10/79; violazione dell’art. 5 della L.R. n. 64/95; violazione degli artt. 10 e 56 della variante al PRG del Comune di Firenze adottata con delibera consiliare n. 604 del 12/7/93 e successive modifiche ed integrazioni; eccesso di potere per illogicità, contraddittorietà, difetto di istruttoria e di motivazione, sviamento; violazione dei principi generali in materia di edilizia ed urbanistica" (quarto motivo); "violazione degli artt. 13 e 35 della legge n. 47/85; eccesso di potere per errore e travisamento dei fatti, difetto di istruttoria, illogicità, sviamento e contraddittorietà" (quinto motivo).
Ad avviso del ricorrente il provvedimento impugnato era privo di motivazione, essendo del tutto inconferenti ed incomprensibili i richiami all’articolo 4 della legge 28 febbraio 1977, n. 10, e agli articoli 10 e 56 delle N.T.A.; ciò senza contare che la concessione in sanatoria poteva essere negata solo per contrasto con lo strumento urbanistico vigente e non con quello solamente adottato, in riferimento al quale era anche scaduto il periodo di applicazione delle misure di salvaguardia, le quali, a loro volta, potevano giustificare solo la sospensione dell’esame della domanda e non già il suo rigetto; inoltre, sempre secondo il ricorrente, ai sensi dell’articolo 56 della variante al piano regolatore generale, nella zona in cui insisteva l’immobile in questione erano ammessi gli interventi di ristrutturazione edilizia, quali dovevano essere considerati quelli effettivamente realizzati finalizzati al consolidamento statico dell’immobile (ristrutturazione edilizia configurabile anche nell’ipotesi di demolizione e ricostruzione); infine, l’amministrazione comunale, secondo la tesi del ricorrente, aveva inopinatamente omesso di correlare l’articolo 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, con il successivo articolo 35, a mente del quale i lavori di adeguamento e consolidamento statico, in quanto necessari, non necessitavano di alcun atto di assenso.
Il Comune di Firenze resisteva anche in questo giudizio (NRG. 3880/96), chiedendo il rigetto dell’avverso ricorso.
IV. Infine con altro ricorso giurisdizionale notificato il 7 aprile 1998 il signor Saul Bertelli, sempre in proprio e nella qualità in atti, chiedeva al Tribunale amministrativo regionale della Toscana l’annullamento del provvedimento n. 628 del 30 gennaio 1998, a firma dell’assessore all’urbanistica del Comune di Firenze, che aveva ingiunto la demolizione delle opere abusive.
A sostegno di tale ulteriore impugnativa veniva dedotta la incompetenza (per violazione dell’articolo 6 della legge n. 12_/97 e dell’art. 51 della legge n. 142/90, in quanto l’ordine di demolizione, quale atto di gestione, rientrava nei compiti esclusivi dei dirigenti) e la illegittimità derivata dalla illegittimità dei provvedimenti già impugnati, per omesso esame della richiesta di condono edilizio ex lege n. 47/85 e per rigetto dell’istanza di accertamento di conformità urbanistica ex art. 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47.
Il Comune di Firenze chiedeva il rigetto anche di tale ulteriore ricorso (NRG. 1211/98).
V. L’adito tribunale, sez. III, con la sentenza n. 639 del 17 aprile 2007, riuniti i ricorsi, ha dichiarato improcedibile quello iscritto al NRG. 1891/94, in considerazione del fatto che l’ordinanza di sospensione dei lavori aveva esaurito i suoi effetti, essendo stati successivamente adottati gli atti di rigetto della domanda di condono e di sanatoria, oltre che di demolizione delle opere abusive (tutti impugnati), ed ha respinto tutti gli altri (NRG. 4226/94; 3880/96 e 1211/98), ritenendo infondate le censure spiegate.
In sintesi, secondo il Tribunale, l’archiviazione della domanda di condono era legittima in quanto era effettivamente venuto meno lo stesso manufatto abusivo cui si riferiva la richiesta di condono; né poteva rilevare il mancato esame della domanda di sanatoria ex art. 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, diversi essendo i presupposti, il contenuto e gli effetti della domanda di accertamento di conformità e di quella di condono ai sensi dell’articolo 31 della stessa legge n. 47 del 1985, ciò senza contare che i lavori di consolidamento statico avevano evidentemente superato la soglia del consolidamento, tanto da portare alla integrale rimozione del manufatto per il quale era stato chiesto il condono; d’altra parte, sotto altro decisivo profilo, l’intervento realizzato dal ricorrente non poteva rientrare nella categoria della ristrutturazione edilizia, essendovi stata, come risulta dall’accertamento della Polizia municipale, l’alterazione e variazione della quota di imposta e del piano di campagna rispetto al piano originario, con traslazione della volumetria, modifica della sagoma e aumento dell’altezza.
Era legittimo anche il diniego di rilascio della concessione in sanatoria ex articolo 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, precise e coerenti essendo le norme richiamate a sostegno della motivazione, tanto più che le misure di salvaguardia, ai sensi della legge regionale n. 54 del 1989, non erano affatto decadute e che la conformità doveva essere riferita anche allo strumento urbanistico adottato.
Infine, quanto al provvedimento di demolizione, richiamata l’infondatezza delle censure di illegittimità derivata, il Tribunale respingeva le specifiche censure di incompetenza, sia perché solo con la legge n. 191 del 16 giugno 1998 era stato effettivamente attribuito ai dirigenti comunali il potere di adottare i provvedimenti repressivi in materia edilizia, sia perché le specifiche previsioni statutarie avevano precedentemente riservato tale potere all’assessore o al sindaco; era altresì irrilevante, ai fini dell’impugnato provvedimento, la mera pendenza di una domanda di riesame della situazione, così come era altrettanto ininfluente la circostanza che l’ordinanza di demolizione fosse stata rivolta al ricorrente quale proprietario del manufatto e non quale legale rappresentante della s.n.c. SO.PA., tanto più che il ricorrente era effettivamente il proprietario del terreno su cui insistevano le opere abusive.
VI. Il signor Saul Bertelli, in proprio e nella qualità in atti, ha chiesto la riforma di tale statuizione, riproponendo sostanzialmente tutti motivi di censura svolti in primo grado con i quattro autonomi ricorsi, a suo avviso superficialmente esaminati ed erroneamente respinti con motivazione approssimativa e non condivisibile, frutto dell’evidente mancata valutazione del materiale probatorio in atti e delle argomentazioni difensive sollevate.
Il Comune di Firenze, costituitosi in giudizio, ha dedotto l’infondatezza dell’avverso gravame, di cui ha chiesto il rigetto.
Le parti hanno ulteriormente illustrato le proprie tesi difensive con apposite memorie.
D I R I T T O
VII. E’ controversa la legittimità dei provvedimenti emanati dall’amministrazione comunale di Firenze in relazione ai lavori realizzati sull’immobile sito in Firenze, via del Pellicino, angolo via dello Scalo di Peino (in N.C.T., foglio 47/A, particella 270) e cioè: a) ordinanza sindacale n. 1449 del 7 marzo 1994 di immediata sospensione dei lavori edili in corso; b) ordinanza sindacale n. 4809 del 20 luglio 1994 di archiviazione della pratica di condono; c) provvedimento assessoriale n. 34090 del 15 luglio 1996 di diniego di rilascio della concessione edilizia in sanatoria in relazione alla ristrutturazione di un edificio adibito a magazzino ed uffici; d) ordinanza sindacale n. 628 del 30 gennaio 1995 di demolizione delle opere abusive ex art. 7 della legge 28 febbraio 1985, n. 47.
Il signor Saul Bertelli, in proprio e quale legale rappresentante della s.n.c. SO.PA. & C., destinatario dei citati provvedimenti, ha chiesto la riforma della sentenza del Tribunale amministrativo regionale della Toscana, sez. III, n. 639 del 17 aprile 2007 che, riuniti i quattro separati ricorsi, ha dichiarato improcedibile per difetto di interesse l’impugnativa concernente l’ordine di immediata sospensione dei lavori in corso (ordinanza n. 1449 del 7 marzo 1994) ed ha respinto le altre per infondatezza delle censure proposte.
Con il gravame l’interessato ha lamentato l’assoluta erroneità della predetta pronuncia, sia quanto alla declaratoria di improcedibilità del primo ricorso, sia quanto al rigetto degli altri tre ricorsi, riproponendo tutti i motivi di doglianza sollevati con i predetti ricorsi, a suo avviso superficialmente esaminati e frettolosamente respinti con una motivazione lacunosa e non condivisibile, frutto della omessa, ovvero approssimativa, valutazione del materiale probatorio versato in atti.
Il Comune di Firenze ha resistito al gravame, chiedendone il rigetto.
VIII. Ai fini della decisione della controversia è indispensabile una puntuale ricostruzione dei fatti di causa.
VIII.1. Come emerge dagli atti di causa, l’immobile sito in Firenze, via del Pellicino, angolo via dello Scalo di Peino (in N.C.T. foglio 47/A, particella 270) consisteva in un capannone ad uso artigianale (per il montaggio e la messa in opera di materiali per l’edilizia), edificato nel 1975 e realizzato in struttura metallica con tamponamento in pannelli prefabbricati di Albanit, divisori in cartongesso, copertura in bandoni di lamiera zincata, internamente articolato in sette vani con una superficie di 996 metri quadrati.
Detto immobile era oggetto di una richiesta di condono edilizio, ai sensi della legge 28 febbraio 1985, n. 47, presentata in data 15 febbraio 1986 dalla s.n.c. SO.PA. di Saul Bertelli & C.
Difettando l’idoneità statica, giusta certificazione in data 9 giugno 1986, il Comune di Firenze con nota prot. 18868/92/92 del 13 agosto 1992 chiedeva alla società istante di presentare entro trenta giorni il progetto di adeguamento statico, pena il rigetto dell’istanza di condono.
Come risulta dalla nota prot. 2813/94/01/573/94 del 12 maggio 1994 del Settore Funzionale Edilizia Privata del Comune di Firenze (Unità Operativa Recupero Patrimonio Edilizio) in data 13 ottobre 1993 veniva inviata comunicazione ai sensi dell’articolo 26 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, relativa al consolidamento statico dell’edificio da realizzarsi mediante l’inserimento di elementi strutturali aggiuntivi o sostituendo gli stessi, senza cambiare l’orditura.
La Polizia Municipale in data 2 maggio 1994 accertava che sull’immobile in questione erano in corso opere edili di "demolizione ricostruzione" del capannone edilizio di circa 1000 metri quadrati; in particolare, a seguito di sopralluogo (come pure si evince dalla citata nota prot. 2813/94/01/573/94 del 12 maggio 1994) emergeva che l’intervento eseguito sul predetto immobile era consistito nella "…totale demolizione del manufatto preesistente e ricostruzione in loco di una struttura, al momento priva di tompagnature, con alterazione e variazione della quota di imposta e del piano di campagna rispetto allo stato originario del condono".
Deve rilevarsi, con riferimento alla esatta consistenza dei lavori eseguiti ai dedotti fini del consolidamento statico, che lo stesso appellante non ha giammai contestato, se non in modo del tutto generico, che essi avevano determinato, come precisato dagli uffici comunali, "…alterazione e variazione della quota di imposta e del piano di imposta e del piano di campagna…".
Un’ulteriore decisiva circostanza in tal senso si ricava sostanzialmente confermata dalla sentenza del Pretore di Firenze del 2 luglio 1998 (emessa nel processo penale a carico proprio del signor Saul Bertelli per la contravvenzione di cui agli artt. 110 c.p. e 20 lett. b) della legge 28 febbraio 1985, n. 47, in relazione ai lavori edilizi di cui all’immobile in questione) che, pur mandando assolto l’imputato per non aver commesso il fatto, ricollega in realtà tale assoluzione solo alla mancanza dell’elemento soggettivo.
Infatti, nella predetta decisione si dà atto che è stato effettivamente demolito e ricostruito il capannone industriale, sia pur con la tecnica del "cuci e scuci", con una consistenza diversa (superficie pari a mq. 968, di altezza 4,20 metri – 3,86 dal sottotrave – e volume di 3736 metri cubi) diversa dalla precedente (superficie di mq. 996, altezza 3,30 metri e volume di 3286,8 metri cubi) come risulta dal capo di imputazione); inoltre sono ritenute ragionevoli, ai fini della mancanza dell’elemento soggettivo del reato, le giustificazioni addotte dall’imputato e cioè di aver agito sul presupposto della necessaria realizzazione degli interventi, in quanto imposti dal servizio di prevenzione della locale U.S.L. (i cui rilievi avevano già condotto ad un decreto penale di condanna, poi opposto).
VIII.2. Ciò precisato, anche a voler prescindere da ogni considerazione sulle effettive ragioni che hanno reso necessari i lavori sull’immobile in questione (ragioni che, secondo la ricordata sentenza del Pretore di Firenze sarebbero da ricollegare al sopralluogo della competente U.S.L., e che invece innanzi al giudice amministrativo sono state ricondotte alla necessità dell’adeguamento statico dell’immobile stesso ai fini dell’ammissibilità della domanda di condono), ad avviso della Sezione non può dubitarsi che, per effetto dei ricordati lavori, l’immobile in questione ha assunto una fisionomia del tutto diversa da quella originaria, sia per sagoma, sia per volume, sia per superficie, come del resto lo stesso appellante è costretto ad ammettere, pur cercando di attenuare tale ammissione sottolineando la diminuzione di superficie e configurando l’intervento come una mera ristrutturazione edilizia.
Sennonché, sul punto, è decisivo ricordare che, secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, allorquando la demolizione e la successiva ricostruzione del manufatto non danno luogo alla fedele riedificazione del precedente manufatto per sagoma, superficie e volume, non si è in presenza di una ristrutturazione edilizia, bensì di una nuova costruzione per cui è sempre necessario un apposito titolo edilizio (ex pluribus, C.d.S., sez. IV, 18 marzo 2008, n. 1117; 22 marzo 2007, n. 1388; 16 marzo 2007, n. 1276; 31 ottobre 2006, n. 6464; sez. V, 4 marzo 2008, n. 918; Cass. Pen., sez. III, 8 aprile 2008, n. 28212; 26 ottobre 2007, n. 47046); è stato anche precisato che deve ritenersi illegittimo il titolo edilizio relativo ad un intervento edilizio di ristrutturazione che contempli demolizione e ricostruzione, laddove il nuovo edificio, pur caratterizzato da una volumetria inferiore, non rispetti le caratteristiche strutturali di quello demolito, quanto all’altezza e al numero di piani (C.d.S., sez. V, 30 agosto 2006, n. 5061).
Per completezza deve aggiungersi che, come si evince dalla lettura della circolare n. 2241/U.L. del 17 giugno 1995 del Ministero dei Lavori Pubblici (prodotta dall’appellato Comune di Firenze in data 22 settembre 2008) i lavori di adeguamento statico, consistenti in interventi sulle strutture dell’edificio, non possono modificarne la struttura volumetrica e di superficie, essendo coessenziale alla stessa natura di "adeguamento statico" che le strutture già realizzate siano conservate e rese idonee alla loro funzione, così che è da considerare inammissibile non solo l’ampliamento dell’esistente, ma anche una demolizione e ricostruzione quando le strutture siano talmente inidonee da non poter essere rese staticamente idonee e collaudabili, mediante opere di adeguamento.
IX. Alla luce di tali precisazioni, la Sezione è dell’avviso che la sentenza impugnata non meriti le critiche che le sono state mosse.
IX.1. Quanto all’impugnazione dell’ordinanza di sospensione dei lavori, a prescindere da ogni considerazione sulla sua legittimità (di cui non può neppure ragionevolmente dubitarsi in ragione della natura e della consistenza dei lavori realizzati senza alcun titolo abilitativo), è sufficiente ricordare che essa ha carattere temporaneo e provvisorio, si fonda su di un’istruttoria sommaria ed i suoi effetti sono destinati a venir meno o perché venga accertata la legittimità dei lavori in corso o perché vengano adottati definitivi provvedimenti inibitori degli stessi (C.d.S., sez. V, 18 ottobre 1996, n. 1255; 29 novembre 2004, n. 7746).
Nel caso di specie i successivi provvedimenti adottati dall’amministrazione comunale di Firenze, quali l’archiviazione della pratica di condono dell’immobile e il rigetto della istanza di sanatoria del manufatto realizzato, escludono la sussistenza di un qualsiasi interesse, anche meramente strumentale o morale, alla decisione del ricorso, nessuna utilità potendo conseguire al suo eventuale (ma impossibile) accoglimento.
Correttamente i primi giudici hanno perciò dichiarato l’improcedibilità del ricorso stesso per carenza di interesse, essendo sopravvenuti provvedimenti che, avendo determinato un nuovo assetto degli interessi in gioco, hanno reso del tutto inutile la eventuale pronuncia (ex multis, C.d.S., IV, 19 febbraio 2008, n. 532; 27 dicembre 2006, n. 7876; 1° agosto 2001, n. 4206): ciò esclude la necessità di esaminare i motivi di doglianza formulati in primo grado.
IX.2. Anche con riguardo all’impugnativa del provvedimento con cui è stata disposta l’archiviazione della domanda di condono edilizio presentata il 15 febbraio 1986, la decisione impugnata risulta corretta e adeguatamente motivata.
Infatti la tesi dell’appellante è esclusivamente incentrata sulla necessità dei lavori di consolidamento statico ai fini del condono edilizio, senza che fosse perciò necessario alcun titolo edilizio, e sul fatto che essi, pur realizzati attraverso la demolizione e ricostruzione, sarebbero da qualificare come ristrutturazione edilizia e non come nuova costruzione.
Occorre al riguardo evidenziare che l’amministrazione comunale di Firenze non ha giammai richiesto o ritenuto indispensabile per i lavori di adeguamento statico un apposito titolo edilizio, ma ha in realtà accertato che i lavori eseguiti, lungi dal realizzare un mero adeguamento statico dell’immobile, avevano in realtà comportato la demolizione dell’esistente e la sua ricostruzione, e quest’ultima non era neppure "fedele", in quanto per sagoma, volume e superficie il nuovo immobile non corrispondeva a quello precedente.
Tale "novità" dell’immobile, oltre ad essere puntualmente indicata negli atti prodotti dal Comune di Firenze (in precedenza già puntualmente indicati) e ad essere sostanzialmente ammessa dall’appellante pur con il tentativo di attenuarne le conseguenze (con riguardo alla diminuzione della superficie), ha trovato definitiva ed inoppugnabile conferma nella sentenza del Pretore di Firenze del 2 luglio 1998, come già in precedenza rilevato.
Non può pertanto condividersi l’assunto dell’appellante secondo cui i lavori eseguiti sono sussumibili nella categoria della ristrutturazione edilizia, trattandosi invero di una nuova costruzione, come correttamente ritenuto dai primi giudici; ciò senza contare che deve anche ragionevolmente escludersi che i lavori di adeguamento statico, per i quali non è previsto un titolo abilitativo, possono consistere in interventi di tale portata da giungere alla sostituzione delle strutture, atteso che in tal caso non può neppure predicarsi la stessa utile esistenza dell’immobile da condonare.
La sostanziale diversità del nuovo immobile rispetto a quello oggetto della richiesta di condono rende di conseguenza corretta e ragionevole la determinazione del Comune di Firenze di archiviare la pratica relativa al condono edilizio, essendo effettivamente venuto meno lo stesso oggetto del provvedimento amministrativo richiesto (vale a dire l’immobile abusivamente edificato nel 1975 da condonare).
Ad ulteriore conforto delle conclusioni così raggiunte deve anche sottolinearsi lo stesso comportamento del signor Saul Bertelli, il quale, evidentemente nel dubbio che gli interventi realizzati potessero non rientrare nell’ambito dell’asserito adeguamento statico e neppure potessero essere considerati come ristrutturazione edilizia, ebbe a presentare anche istanza di accertamento di conformità ai sensi dell’articolo 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47.
Anche tale istanza è stata rigettata con apposito provvedimento, oggetto della terza impugnativa, di cui si dirà al successivo paragrafo X: per quanto qui interessa, la Sezione deve limitarsi a segnalare la correttezza della motivazione dei primi giudici che, sottolineando la diversità dei presupposti, dei contenuti e degli effetti della domanda di condono edilizio (ex art. 31 l. n. 47 del 1985) e di quella di accertamento di conformità (ex art. 13 l. n. 47 del 1985), ha escluso che l’esito della prima potesse dipendere dall’esito della seconda, respingendo così il motivo di censura in tale senso sollevato dall’interessato nei confronti del ricordato decreto di archiviazione della pratica di condono.
Deve essere pertanto confermata la legittimità della determinazione dell’amministrazione comunale di Firenze di archiviare la pratica di condono edilizio di cui all’istanza del 15 febbraio 1986.
X. Ugualmente infondati, come correttamente ritenuto dai primi giudici, sono i motivi appuntati avverso il diniego in data 15 luglio 1996 di rilascio della concessione in sanatoria, ai sensi dell’articolo 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, avanzata dalla SO.PA. di Saul Bertelli & C. s.n.c. in data 29 aprile 1994.
Al riguardo le doglianze dell’appellante concernono: a) l’asserita erroneità del diniego, fondato sulla non conformità delle opere realizzate non già al piano regolatore vigente, bensì alla variante generale al piano regolatore solamente adottata, in relazione alla quale sarebbero scaduti i termini di applicazione delle misure di salvaguardia; b) la non configurabilità dei lavori realizzati come nuova costruzione, ma solo come ristrutturazione edilizia, trattandosi peraltro di lavori necessitati, in quanto indispensabili ai fini dell’adeguamento statico dell’immobile da condonare (e per i quali era necessaria la previa delibazione sulla richiesta di condono edilizio); c) l’erroneità di un provvedimento definitivo di rigetto, laddove nella vigenza delle misure di salvaguardia connesse all’adozione della variante al piano regolatore generale, doveva essere sospeso l’esame della domanda di concessione in sanatoria.
La Sezione osserva che, come emerge dalla documentazione versata in atti, la delibera consiliare n. 604 del 12 luglio 1993, con cui il Comune di Firenze aveva adottato la variante generale al piano regolatore generale, fu trasmessa alla Regione Toscana in data 2 luglio 1996, così che, come correttamente rilevato dai primi giudici, le misure di salvaguardia erano ancora in vigore al momento dell’emanazione dell’impugnato diniego di concessione in sanatoria.
Infatti, ai sensi del secondo comma dell’articolo unico della legge regionale della Toscana 30 agosto 1989, n. 54, nei casi in cui il Comune abbia inviato gli atti adottati alla Regione nell’ultimo anno del periodo di applicazione delle misure di salvaguardia, il termine triennale previsto dal primo comma è prorogato fino alla data della pubblicazione nel Bollettino Ufficiale della Regione dell’atto di approvazione regionale e comunque non oltre due anni dalla trasmissione alla Regione degli atti adottati.
Nel caso di specie, quindi, il periodo di applicazione delle misure di salvaguardia è effettivamente scaduto il 21 gennaio 1998, data in cui è stata pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Toscana la delibera del consiglio regionale n. 385 del 2 dicembre 1997, di approvazione della variante generale al piano regolatore generale del Comune di Firenze (data comunque compresa nel termine massimo quinquennale decorrente dal 12 luglio 1993 fino al 12 luglio 1998).
Né può essere condivisa la tesi secondo cui, nella vigenza delle misure di salvaguardia, l’amministrazione comunale avrebbe dovuto sospendere ogni decisione sulla domanda di accertamento di conformità, attendendo l’approvazione del nuovo strumento urbanistico: la stessa disposizione normativa (art. 13 della legge 28 febbraio 1985, n. 47) condiziona il rilascio della concessione o dell’autorizzazione in sanatoria, per un verso, alla conformità dell’opera eseguita agli strumenti urbanistici generali e di attuazione approvati, e, per altro verso, al "non contrasto con quelli adottati, sia al momento della realizzazione dell’opera, sia al momento della presentazione della domanda".
Poiché non è contestata la effettiva sussisteva del contrasto delle opere realizzate con le prescrizioni dell’adottata variante al piano regolatore generale (in cui in particolare, per effetto del combinato disposto degli articoli 10 e 56 delle N.T.A., era ammessa nella sottozona E3 agricola la demolizione e ricostruzione di strutture perimetrali solo in misura non superiore al 50%, essendo altrimenti qualificato l’intervento come nuova costruzione), non vi è dubbio che il Comune di Firenze ha correttamente respinto la domanda di accertamento di conformità.
Del resto le deduzioni svolte dall’appellante riguardano la qualificazione delle opere eseguite, ma sul punto è sufficiente richiamare le considerazioni già svolte in precedenza, con le quali si è già rilevato che le stesse non possono essere considerate come opere necessitate e di ristrutturazione edilizia.
Per completezza la Sezione deve anche rilevare che in nessun caso il provvedimento impugnato poteva essere considerato inficiato da insufficiente o lacunosa motivazione, risultando evidente e chiaro l’iter logico – giuridico che aveva condotto l’amministrazione all’emanazione del provvedimento di rigetto (anche con riferimento all’articolo 4 della legge 28 febbraio 1977, n. 10, non potendo qualificarsi le opere realizzate come mero adeguamento statico).
XI. Infine anche la decisione di rigetto del ricorso proposto avverso l’ingiunzione di demolizione delle opere abusive (ordinanza sindacale n. 628 del 30 gennaio 1998) è corretta e adeguatamente motivata.
Posta infatti (alla luce di tutte le considerazioni fin qui svolte) la evidente infondatezza delle censure di illegittimità derivata, la censura di incompetenza è stata correttamente respinta dalla sentenza appellata.
Occorre al riguardo rilevare che oggetto di impugnazione è un provvedimento di demolizione, che, solo per effetto dell’introduzione della lettera f-bis) al comma 2 dell’articolo 6 della legge 15 maggio 1997, n. 127, ad opera dell’articolo 2, comma 12, della legge 16 giugno 1998, n. 191, è stato attribuito alla competenza dei dirigenti comunali (come riconosciuto dalla giurisprudenza, C.d.S., sez. V, 2 ottobre 2002, n. 5159), così che esso è stato nel caso di specie correttamente emanato dall’organo competente secondo le allora vigenti previsioni dello statuto comunale (rispetto al quale nessun rilievo critico è stato sollevato dall’appellante).
Altrettanto correttamente i primi giudici hanno escluso qualsiasi rilevanza, ai fini della legittimità del provvedimento di demolizione, della asserita mancata delibazione dell’istanza di riesame del diniego di concessione in sanatoria, atteso che, indipendentemente da ogni altra considerazione, non sussiste alcun obbligo dell’amministrazione di riesaminare i propri provvedimenti amministrativi ovvero ad esercitare il potere di autotutela, rispetto al quale, del resto, il privato non vanta neppure un interesse legittimo, ma solo un interesse di mero fatto (C.d.S., sez. IV, 20 luglio 2005, n. 3909).
Per completezza è appena il caso di rilevare che, come puntualmente rilevato dai primi giudici, non sussiste alcun vizio del provvedimento impugnato per essere stato notificato all’attuale appellante solo in proprio e non anche nella qualità di legale rappresentante della s.n.c. SO.PA. di Saul Bertelli & C.: l’appellante, infatti, risulta essere proprietario del suolo su cui sorge il manufatto (circostanza non contestata) e dunque è tenuto per tale sua qualità a rimuovere l’abuso, ed inoltre non è contestata, né equivoca o dubbia, la sua qualità di legale rappresentante della s.n.c. SO.PA. & C.
XII. In conclusione, alla stregua delle osservazioni svolte, l’appello deve essere respinto.
La complessità delle questioni trattate giustifica nondimeno la compensazione delle spese del presente grado di giudizio.
P. Q. M.
Il Consiglio di Stato, Sezione Quarta, definitivamente pronunciando sul ricorso in appello proposto dal signor Saul Bertelli, in proprio e quale legale rappresentante della SO.PA. s.n.c. di Bertelli Saul & C., avverso la sentenza del Tribunale amministrativo regionale della Toscana, sez. III, n. 639 del 17 aprile 2007, lo rigetta.
Dichiara interamente compensate tra le parti le spese del presente grado di giudizio.
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa.
Così deciso in Roma, dal Consiglio di Stato, Sezione IV, riunito nella Camera di Consiglio del 21 ottobre 2008, con l’intervento dei seguenti magistrati:
Luigi COSSU - Presidente
Luigi MARUOTTI - Consigliere
Goffredo ZACCARDI - Consigliere
Bruno MOLLICA - Consigliere
Carlo SALTELLI - Consigliere, est.
L’ESTENSORE IL PRESIDENTE
Carlo Saltelli Luigi Cossu
Depositata in Segreteria il 24/12/2008.

TAR LIGURIA, SEZ. I - sentenza 11 luglio 2007 n. 1367
Anche se l’art. 3 del d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380, come modificato dall’art. 1 del d.Lgs. 27 dicembre 2002 n. 301, per la ristrutturazione degli edifici esistenti mediante demolizione e ricostruzione, non menziona più il limite della "fedele ricostruzione", nondimeno subordina pur sempre la qualificazione della ristrutturazione alla conservazione delle caratteristiche fondamentali dell’edificio preesistente; sicché la ristrutturazione dell’edificio è tale se ed in quanto riproduca le precedenti linee fondamentali per sagoma e volumi.
E’ illegittimo un permesso di costruire rilasciato per la ristrutturazione di un edificio che ha consentito la realizzazione di un nuovo volume al posto di una preesistente tettoia addossata all’edificio principale; in tal modo, infatti, si è modificato il manufatto esistente, realizzando un organismo edilizio diverso dal precedente per volume e sagoma che integra gli estremi di una vera e propria nuova costruzione non riconducibile nè concettualmente né tipologicamente alla categoria giuridica della ristrutturazione, come disciplinata dall’art. 3 d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380, successivamente modificato dall’art. 1 d.Lgs. 27 dicembre 2002 n. 301.
Sul ricorso numero di registro generale 1057 del 2004, proposto da: Alessi Giuseppina Ved. Mordocco, Mordocco Rosalba, Mordocco Maria Teresa, rappresentati e difesi dall'Avv. Carlo Bertini, con domicilio eletto presso l’Avv. Carlo Bertini in Genova, Via Ippolito D'Aste 3/10;
contro
Comune di Davagna, in persona del Sindaco in carica, rappresentato e difeso dall'Avv. Gabriella Glendi, con domicilio eletto presso l’Avv. Gabriella Glendi in Genova, Via B. Bosco 31/9;
nei confronti di
Maragliano Fabio, rappresentato e difeso dagli Avv.ti Maria Lina Pedemonte, Gian Luca Menti, con domicilio eletto presso l’Avv. Maria Lina Pedemonte in Genova, Piazza Portello 2 - 2° Piano;
per l'annullamento
dei permesso di costruire del 19.02.04 avente ad oggetto la ristrutturazione dell’edificio di proprietà del controinteressato;
Visto il ricorso con i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Davagna;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Maragliano Fabio;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 17/05/2007 il dott. Oreste Mario Caputo e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:
FATTO
Le ricorrenti, comproprietarie di un’unità immobiliare ad uso residenziale, hanno impugnato il permesso di costruire (in epigrafe indicato) avente ad oggetto la ristrutturazione del manufatto confinante.
L’impugnazione è affidata ai seguenti motivi:
Violazione dell’art. 3, comma 1 lett. d, d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380 e delle NTA del piano di fabbricazione. Eccesso di potere;
Violazione degli artt. 20 , comma 3 e 5, comma 3, d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380, e degli artt. 53 e 54 Reg. ed. del comune di Lavagna.
Il permesso di costruire impugnato consente la realizzazione di un nuovo volume al posto della preesistente tettoia addossata all’edificio principale.
La nuova costruzione non sarebbe pertanto riconducibile agli interventi di ristrutturazione; violerebbe inoltre le norme sulle distanze fra pareti finestrate di costruzioni confinanti.
Inoltre il provvedimento impugnato non sarebbe stato preceduto dal parere igienico sanitario dell’ASL.
Il comune di Davagna e il controinteressato si sono costituiti in giudizio chiedendo la reiezione del ricorso.
Alla pubblica udienza del 17.05.07 la causa su richiesta delle parti è stata trattenuta in decisione.
DIRITTO
Le ricorrenti, comproprietarie di un’unità immobiliare ad uso residenziale, hanno impugnato il permesso di costruire avente ad oggetto la ristrutturazione del manufatto nella parte in cui consente la realizzazione di un nuovo volume al posto della preesistente tettoia addossata all’edificio principale.
Con il primo motivo di censura si deduce che l’intervento non sarebbe affatto riconducibile alla ristrutturazione edilizia che, come disciplinata dal testo unico dell’edilizia, presuppone la conformità dell’edificio per sagoma, volume e superficie a quello preesistente. Inoltre la realizzazione del nuovo volume, con l’apertura di una nuova finestra che si affaccia lato sud sul fondo delle ricorrenti, violerebbe le norme sulle distanze fra pareti finestrate di costruzioni confinanti.
Il motivo di censura è fondato.
I fatti di causa sono pacifici: con il permesso di costruire avente ad oggetto la ristrutturazione del preesistente manufatto in muratura si è accorpata l’area di proiezione e lo spazio relativi ad una vetusta tettoia in legno aperta ai lati aggrappata all’edificio e, come documentato dalle fotografie versate in atti, in stato fatiscente.
Si è di fatto modificato il manufatto esistente realizzando un organismo edilizio diverso dal precedente per volume e sagoma, integrando gli estremi di una vera e propria nuova costruzione non riconducibile concettualmente né tipologicamente alla categoria giuridica della ristrutturazione come disciplinata dall’art. 3 d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380 come modificato dall’art. 1 d.Lgs. 27 dicembre 2002 n. 301.
Sebbene la norma non menzioni più il limite della "fedele ricostruzione", nondimeno subordina pur sempre la qualificazione della ristrutturazione alla conservazione delle caratteristiche fondamentali dell’edificio preesistente.
Sicché la ristrutturazione dell’edificio è tale se ed in quanto riproduca le precedenti linee fondamentali per sagoma e volumi (Cons. St., sez. IV, 7 settembre 2004 n. 5791, Id, sez. V, 10 febbraio 2004 n. 475); in opposta prospettiva, la ristrutturazione non comporta l’alterazione della tipologia edilizia e della volumetria preesistente.
Né l’entità strutturale della tettoia, aperta ai lati e realizzata mediante tavole di legno, è assimilabile ad una costruzione mediante l’attribuzione dell’attributo giuridico del carattere pertinenziale.
La destinazione in modo durevole al servizio od ornamento della cosa principale, che ai sensi dell’art. 817 c.c. qualifica la pertinenza, rileva in ambito urbanistico ed edilizio ai fini dell’uso, non già per sovvertire il dato materiale-strutturale – nel caso che ne occupa affatto assente – del manufatto (preesistente) che per materiali e tecnica di realizzazione occupi parti circoscritte e ben individuate di suolo e volume (in termini, da ultimo Cons. St., sez. IV, 15 settembre 2006 n. 5375).
Inoltre l’intervento viola le norme dettate in materia di distanze fra costruzioni limitrofe.
In particolare l’apertura della finestra lato sud del manufatto oggetto d’intervento, non osserva la prescrizione che fissa la distanza di dieci metri fra pareti finestrate.
Si è da ultimo sottolineato che l’art. 9 d.m. 2 aprile 1968 n. 1444 che prevede la distanza minima assoluta di 10 metri tra costruzioni in applicazione dell’art. 41 quinquies l.u. integra con efficacia precettiva, in forza della norma di legge appena richiamata, il regime delle distanze nelle costruzioni.
Sicché la distanza di dieci metri fra pareti finestrate vincola con carattere cogente in via generale ed astratta, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e sicurezza, anche i Comuni in sede di formazione e revisione degli strumenti urbanistici(cfr. Cons.St., sez. V, 26 ottobre 2006 n. 6399).
Limite minimo integrativo inoltre delle disposizioni previste agli artt. 872 ss c.c. ritenuto espressione di disciplina d’ordine pubblico a tutela della salubrità dei luoghi
Non è invece fondato il motivo di ricorso incentrato sulla previa acquisizione del parere igienico sanitario dell’ASL posto che il fatto che il parere sia successivo rispetto al rilascio del titolo impugnato non incide sulla legittimità di esso, rilevando semmai ad altri fini.
Conclusivamente il ricorso deve essere accolto.
Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale della Liguria, sezione prima, definitivamente pronunciando, accoglie il ricorso e, per l’effetto, annulla il provvedimento impugnato.
Condanna in solido il comune di Davagna, nella misura di due terzi, e il controinteressato, per il residuo terzo, alla rifusione delle spese di lite in favore delle ricorrenti che si liquidano in complessivi 3000 euro.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Genova nella camera di consiglio del giorno 17/05/2007 con l'intervento dei signori:
Renato Vivenzio, Presidente
Oreste Mario Caputo, Consigliere, Estensore
Pierpaolo Grauso, Referendario
DEPOSITATA IN SEGRETERIA il 11/07/2007


Furti in casa agevolati dai ponteggi: responsabili il condominio e l'imprenditore
Cassazione civile , sez. III, sentenza 17.03.2009 n° 6435

Nell’ipotesi di furto subito dal condomino per la presenza di ponteggi posti a ridosso dell’edificio che, in assenza di opportune precauzioni, hanno agevolato la produzione dell’evento dannoso, sussiste la responsabilità concorrente del condominio e dell’appaltatore.
Due comproprietari lamentano un furto perpetrato nell’appartamento di loro proprietà, agevolato dai ponteggi esterni all’edificio realizzati dall’imprenditore, al quale, il condominio aveva affidato l’incarico di eseguire lavori di rifacimento della facciata.
La domanda di risarcimento dei danni proposta nei confronti del condominio per l’accaduto, viene, però, rigettata in secondo grado poiché i giudici di appello non rinvenendo alcuna colposa omissione da parte del condominio, nonché l’assenza di un potere di sorveglianza del cantiere, escludono a carico del convenuto l’imputabilità dell’evento sia ai sensi dell’art. 2043 cod. civ. che dell’art. 2051 cod. civ..
Secondo i giudici di merito il potere di sorveglianza del cantiere spetta esclusivamente all’impresa che lo ha costruito e gestisce in regime di appalto. Avverso tale decisione i due comproprietari ricorrono in Cassazione. I giudici di legittimità accolgono il ricorso riformando la sentenza di merito. Le conclusioni a cui giungono i giudici di merito per la Cassazione sono infatti «in contrasto con l’indirizzo giurisprudenziale» espresso da tempo dalla Suprema Corte.
L’eventualità che i ponteggi posti a ridosso dello stabile possano agevolare l’accesso ai ladri e conseguentemente arrecare un danno per il proprietario è stata già affrontata dalla Cassazione. Il caso di specie vanta diversi precedenti specifici.1
Il comportamento negligente tenuto dall’imprenditore è contrario al principio del neminem laedere. L’imprenditore che esegue lavori di manutenzione dello stabile avvalendosi dell’apporto dei ponteggi deve adottare ogni cautela idonea ad impedire l’uso anomalo delle impalcature.
Alla responsabilità aquiliana dell’appaltatore, la Cassazione nella pronuncia in commento affianca quella più rigorosa prevista per i danni cagionati da cose in custodia (art. 2051 cod. civ.) per il condominio. La decisione tocca tre fondamentali questioni giuridiche:
1. L’esistenza di un nesso causale tra il cantiere e la produzione dell’evento dannoso (il furto nell’appartamento);
2. la responsabilità del Condominio in base all’art. 2051 cod. civ.;
3. l’illecito perpetrato dal terzo quale elemento idoneo per escludere la responsabilità del custode.
Rispetto alla prima questione i giudici di legittimità constatano che «Nel caso di specie era stato accertato in fatto dal giudice di merito: l’esistenza alla data del furto del ponteggio metallico a ridosso della facciata dell’edificio condominiale, su cui si aprono le finestre dell’appartamento dei due attori che avevano subito il furto».
Orbene, in ordine al nesso eziologico si rende necessario appurare l’esistenza di un legame fra l’esistenza dei ponteggi e l’accesso dei ladri nell’appartamento. Attraverso l’indagine ricostruttiva dell’iter che ha portato al verificarsi dell’evento dannoso, i ponteggi esterni all’edificio – che hanno favorito l’accesso dei ladri nell’appartamento - devono qualificarsi come antecedenti necessari.
Infatti i ponteggi si rivelano nella fattispecie in esame quale elemento necessario, all’interno della catena causale, nella produzione dell’eventus danni.
Quanto al secondo quesito bisogna spostare l’attenzione sul responsabilità concorrente del condominio in quanto non si può sottovalutare la differenza che intercorre tra l’art. 2043 cod. civ. e il più gravoso criterio di imputazione previsto dall’art. 2051 cod. civ..
Di fronte al generale obbligo del neminem laedere, viceversa l’art. 2051 cod. civ. prevede un dovere costante di vigilanza per il custode sul bene con la presunzione di colpa che può essere superata solo facendo ricorso alla prova del caso fortuito. Per questo la dottrina maggioritaria colloca la norma citata, tra le ipotesi di responsabilità oggettiva.2
Per il verificarsi della responsabilità prevista dall'art. 2051 cod. civ. è necessaria e sufficiente una relazione tra la cosa in custodia e l'evento dannoso, nonché l'esistenza dell'effettivo potere fisico su di essa da parte del custode, sul quale incombe l'obbligo di vigilarla e di mantenerne il controllo onde evitare che produca danni a terzi.
Pertanto va evidenziato che il rapporto tra il condominio e i ponteggi realizzati dall’appaltatore si inserisce perfettamente nell’ambito della custodia in quanto sussiste un potere diretto sulla «cosa» che permette di controllare e prevedere i rischi ad essa insiti.
Nel caso di specie, osservano i giudici di legittimità «gli originari attori avevano dedotto che il condominio aveva omesso di vigilare sulla osservanza, da parte della impresa appaltatrice, di tutte le precauzioni del caso essendo stata l’impalcatura montata senza luci esterne e senza alcuna struttura di sicurezza per l’inviolabilità degli appartamenti».
Resta da affrontare l’analisi del fatto illecito compiuto dal terzo, quale circostanza di per sé sufficiente o meno ad escludere la responsabilità del custode. Si è affermato in giurisprudenza che il fatto illecito del terzo può essere equiparato al caso fortuito finendo così con l’interrompere il nesso causale con il danno.3
In ogni caso la stessa giurisprudenza precisa che il fatto del terzo esclude la responsabilità del custode in quanto intervenga, nella determinazione dell'evento dannoso, con un impulso autonomo e con i caratteri dell'imprevedibilità e della inevitabilità.4
Dunque imprevedibilità ed eccezionalità che dovranno confrontarsi col comportamento assunto dal custode facendo riferimento al grado della sua diligenza.
Pertanto nel caso di specie l’azione dei ladri non può ritenersi causa di esclusione della responsabilità del condominio custode dei ponteggi, in quanto, l’evento era ampiamente prevedibile adottando le precauzioni necessarie a tutela dei singoli condomini.
(Altalex, 16 aprile 2009. Nota di Roberto Francesco Iannone)


Minaccia di rovina di parte dell'edificio, responsabilità dei condomini e dell'amministratore

Allorchè un edificio condominiale minacci (in tutto o in parte) rovina, l'obbligo di rimuovere la situazione pericolosa incombe sui proprietari ovvero a chi per loro è obbligato alla conservazione dell'edificio, e cioe', in virtu' del mandato conferitogli dai condomini, all'amministratore.

 

Tuttavia è principio consolidato che la mancata formazione della volontà assembleare e l'omesso stanziamento dei fondi necessari a porre rimedio al degrado che dà luogo al pericolo non può ipotizzarsi alcuna responsabilità dell'amministratore per non avere attuato interventi che non era in suo materiale potere adottare e per la realizzazione dei quali non aveva, nella veste, le necessarie provviste, ricadendo in siffatta situazione la responsabilità in capo ai proprietari e a ciascun singolo condomino, indipendentemente dall' attribuibilità ai medesimi dell'origine della situazione di pericolo.


Urbanistica. Volumi tecnici

TAR Lombardia (BS) sez. I n. 712 dell'11 febbraio 2010
Urbanistica. Volumi tecnici

I volumi tecnici non rientrano nel conteggio dell’indice edificatorio, in quanto non sono generatori del c.d. carico urbanistico e la loro realizzazione è finalizzata a migliorare la funzionalità e la salubrità delle costruzioni. Essi non possono essere ubicati all'interno della parte abitativa, sicché non sono tali i locali complementari all'abitazione come le soffitte o i bagni, destinati a formare un’ unica unità abitativa e privi di una effettiva destinazione ad impianti tecnologici. La realizzazione di un locale "sottotetto" mediante vani distinti e comunicanti attraverso una scala interna col piano sottostante è indice rivelatore dell'intento di rendere abitabile il locale o i locali, non potendosi detti vani considerare volumi tecnici


Nuova opera CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III PENALE - SENTENZA 4 marzo 2010

Condono edilizio e pagamento dell'oblazione - producono solo gli effetti estintivi del reato previsti dalla corrispondente normativa - ma non rendono legittima la costruzione eseguita abusivamente finché non viene rilasciato il permesso di costruire o, secondo la normativa previgente, la concessione edilizia in sanatoria.

Con la impugnata ordinanza il Tribunale di Napoli ha rigettato l'appello proposto da P. Mariano avverso il provvedimento del G.I.P. del medesimo Tribunale in data 26.2.2009, con il quale era stata respinta la richiesta di restituzione di un immobile sottoposto a sequestro preventivo in relazione ai reati di cui all'art. 44 del DPR n. 380/2001 e 181 del D. Lgs. n. 42/2004.
Secondo quanto riportato nell'ordinanza, dalle indagini effettuate dai C.C. è emerso che il P. aveva in corso di esecuzione, in località Fundera del comune di Lacco Ameno, lavori di sbancamento finalizzati alla costruzione di un immobile sulla base di una DIA, con la quale si comunicava all'ente locale l'esecuzione di interventi di demolizione e ricostruzione di un preesistente manufatto precario per ragioni di adeguamento statico e sismico; che i lavori erano finalizzati al rilascio del condono edilizio e che del vecchio manufatto non compariva alcuna riproduzione fotografica; che dalla documentazione esistente presso l'Ufficio Tecnico del Comune di Lacco Ameno risultava che la precedente costruzione era in realtà una struttura in legno, dalla stabilità precaria e priva di copertura adeguata ed uniforme.
Il Tribunale della libertà ha rigettato i motivi di gravame con i quali l'appellante aveva dedotto che l'intervento di demolizione e ricostruzione poteva essere eseguito legittimamente, sulla base della denuncia di inizio di attività, sostenendo che in effetti il manufatto preesistente era costituito da pannelli di cemento armato ed armatura in acciaio.
Si è osservato, in contrario, che la realizzazione di un fabbricato in cemento armato al posto di quello preesistente non può ricondursi ad un'ipotesi di mera demolizione e ricostruzione, trattandosi di un intervento che necessita del permesso di costruire; che, in ogni caso, l'intervento era soggetto ad autorizzazione dell'amministrazione competente, trattandosi di zona sottoposta a vincolo paesaggistico.
Avverso l'ordinanza ha proposto ricorso l'indagato, che la denuncia per carenza assoluta di motivazione.
Si deduce, in sintesi, che i giudici di merito hanno totalmente ignorato la documentazione prodotta dall'istante, dalla quale emerge che il manufatto preesistente era una casetta prefabbricata costituita da pannelli in cemento armato e struttura in acciaio, incorrendo così nel denunciato vizio di motivazione; che alla luce di tale documentazione doveva affermarsi che non sussiste alcuna diversità tra quanto demolito e l'immobile in corso di realizzazione.
Si deduce, poi, che trattandosi di intervento sottoposto alla semplice DIA per la sua esecuzione non era richiesto il rilascio del nulla osta paesaggistico; che, ai sensi del “decreto Lunardi” del 7.8.2003 n. 4174, i lavori di demolizione e ricostruzione dei fabbricati oggetto del rilascio di concessione in sanatoria sono soggetti alla stessa procedura prevista per gli altri immobili. Si osserva che il fabbricato preesistente risaliva ad oltre venticinque anni fa, allorché non era operante la disciplina vincolistica di cui al p.t.p. approvato con dm del 6.11.1995, mentre il vincolo introdotto con dm 22.6.1967 non poteva ritenersi operante, stante il suo carattere generico e la mancata adozione dei piani di dettaglio da parte del Comune; che l'intervento di demolizione e ricostruzione era imposto dall'art. 9 della legge della Regione Campania n. 10/2004, statuente l'obbligo di adeguamento antisismico degli immobili, senza che sia stato previsto da detta normativa alcun sub-procedimento incidentale paesaggistico.
Nel prosieguo del ricorso si reiterano le censure in ordine al difetto di motivazione dell'ordinanza in relazione alla documentazione prodotta circa le caratteristiche del manufatto preesistente; alla inesistenza di vincoli ed, in ogni caso, di vincoli di inedificabilità assoluta nella zona; alla legittimità della preesistente costruzione per la quale il Comune aveva anche effettuato l'accertamento dell'ICI dovuta.
Si ribadisce, infine, che l'intervento di ristrutturazione edilizia di cui si tratta era soggetto alla DIA cosiddetta semplice, non rientrando in nessuna delle ipotesi previste dall'art. 10, comma primo lett. c), del DPR n. 380/2001.
Con memoria depositata il 14.1.2010 la difesa del P. ha dedotto che nelle more del presente procedimento è entrata in vigore la legge della Regione Campania n. 19 del 28 dicembre 2009; che l'art. 6 di detta legge consente la esecuzione degli interventi previsti dagli art. 4 e 5, tra i quali sono compresi quelli di demolizione e ricostruzione del fabbricato preesistente con aumento di volumetria, anche con riferimento agli immobili per i quali sia stata presentata nei termini istanza di condono dagli interessati; che la normativa citata non prevede alcun sub-procedimento incidentale paesaggistico.
Il ricorso non è fondato.
È noto che secondo l'indirizzo interpretativo assolutamente consolidato di questa Suprema Corte il fumus del reato oggetto di indagine deve essere accertato, in materia di misure cautelari reali, sulla base delle prospettazioni della pubblica accusa, mentre non è richiesto l'accertamento dei gravi indizi di colpevolezza e tanto meno può essere effettuato dal giudice della cautela un esaustivo accertamento di merito in ordine alla fondatezza dell'accusa (sez. un. n. 4 del 1993, Gifuni, RV 193117; conf. sez. un. 23.2.2000 n. 7, Mariano, RV 215840 e giurisprudenza successiva sempre conforme).
Orbene, tenuto conto dell'enunciato principio di diritto, l'ordinanza impugnata si palesa adeguatamente motivata mediante il puntuale riferimento alle risultanze delle indagini disposte dalla pubblica accusa, dalle quali è emersa la totale difformità del manufatto in legno preesistente rispetto all'erigendo fabbricato in cemento armato.
Peraltro, il Tribunale della libertà ha esaminato anche la documentazione prodotta dall'appellante, ritenendola insufficiente per contrastare gli elementi addotti dalla pubblica accusa, stante l'accertato contrasto con le risultanze degli atti esistenti presso l'Ufficio tecnico comunale.
Né, per quanto già rilevato, era consentito al Tribunale della libertà un esaustivo accertamento sul punto.
L'ordinanza, pertanto, non è affatto incorsa nel denunciato vizio di carenza assoluta di motivazione.
Per completezza, però, vanno altresì esaminate le questioni giuridiche prospettate dal ricorrente per rilevarne l'infondatezza.
Deve essere, infatti, in primo luogo affermato che tutti gli interventi di ristrutturazione edilizia, anche se soggetti alla cosiddetta DIA semplice, ai sensi dell'art. 22, primo e secondo comma, del DPR n. 380/2001, in quanto non portano alla realizzazione di un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente, secondo la previsione di cui all'art. 10, comma primo lett. c), non possono essere

eseguiti su immobili originariamente abusivi.
In proposito il ricorso dell'autore della violazione al condono edilizio ed il pagamento dell'oblazione producono solo gli effetti estintivi del reato previsti dalla corrispondente normativa, mentre non rendono legittima la costruzione eseguita abusivamente finché non viene rilasciato il permesso di costruire o, secondo la normativa previgente, la concessione edilizia in sanatoria.
Orbene, nel caso in esame è incontroverso che l'indagato non ha mai ottenuto il rilascio del permesso di costruire o della concessione edilizia in sanatoria per l'immobile demolito.
Neppure sono stati prospettati dal ricorrente, in sede di riesame, elementi in ordine alla formazione del silenzio assenso, che, peraltro, in ogni caso, dovrebbe formare oggetto di adeguato accertamento nella sede di merito secondo le indicazioni dettate dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. sez. III, 5.4.2001 n. 13896 ed altre conformi).
Non può trovare, infine, applicazione, nel caso in esame, la recentissima legge della Regione Campania n. 19 del 28.12.2009.
Se è vero, infatti, che l'art. 6 della predetta legge consente la realizzazione degli interventi di cui agli art. 4 e 5, in deroga a quanto stabilito dall'art. 3, primo comma lett. a), anche sugli immobili realizzati in assenza o in difformità del titolo abilitativo, purché sia stata presentata nei termini la domanda di condono edilizio e siano destinati a prima casa del richiedente, deve essere anche rilevato che il citato art. 3, primo comma, esclude dalla possibilità di realizzare gli interventi previsti dalla legge gli immobili collocati all'interno di zone territoriali omogenee di cui alla lettera A) dell'art. 2 del decreto ministeriale n. 1444/1968 o ad esse assimilate (lett. b), nonché gli immobili ubicati in zone sottoposte a vincoli di cui alle previsioni contenute nelle lettere successive.
Né, in ogni caso, l'inesistenza delle preclusioni citate può, per quanto già detto, essere accertata in sede cautelare.
Sicché la affermata sussistenza del fumus del reato di cui all'art. 44 del DPR n. 380/2001 si palesa, in ogni caso, giuridicamente corretta.
È, infine, infondata la tesi difensiva secondo la quale l'intervento di ristrutturazione edilizia di cui si tratta non sarebbe subordinato all'autorizzazione dell'amministrazione preposta alla tutela del vincolo in quanto suscettibile di esecuzione mediante DIA.
Sul punto il Collegio ritiene di doversi discostare parzialmente dal precedente di questa Corte (sez. III, 26.2.2008 n. 17954, Termini, RV 240235) citato dal ricorrente.
L'art. 22, comma sesto, del DPR n. 380/2001, come sostituito dall'art. 1, comma 1 lett. e), del D.Lgs. 27 dicembre 2002 n. 301, dispone che la realizzazione degli interventi di cui ai commi 1, 2 e 3 che riguardino immobili sottoposti a tutela storico-artistica o paesaggistica-ambientale, è subordinata al preventivo rilascio del parere o dell'autorizzazione richiesti dalle relative previsioni normative.
Pertanto, l'autorizzazione dell'amministrazione preposta alla tutela del vincolo è prevista dalla norma citata non solo con riferimento alla cosiddetta super DIA, di cui al comma 3 dell'art. 22, sostitutiva del permesso di costruire, ma anche per gli interventi minori previsti dai primi due commi dello stesso articolo, sempre che la normativa che disciplina il vincolo lo preveda.
Orbene, in materia di vincolo paesaggistico occorre fare riferimento all'art. 149 del D. Lgs. n. 42/2004, il cui primo comma lett. a) sottrae all'obbligo di autorizzazione gli interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria, di consolidamento statico e di restauro conservativo che non alterino lo stato dei luoghi e l'aspetto esteriore degli edifici.
Tornando all'esame del testo unico sull'edilizia va, quindi, osservato che solo gli interventi di manutenzione ordinaria non sono sottoposti ad alcun titolo abilitativo, ai sensi dell'art. 6, comma primo lett. a), mentre ogni altro intervento, per il quale non sia necessario il permesso di costruire (art. 10), deve essere preceduto dalla presentazione della DIA (art. 22, comma primo).
Necessitano, pertanto, della presentazione di una DIA gli interventi di manutenzione straordinaria (art. 3, primo comma lett. b), gli interventi di restauro e di risanamento conservativo (art. 3, primo comma lett. c), gli interventi di ristrutturazione edilizia (art. 3, primo comma lett. c), che non rientrino tra quelli previsti dall'art. 10, comma primo lett. c).
Orbene, ai sensi del citato art. 149, primo comma lett. a), del D. Lgs. n. 42/04 mentre la presentazione della DIA per la esecuzione di interventi di manutenzione straordinaria o di restauro e risanamento conservativo, che non alterino lo stato dei luoghi o l'aspetto esteriore degli edifici, non deve essere preceduta dall'autorizzazione dell'amministrazione preposta alla tutela del vincolo, necessitano, in ogni caso, di detta autorizzazione gli interventi di ristrutturazione edilizia, sia se soggetti alla DIA di cui ai primi due commi dell'art. 22, secondo il combinato disposto di cui all'art. 3, primo comma lett. d), ed art. 10, primo comma lett. c), sia se soggetti alla cosiddetta super DIA di cui all'art. 22, terzo comma, sostitutiva del permesso di costruire, nei casi previsti dal citato art. 10, comma primo lett. c).
Per maggiore chiarezza è opportuno osservare sul punto, in base al combinato disposto dei citati art. 3, primo comma lett. d), ultima parte, e 10, primo comma lett. c), del DPR n. 380/2001, che nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono compresi anche quelli di demolizione e ricostruzione degli edifici con la stessa volumetria e sagoma di quelli precedenti; che tali interventi di ristrutturazione possono essere eseguiti mediante la DIA, di cui ai primi due commi dell'art. 22, se non portano ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente, né modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici dell'edificio,ovvero modificazione della destinazione d'uso nelle zone omogenee A. Nel caso, invece, l'intervento di ristrutturazione determini tali modificazioni lo stesso deve essere assentito mediante il permesso di costruire ovvero la presentazione della DIA di cui all'art. 22, terzo comma.
Per quanto in precedenza osservato, in ogni caso, però, gli interventi di ristrutturazione edilizia sono subordinati all'autorizzazione dell'amministrazione competente per la tutela del vincolo paesaggistico.
Correttamente, pertanto, è stato ritenuto nell'ordinanza impugnata sussistente anche il fumus del reato di cui all'art. 181 del D. Lgs n. 42/2004.
Il ricorso, pertanto, deve essere rigettato.
Ai sensi dell'art. 616 c.p.p. segue a carico del ricorrente l'onere del pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 


 

In materia di reati urbanistici, può configurarsi, anche in presenza di un titolo edilizio illegittimo il reato di esecuzione di lavori edilizi in assenza di permesso di costruire

Data documento 30 settembre 2010
Estremi Cassazione penale, Sez. III - Sentenza 30/09/2010 n. 35391

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
Sez. III Penale

Composta dagli lll.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. ENRICO ALTIERI - Presidente
Dott. MARIO GENTILE - Consigliere
Dott. ALDO FIALE - Rel. Consigliere
Dott. GUICLA IMMACOLATA MULLIRI - Consigliere
Dott. GIULIO SARNO - Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
1) DI DOMENICO ALFONSO N. IL xx/xx/xxxx
2) LUCIANI DESOLINA N. IL xx/ad/xxxx
3) PEPE ANGELO N. IL xx/xx/xxxx
4) DI DOMENICO LUIGI N. IL xx/xx/xxxxx
- avverso l'ordinanza n. 26/2009 TRIB. LIBERTA' di TERAMO, del 02/07/2009
- sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. ALDO FIALE;
- sentite le conclusioni del PG Dott. Gabriele Mazzotta il quale ha chiesto il rigetto del ricorso.
- Udito il difensore Avv.to Gabriele Rapali, il quale ha chiesto l'accoglimento del ricorso.

FATTO E DIRITTO
Il Tribunale di Teramo, con ordinanza del 2.7.2009, rigettava l'istanza di riesame proposta nell'interesse di Di Domenico Alfonso, Luciani Desolina, Pepe Angelo e Di Domestico Luigi avverso il provvedimento 10.6.2009 con cui il G.I.P. di quel Tribunale - in relazione agli ipotizzati reati di cui agli artt.: 44, lett. b); 94 e 95 del T.U. n. 380/2001 - aveva disposto il sequestro preventivo di un fabbricato in corso di edificazione in Alba Adriatica, per il quale era stata ritenuta l'insussistenza di titoli abilitativi legittimi e comunque la realizzazione in totale difformità dagli ottenuti permessi di costruire.
Avverso tale ordinanza ha proposto ricorso il difensore degli indagati, il quale ha eccepito:
- la carenza del potere del giudice penale di censurare la legittimità del permesso di costruire, surrogandosi in tal modo all'organo amministrativo competente ed al giudice amministrativo;
- la carenza dei presupposti di legge legittimanti l'imposizione della misura di cautela reale, in quanto sarebbero state eseguite opere di "ristrutturazione" ritualmente autorizzate con il permesso di costruire n. 427 del 6.2.2007 e con l'approvata variante in corso d'opera n. 221 del 12.3.2008. Detta ristrutturazione sarebbe conforme alle previsioni dell'art. 22 delle norme tecniche di attuazione del vigente P.R.G. del Comune di Alba Adriatica e non contrastante con le prescrizioni poste dall'art. 9 del D.M. n. 1444/1968 in tema di distanze tra fabbricati.
Il ricorso deve essere rigettato, poiché infondato.
1. In punto di fatto deve premettersi che:
- con il permesso di costruire n. 427 del 6.2.2007 è stato autorizzato un intervento di "completamento e parziale demolizione" di un edificio residenziale, che prevedeva anche taluni ampliamenti dello stesso. Quale conseguenza dei previsti ampliamenti derivavano variazioni delle distanze dai confini e da un fabbricato antistante;
- con la variante in corso d'opera n. 221 del 12.3.2008 é stata autorizzata la ricostruzione dell'edificio previa demolizione integrale. Tale ricostruzione, però, è stata realizzata variando la sagoma, la volumetria ed il numero dei piani.
Le nuove distanze, inoltre, sono di mt. 1,50 dal confine e di mt. 3 dal fabbricato adiacente, mentre le distanze precedenti erano di mt. 3 dal confine e di mt. 4,50 dal fabbricato.
Ciò, nella prospettiva accusatoria, integrerebbe violazione dell'art. 9 del D.M. n. 1444/1968, che fissa in 10 mt. la distanza minima tra pareti finestrate di edifici antistanti, nonché dell'art. 22 delle NTA del vigente PRG, che prescrive una distanza di 5 mt. dai confini;
- i predetti titoli abilitativi edilizi sarebbero stati rilasciati in base ad elaborati progettuali "artificiosamente redatti";
- assume la difesa che l'intervento realizzato sarebbe consentito dall'art. 22 delle NTA del vigente PRG del Comune di Alba Adriatica, che, nell'area in oggetto (insistente in zona di recupero urbano e qualificata "area non periferica di adeguamento e ristrutturazione della struttura urbana: SUAR di tipo "A"), ammette interventi di conservazione dello stato di fatto, risanamento igienico-sanitario, ristrutturazione edilizia, sopraelevazione, ampliamento, sostituzione edilizia, considerando altresì ammissibile il cumulo degli interventi anzidetti nei limiti dei parametri e degli indici specificamente prescritti per ciascuna tipologia.
2. Tanto premesso - in relazione al primo motivo di gravame - va ribadito il principio secondo il quale il giudice penale, nel valutare la sussistenza o meno della liceità di un intervento edilizio, deve verificarne la conformità a tutti i parametri di legalità fissati dalla legge, dai regolamenti edilizi, dagli strumenti urbanistici e dal titolo abilitativo edificatorio (vedi Cass., Sez. Un., 28.11.2001, Salvini). Deve escludersi infatti che - qualora sussista difformità dell'opera edilizia rispetto a previsioni normative statali o regionali ovvero a prescrizioni degli strumenti urbanistici - il giudice debba comunque concludere per la mancanza di illiceità penale qualora sia stata rilasciata concessione edilizia o permesso di costruire, in quanto detti provvedimenti non sono idonei a definire esaurientemente lo statuto urbanistico ed edilizio dell'opera realizzanda.
Nel caso di accertata difformità da disposizioni legislative o regolamentari, ovvero dalle prescrizioni degli strumenti urbanistici, non si configura una non consentita "disapplicazione" riconducibile all'art. 5 della legge 20 marzo 1865, n. 2248, allegato E), da parte del giudice penale, dell'atto amministrativo concessorio (vedi Cass., Sez. Un., 12.11.1993, Borgia), in quanto lo stesso giudice, qualora come presupposto o elemento costitutivo di una fattispecie di reato sia previsto un atto amministrativo ovvero l'autorizzazione del comportamento del privato da parte di un organo pubblico, non deve limitarsi a verificare l'esistenza ontologica dell'atto o provvedimento amministrativo, ma deve verificare l'integrazione o meno della fattispecie penale, "in vista dell'interesse sostanziale che tale fattispecie assume a tutela, nella quale gli elementi di natura extrapenale convergono organicamente, assumendo un significato descrittivo" (vedi Cass.: Sez. Un., 28.11.2001, Salvini; nonché Sez. VI, 18.3.1998, n. 3396, Calisse ed altro).
Il giudice penale, quindi, anche nell'accertamento dei profili di illegittimità sostanziale di un titolo abilitativo edilizio, procede ad una identificazione in concreto della fattispecie sanzionata e non incide, con indebita ingerenza, sulla sfera riservata alla Pubblica Amministrazione, poiché esercita un potere che trova fondamento e giustificazione nella stessa previsione normativa incriminatrice.
Punto fermo è, dunque, che il reato di esecuzione di lavori edilizi in assenza di permesso di costruire può ravvisarsi anche in presenza di un titolo edilizio illegittimo (si vedano le ampie argomentazioni svolte in proposito da questa Sezione con la sentenza 21.3.2006, ric. Di Mauro ed altro, che il Collegio integralmente condivide).
La non-conformità dell'atto amministrativo alla normativa che ne regola l'emanazione, alle disposizioni legislative statali e regionali in materia urbanistico-edilizia ed alle previsioni degli strumenti urbanistici può essere rilevata non soltanto se l'atto medesimo sia illecito, cioè frutto di attività criminosa, ed a prescindere da eventuali collusioni dolose del soggetto privato interessato con organi dell'amministrazione. Il sindacato del giudice penale, al contrario, è possibile tanto nelle ipotesi in cui l'emanazione dell'atto sia espressamente vietata in mancanza delle condizioni previste dalla legge quanto in quelle di mancato rispetto delle norme che regolano l'esercizio del potere.
3. Nella fattispecie in esame, comunque, l'elemento risolutivo va rinvenuto nel fatto che il Tribunale di Teramo - valutando specificamente le prospettazioni difensive - non ha evidenziato soltanto la sussistenza di un sostanzioso "fumus" di illegittimità dei permessi di costruire, rilasciati anche in base ad elaborati progettuali "artificiosamente redatti", ma ha puntualmente dato altresì conto della intervenuta realizzazione di opere completamente difformi da quelle autorizzate è ciò, allo stato, assume aspetto determinante per il rigetto del ricorso.
Su quest'ultimo punto non si rinvengono contestazioni ed in sede di procedimento incidentale è inutile discettare sulla eventuale possibilità di assentire opere edilizie che comunque non sono state in concreto autorizzate.
L'ulteriore approfondimento e la compiuta verifica spettano ai giudici del merito ma, allo stato, a fronte dei prospettati elementi di segno positivo, della cui sufficienza in sede cautelare non può dubitarsi, le contrarie affermazioni dei ricorrenti non valgono certo ad escludere la configurabilità del "fumus" dei reati ipotizzati.
4. Al rigetto del ricorso segue la condanna al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.
la Corte Suprema di Cassazione,
visti gli arti. 127 e 325 c.p.p.,
rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in ROMA, nella camera di consiglio del 14.7.2010

DEPOSITATA IN CANCELLERIA 30 sett. 2010
 


Volumi tecnici - Definizione CONSIGLIO DI STATO, SEZ. IV - sentenza 4 maggio 2010 n. 2565

Edilizia ed urbanistica - Volumi tecnici - Volume del vano scale - Non rientra nella nozione.

CONSIGLIO DI STATO, SEZ. IV - sentenza 4 maggio 2010 n. 2565
N. 02565/2010 REG.DEC.
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)
ha pronunciato la presente
DECISIONE
Sul ricorso numero di registro generale 7109 del 2003, proposto da:
Pezzotti Michele, rappresentato e difeso dagli avvocati Ignazio Bonomi, Alessio Petretti e Franco Vittoni, con domicilio eletto presso Alessio Petretti in Roma, via degli Scipioni n. 268;
contro
Legrenzi Alberto, rappresentato e difeso dall'avvocato Filippo Lubrano, con domicilio eletto presso Filippo Lubrano in Roma, via Flaminia n. 79/A;
nei confronti di
Comune di Sovere, non costituito;
Sul ricorso numero di registro generale 7674 del 2003, proposto da:
Comune di Sovere, rappresentato e difeso dall'avv. Mario Viviani, con domicilio eletto presso Gian Marco Grez in Roma, corso Vittorio Emanuele II, n.18;
contro
Legrenzi Alberto, rappresentato e difeso dall'avv. Filippo Lubrano, con domicilio eletto presso Filippo Lubrano in Roma, via Flaminia n. 79/A;
nei confronti di
Pezzotti Michele, non costituito;
entrambi per la riforma della sentenza del T.A.R. Lombardia - Brescia n. 00906/2002, resa tra le parti;
Visti i ricorsi in appello con i relativi allegati;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 16 marzo 2010 il Cons. Antonino Anastasi e uditi per le parti gli avvocati Petretti e Lubrano;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
FATTO
Con la sentenza di primo grado il T.A.R. Lombardia, Sezione staccata di Brescia, ha accolto il ricorso proposto dal sig. Legrenzi avverso le concessioni edilizie rilasciate dal comune di Sovere in favore del signor Pezzotti ed ha annullato gli atti impugnati.
A sostegno del decisum il Tribunale ha osservato che la seconda concessione edilizia ha consentito al destinatario di demolire un immobile di proprietà per ricostruirlo con un ampliamento di superficie utile eccedente quello consentito dalle pertinenti n.t.a..
La sentenza è stata impugnata col ricorso n. R.G. 7103 del 2003 dal titolare del permesso, il quale ne ha chiesto l’integrale riforma, tornando peraltro ad eccepire il difetto di interesse in capo all’originario ricorrente.
La sentenza è stata altresì impugnata col ricorso n. R.G7674 del 2003 dall’Amministrazione comunale la quale ne ha chiesto anch’essa l’integrale riforma.
Si è costituito in entrambi i giudizi il signor Legrenzi, instando per il rigetto degli appelli e riproponendo le questioni dedotte in prime cure ma non espressamente esaminate dal Tribunale.
All’Udienza del 16 marzo 2010 i ricorsi sono stati trattenuti in decisione.
DIRITTO
Gli appelli, che vanno riuniti ai sensi dell’art. 335 c.p.c. in quanto proposti avverso la stessa sentenza, non sono fondati e devono pertanto essere respinti.
Destituita di fondamento è l’eccezione mediante la quale l’appellante sig, Pezzotti torna a dedurre che il vicino non aveva interesse ad impugnare il titolo edilizio a lui rilasciato.
La ristrutturazione del precedente fabbricato e il suo ampliamento, con conseguente maggior carico abitativo, rendono infatti evidente l’interesse a ricorrere del proprietario dell’edificio confinante, il quale vanta ovviamente quale titolo di legittimazione uno stabile collegamento ("vicinitas") con l’area su cui il provvedimento impugnato interviene.
Ciò premesso, e passando all’esame del merito, è infondato il motivo mediante il quale il comune deduce che la superficie del nuovo vano scala non doveva essere computata, trattandosi di volume tecnico.
Come è noto, per costante giurisprudenza la nozione di volume tecnico, non computabile nel calcolo della volumetria massima consentita, può essere applicata solo con riferimento ad opere edilizie completamente prive di una propria autonomia funzionale, anche potenziale, in quanto destinate a contenere impianti serventi di una costruzione principale, per esigenze tecnico-funzionali della costruzione stessa.
Si tratta in particolare
di impianti necessari per l'utilizzo dell'abitazione che non possono essere ubicati all'interno di questa, connessi alla condotta idrica, termica, ascensore ecc., mentre va escluso che possa parlarsi di volumi tecnici al di fuori di tale ambito, al fine di negare rilevanza giuridica ai volumi comunque esistenti nella realtà fisica.
Resta dunque estraneo a tale nozione il volume del vano scale ( cfr. V Sez. n. 120 del 2.3.1994). 
Tanto chiarito in generale deve poi rilevarsi nello specifico che la normativa tecnica allegata al piano regolatore impone chiaramente di computare nella superficie lorda di pavimento tutte le superfici contenute nei muri perimetrali della costruzione e quindi anche i vani scala chiusi.
Come ben evidenziato dalla sentenza impugnata le N.T.A. prevalgono sulle previsioni del vecchio regolamento edilizio in tema di calcolo dei volumi, che l’appellante invoca: e deve perciò escludersi che il limite di ampliamento della superficie lorda consentito dal piano possa essere eluso facendo riferimento a norme pregresse ( oltre tutto di controversa interpretazione) che riguardano il differente aspetto dei volumi.
Infine che la realizzazione della nuova scala abbia comportato un aumento di superficie del tutto ragguardevole è comprovato empiricamente dal fatto che il vecchio vano scala – almeno nella parte che collega il piano rialzato al primo piano - è stato trasformato in stanza di abitazione, con evidente recupero di s.l.p..
Infondato è il motivo mediante il quale l’appellante Pezzotti evidenzia l’errore di giudizio in cui sarebbe incorso il Tribunale non avvedendosi del fatto che la costruzione originaria preesisteva rispetto all’entrata in vigore del P.R.G. comunale.
Nel caso all’esame, infatti, le concessioni edilizie impugnate sono state rilasciate quando il nuovo Piano del comune di Sovere era da tempo in vigore e dunque – pur avendo ad oggetto la ricostruzione di un edificio di origini risalenti – non potevano non essere soggette alla nuova disciplina.
Infondato, alla luce delle considerazioni sopra svolte con riferimento alle analoghe questioni sollevate dal comune, è il motivo mediante il quale anche l’appellante Pezzotti deduce che il nuovo manufatto rispetta i limiti volumetrici precedenti.
Sul punto è sufficiente ribadire che il P.R.G. pone comunque un limite invalicabile all’incremento di superficie lorda, con la conseguenza che la violazione di questo limite ridonda comunque in illegittimità del provvedimento concessorio anche se i concorrenti limiti sull’aumento volumetrico siano stati in ipotesi rispettati.
Infine infondato, se non inammissibile per la sua genericità, è il motivo mediante il quale la parte privata appellante critica la sentenza impugnata per la mancata esplicitazione dei criteri di calcolo delle superfici ivi utilizzati.
Al riguardo è infatti sufficiente osservare da un lato che l’appellante nemmeno ipotizza la possibilità di seguire in concreto un metodo di calcolo delle superfici diverso da quello utilizzato dal primo Giudice; dall’altro che, con tutta evidenza, i dati rilevanti valorizzati dalla sentenza impugnata sono proprio quelli forniti dal comune all’esito della precedente sentenza istruttoria.
Sulla scorta delle considerazioni sin qui svolte gli appelli vanno quindi in conclusione respinti.
Le spese di questo grado del giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate in via forfettaria in dispositivo.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale - Sez. IV, definitivamente pronunciando, respinge gli appelli in epigrafe.
Condanna gli appellanti al pagamento di Euro 3.500,00 ( tremilacinquecento//00) oltre I.V.A e accessori di legge ciascuno in favore dell’appellato.
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 16 marzo 2010 con l'intervento dei Signori:
Armando Pozzi, Presidente FF
Antonino Anastasi, Consigliere, Estensore
Salvatore Cacace, Consigliere
Sandro Aureli, Consigliere
Guido Romano, Consigliere
DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 04/05/2010


 

Ai fini della configurabilità dell'abuso di lottizzazione abusiva non è necessario che la realizzazione di opere materiali siano eseguite in assenza di concessione edilizia o in difformità da quest'ultima

Data documento:14 settembre 2010
Estremi Consiglio di Stato Sez. IV - Sentenza 15/09/2010 n. 6870

DECISIONE
Sul ricorso numero di registro generale 2199 del 2009, proposto dalla s.r.l. Gestim Srl, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall'avv. Angelo Clarizia, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via Principessa Clotilde, 2;
contro
Il Comune di Castelnuovo di Porto, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dall'avv. Mauro Fiore, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via G. Chiovenda, 106;
per la riforma
della sentenza del T.A.R. LAZIO - ROMA: SEZIONE I QUA n. 10541/2008, resa tra le parti, concernente SOSPENSIONE LOTTIZZAZIONE ABUSIVA CON ACQUISIZIONE AREE AL PATRIMONIO COMUNALE.
Visto il ricorso in appello con i relativi allegati;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 4 maggio 2010 il Consigliere Raffaele Potenza e uditi per le parti gli avvocati Clarizia e Fiore;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO
Con ricorso al TAR LAZIO la società Gestim, proprietaria di un lotto di terreno situato in Comune di Castelnuovo di Porto e titolare di permesso di costruire (n. 33/02) per la realizzazione di due case rurali con relativi annessi agricoli), chiedeva l’annullamento dell’ordinanza n. 28 del 2 agosto 2007, che disponeva “la sospensione della “lottizzazione abusiva”, con avviso che “trascorsi novanta giorni senza che il presente provvedimento venga revocato, le aree abusivamente lottizzate verranno acquisite di diritto al patrimonio disponibile del Comune, che provvederà d’ufficio, e con spese a carico dei responsabili, alla demolizione delle opere”.
In particolare, la società ricorrente riferiva:
- di essere proprietaria, per atto di compravendita a rogito notarile del 30 maggio 2006, rep. n. 26881 e racc. n. 9846, del lotto di terreno in loc. Monte Barbetta, via Vallelunga s.n.c., della superficie di circa 27.000 mq.;
- che su tale terreno erano già in costruzione due case rurali con relativi accessori agricoli, in virtù del permesso di costruire n. 33 del 18 luglio 2002, prot. n. 8414;
- che tale permesso di costruire era stato volturato dapprima alla società Progedim e poi alla medesima esponente, con atto del 22 giugno 2006, prot. n. 8110;
- che, nel corso dei lavori, il Comune di le comunicava l’avvio di un procedimento finalizzato all’emanazione dei provvedimenti sanzionatori previsti dagli artt. 30 e 31 del D.P.R. n. 380/01, in quanto da un sopralluogo effettuato in data 18 maggio 2005, motivato dall’emersione di sostanziali difformità rispetto al suddetto permesso nonché rispetto alle N.T.A. del P.R.G., tali da comportare una “trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio, finalizzata alla lottizzazione abusiva”;
- che, nonostante l’ordinanza di annullamento del decreto di sequestro, adottata dal Tribunale di Roma in data 11 giugno 2007 per carenza “allo stato” del fumus del fatto di reato, in data 19 giugno 2006 e, dunque, prima del decorso del termine di trenta giorni concesso per presentare memorie e/o documenti il Comune di Castelnuovo di Porto intimava la sospensione dei lavori con ordinanza n. 23/2007;
- che in data 14 agosto 2007 riceveva la notifica del provvedimento impugnato.
Avverso il suddetto provvedimento la società Gestim deduceva i seguenti motivi di impugnativa:
I - Violazione e falsa applicazione degli artt. 30 e 44 lett. c) D.P.R. n. 380/2001. Violazione dell’art. 28 L. n. 1150/1942 e dei principi generali in materia di pianificazione attuativa. Eccesso di potere per errore e falsità dei presupposti. Illogicità manifesta. L’Amministrazione contesta la difformità dal permesso di costruire n. 33/2003, consistenti nell’asserito cambio di destinazione d’uso, mediante opere edilizie, degli accessori agricoli nonché dei locali al piano interrato ed al piano sottotetto delle case rurali che avrebbero “di fatto comportato una trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio, finalizzata alla lottizzazione abusiva, in violazione delle prescrizioni degli strumenti urbanistici vigenti sul lotto di terreno destinato a zona agricola, in zona quindi non urbanizzata”. Tale contestazione sarebbe infondata, atteso che gli interventi in asserita difformità riscontrati dall’Amministrazione sarebbero costituiti da mere opere interne, inidonee ad incidere sul terreno vergine. La lottizzazione abusiva deve, infatti, riguardare esclusivamente i terreni e non già gli edifici. Come riconosciuto anche dalla Corte di Cassazione penale, frazionamenti e/o mutamenti di destinazioni d’uso che intervengano su edifici già esistenti non possono integrare il reato di lottizzazione abusiva, ma eventualmente abusi sanzionabili ai sensi della lett. b) dell’art. 44 D.P.R. n. 380/01 (come, tra l’altro, riconosciuto dal Tribunale di Tivoli nel decreto di convalida del sequestro, risalente al 19-21.5.2007). Ne consegue che, con l’adozione del provvedimento impugnato, l’Amministrazione avrebbe stravolto il concetto di lottizzazione abusiva, “in quanto riferita, non ai terreni, bensì ai fabbricati”, in contrasto con l’art. 30 del D.P.R. n. 380/01;
II - Violazione e falsa applicazione degli artt. 31 e 44 lett. b) D.P.R. n. 380/01 in relazione agli artt. 22 e 37 D.P.R. n. 380/01. Eccesso di potere per errore e falsità dei presupposti. Illogicità e contraddittorietà manifeste. Gli interventi contestati non potrebbero essere neanche sanzionati come abusi edilizi, ai sensi degli artt. 31 e 44 lett. b) D.P.R. n. 380/01, essendo possibile presentare varianti in corso d’opera sino all’ultimazione dei lavori, così come previsto dall’art. 22, comma 2, del medesimo decreto. Considerato l’attuale stato dei lavori, sarebbe prematuro procedere all’applicazione di misure sanzionatorie per un asserito cambio d’uso attribuito ad alcune modifiche interne che potrebbero al più costituire mere varianti in corso d’opera, da presentare prima della dichiarazione di ultimazione dei lavori;
III - In subordine, violazione e falsa applicazione, sotto altro profilo, degli artt. 31 e 44 lett. b) D.P.R. n. 380/2001 in relazione agli artt. 22 e 37 D.P.R. n. 380/2001. Violazione e falsa applicazione delle N.T.A. del P.R.G. vigente del Comune relative alla zona E agricola e della L.R. Lazio n. 38/1999, come modificata dalla L.R. Lazio n. 8/2003. Eccesso di potere per errore e falsità dei presupposti. Carenza di istruttoria. Travisamento. Illogicità e contraddittorietà manifeste.
Nella denegata ipotesi in cui si ritenesse che l’Amministrazione poteva intervenire a sanzionare gli asseriti abusi edilizi, il provvedimento impugnato risulterebbe comunque illegittimo perché non sarebbe stato effettuato alcun mutamento di destinazione d’uso né sarebbero state realizzate opere in totale difformità del permesso di costruire;
IV - In ulteriore subordine, violazione e falsa applicazione degli artt. 31 e 44 lett. b) D.P.R. n. 380/01 in relazione all’art. 34 D.P.R. n. 380/01. Eccesso di potere per errore e falsità dei presupposti. Illogicità ed ingiustizia manifeste. Difetto di pubblico interesse. Qualora permanessero dubbi sulla destinazione di alcuni locali dei fabbricati, ritenendosi alcuni specifici impianti non ammessi e congrui rispetto alla destinazione autorizzata, si tratterebbe comunque di opere realizzate in parziale difformità dal permesso di costruire, sanzionabili ex art. 34 del D.P.R. n. 380/01 e non ai sensi del precedente art. 31.
Espletatasi la consulenza tecnica disposta, e liquidato il compenso del CTU, il TAR ha respinto il ricorso, con la sentenza epigrafata.
La società Gedim ha appellato la sentenza del TAR, chiedendone la riforma.
L’appellata amministrazione ha resistito all’appello, controdeducendo con propria memoria.
Parte appellante ha riepilogato in memoria le proprie tesi ed alla pubblica udienza del 4 maggio 2010 l’appello è stato trattenuto in decisione.

DIRITTO
1.- La fattispecie controversa sottoposta alla Sezione verte sulla legittimità di un ordinanza, resa ai sensi dell’art.30 del dpr n, 380/2001, recante sospensione di opere edilizie in corso ritenute integrare una lottizzazione abusiva, seguita “ex lege” (in caso di mancata revoca entro 90 giorni) dall’acquisizione gratuita al patrimonio comunale delle aree interessate, con demolizione delle opere.
Nelle premesse del provvedimento, il Comune di Castelnuovo di Porto ha rilevato che l’intervento edilizio in questione si è sviluppato sulla base di due concessioni edilizie a suo tempo rilasciate per la realizzazione di due case rurali e che tuttavia l’attività edilizia si è successivamente dispiegata con difformità (anch’esse menzionate nel provvedimento), rispetto a quanto assentito, tali da comportare un trasformazione edilizia ed urbanistica del territorio, finalizzata alla lottizzazione abusiva, in quanto in violazione di prescrizioni di strumenti urbanistici insistenti su lotto di terreno a destinazione agricola.
2.- Avverso la sentenza impugnata, che ha ritenuto il provvedimento esente dai vizi in fatto riepilogati, la società appellante ha dedotto tre ordini di censure.
2.1- Il primo gruppo sostiene l’erroneità dell’interpretazione data dal TAR dell’art. 30 del DPR citato, con conseguente inconfigurabilità, nella fattispecie, dell’ipotesi lottizzatoria, che sarebbe fondata inoltre su un apodittico riconoscimento del mutamento di destinazione complessivamente emergente dalle opere poste in essere.
Con particolare riferimento a quest’ultima problematica, l’appellante censura la motivazione adottata dal TAR nel respingere la tesi, esposta nel primo motivo di ricorso, per la quale dall’art. 30 del D.P.R. n. 380/01 “si evince…… chiaramente che, per aversi lottizzazione abusiva, deve trattarsi di opere o atti negoziali comunque incidenti su terreni e non già su fabbricati”; questo orientamento sarebbe confortato da alcune sentenze della Corte di Cassazione penale, per le quali il reato di lottizzazione abusiva è riconnesso esclusivamente a modifiche di terreni e non di fabbricati.
Si contesta quindi la conclusione del TAR secondo la quale il mutamento di destinazione d’uso, che può astrattamente concorrere in talune ipotesi a determinare una trasformazione urbanistica ed edilizia dei terreni, costituisca automatica identificazione tra mutamento di destinazione d’uso e lottizzazione abusiva.
2.2. Il motivo non può essere accolto, basandosi peraltro su un erronea lettura sul punto della pronunzia gravata.
Ed invero, anzitutto, il giudice di primo grado non ha affermato alcun automatismo o identificazione concettuale tra mutamento di destinazione d’uso e prova della lottizzazione abusiva, ma muovendo dal contenuto dell’art. 30 ha in sostanza affermato che l’entità complessiva delle opere poste in essere, anche in difformità di eventuali titoli edilizi, può costituire e nella fattispecie costituisce, elemento decisivo per individuare una destinazione d’uso incompatibile con le destinazioni di zona indicate dalla normativa urbanistica locale.
Questi infatti i condivisibili punti fermi evidenziati dal TAR:
- l’art. 30 del D.P.R. in argomento dispone che “si ha lottizzazione abusiva di terreni a scopo edificatorio quando vengono iniziate opere che comportino trasformazione urbanistica od edilizia dei terreni stessi in violazione delle prescrizioni degli strumenti urbanistici vigenti o adottati, o comunque stabilite dalle leggi statali o regionali o senza la prescritta autorizzazione”;
- al fine di valutare un’ipotesi di lottizzazione abusiva c.d. “materiale”, è necessaria una visione d’insieme dei lavori, ossia una verifica nel suo complesso dell’attività edilizia realizzata, atteso che potrebbero anche ricorrere modifiche rispetto all’attività assentita idonee a conferire un diverso assetto al territorio comunale oggetto di trasformazione ;
- tale risultato può realizzarsi anche tramite un’attività edilizia realizzata nel suo complesso e che conduca ad un illegittimo mutamento elusivamente della destinazione all’uso del territorio autoritativamente impressa dalla normativa.
Tale interpretazione, che dà rilievo alla discrepanza tra destinazione di zona e caratteristiche d’uso delle opere, è condivisa anche dalla giurisprudenza penale (parimenti ricordata dal TAR), per la quale “lo stravolgimento del permesso di costruire mediante la realizzazione di edifici che per le loro caratteristiche non siano più riferibili a quelli approvati costituisce fatto idoneo ad integrare la fattispecie della lottizzazione senza la prescritta autorizzazione “(Cass. pen., s. III, n.24096/2008); in relazione a questo orientamento appare quindi corretta la conclusione cui è pervenuto il primo giudice per cui il mutamento della destinazione d’uso di immobili oggetto di titolo edilizio, in contrasto con gli strumenti urbanistici, può dar luogo ad una ipotesi di lottizzazione abusiva, in presenza dei relativi presupposti.
Né la tesi viene ad annullare, come si sostiene, ogni distinzione tra la fattispecie lottizzatoria e l’attività edilizia realizzata in difformità del titolo, poiché la prima (concetto chiarito anche dalla giurisprudenza penale) resta indipendente dalla necessità o meno della concessione edilizia, sicché quando - l’attività edilizia contrastante con la destinazione (oggi disciplinata dalla legislazione regionale ex art.8 l. n.47/1985) risulti anche avulsa da un quadro concessorio - si registra una seconda e distinta illegittimità amministrativa, la quale si affianca a quella rappresentata dalla lottizzazione materiale abusiva (sul punto v. Cons. di Stato, sez. V, n.301/1996).
La tesi dell’appellante, per cui l’art. 30 sanzionerebbe solo la ‘trasformazione’ dei terreni e non le singole opere, urta dunque con il dato letterale della norma (che nella definizione individua anzitutto l’inizio delle opere).
2.3- Il secondo ordine di censure considera erroneo il presupposto, assunto dal TAR, per cui il semplice mutamento di destinazione d’uso in contrasto con lo strumento urbanistico integrerebbe “ex se” l’ipotesi lottizzatoria; in tale erronea ottica sarebbe quindi stata esaminata la relazione depositata dal CTU in primo grado e dalla quale risultano interventi realizzati (sulle due case rurali) finalizzati all’adattamento abitativo residenziale , in taluni casi con aumento di cubatura, a abitazione residenziale. L’appellante ribadisce poi la tesi già esaminata della insussistenza di una lottizzazione abusiva, sottolineando che gli interventi sono stati assentiti dal Comune con la concessione n. 33/2003 e che per la loro natura non possono costituire un elemento recante trasformazione urbanistica del territorio.
2.4. Osserva al riguardo il Collegio che la giurisprudenza della Sezione ha da tempo affermato, proprio in ragione della già richiamata “ratio” dell’art. 18 della legge n.47/1985 (oggi 30 del dpr n.380/2001), che “non è, invece, necessario ai fini della configurabilità dell'abuso previsto dalla norma suindicata che, nell'ipotesi in cui quest'ultimo consista nella realizzazione di opere materiali, tali opere siano state eseguite in assenza di concessione edilizia o in difformità da quest'ultima. Infatti, il settimo comma dell'art. 18, che impone al sindaco di ordinare immediatamente la sospensione dei lavori in presenza di una lottizzazione «senza la prescritta autorizzazione», si riferisce solo alla mancanza dell'autorizzazione specifica alla lottizzazione, prevista dall'art. 28 della legge urbanistica 17 agosto 1942 n. 1150; di conseguenza, ove tale autorizzazione non sia stata rilasciata, la lottizzazione abusiva sussiste e deve essere sanzionata anche se per le singole opere facenti parte di tale lottizzazione sia stata rilasciata una concessione edilizia “(Cons. di Stato, sez. V, n. 301/1996).
Inoltre, la trasformazione del territorio, nella logica della norma, viene realizzata anche mediante opere che per le loro caratteristiche complessive conseguono il risultato di insediare del territorio una struttura ad uso residenziale, assolutamente non conforme o compatibile con detta destinazione, anzichè una struttura correlata alla destinazione delle aree (in questo caso agricola) conforme alle norme urbanistiche locali che la prevedono.
E questo costituisce certamente una deviazione dagli scopi stabiliti in sede pianificatoria, alla cui protezione tende, come incontestatamente riconosciuto, l’art. 30 citato.
2.5- Con un terzo àmbito di doglianze, l’appellante sostiene l’erroneità della conclusione cui è giunto il primo giudice nell’affermare che le difformità rilevate dal Comune risultano effettivamente esistenti in base alla relazione depositata dal CTU; al contrario l’assunto contrasterebbe invece apertamente con la stessa relazione, la quale escluderebbe del tutto sia il mutamento di destinazione d’uso, sia la realizzazione di opere in totale difformità dal permesso ed in contrasto con la disciplina della zona agricola.
In particolare, si legge a p. 21 dell’appello che il CTU avrebbe unicamente accertato una diversa distribuzione degli spazi interni. La censura prosegue poi evidenziando che il consulente tecnico di parte, nel giudizio di primo grado, ha confutato con propria perizia le singole contestazioni mosse dal Comune.
2.6. Ritiene il Collegio che anche tali censure vadano respinte.
Pur valutando la consulenza di parte, dal complessivo esame della documentazione acquisita risultano effettivamente sussistenti le circostanze riscontrate dal TAR e già poste a base del contestato provvedimento.
In relazione alle case rurali, il TAR ha anzitutto confermato che le difformità rilevate dall’Amministrazione essenzialmente consistono in:
- aumento della superficie utile per “mancata realizzazione delle intercapedini” e variazione in aumento dell’altezza ai piani interrati;
- cambio di destinazione d’uso degli stessi piani interrati, connessa alla realizzazione di tramezzature, finiture e predisposizione degli impianti tecnologici;
- predisposizione di impianti tecnologici ai piani sottotetto che “hanno di fatto reso gli impianti dal punto di vista funzionale ad uso residenziale”.
Per quanto riguarda gli annessi agricoli, risultano, invece, contestati:
- il cambio di destinazione d’uso per tutti i tre piani del manufatto, connessa alla realizzazione di tramezzature, finiture ed impianti tecnologici;
- l’aumento della superficie utile per “mancata realizzazione quasi totale delle intercapedini” e variazione in aumento dell’altezza ai piani interrati.
In ultimo, è stato precisato che, in virtù di tali difformità, la cubatura residenziale è risultata in eccedenza rispetto al progetto approvato di mc. 3.124,70 (mc. 3.959 (totale) - mc. 834,56 (cubatura residenziale assentita).
Il Tribunale ha poi reso conto della relazione del CTU ritenendo sulla stessa che:
“L’esame della relazione depositata consente di affermare che le difformità contestate sono effettivamente esistenti, ad eccezione degli impianti TV e telefonico. Le opere di cui trattasi consistono in modifiche idonee ad incidere sui prospetti e sulle superfici, nella predisposizione di allacci e scarichi che altra giustificazione non trovano se non quella della realizzazione di bagni e, ancora, nella realizzazione di impianti del gas, di riscaldamento e di antifurto, il tutto dichiaratamente finalizzato alla “trasformazione in residenza”.
Ciò posto, conclude sul punto il TAR come sia “evidente che sono stati compiuti interventi radicali di adattamento all’uso abitativo di strutture che a tanto non risultano assentite, mediante creazione di vani abitabili, dunque con effetto di realizzazione di nuove costruzioni e conseguenti cubature del tipo “civile abitazione” sicuramente incidenti sul piano urbanistico in quanto ne aumentano il carico”.
Tutto ciò considerato, ad avviso del Collegio, le conclusioni cui è pervenuto il giudice di prima istanza non presentano alcun punto di contrasto logico fattuale con gli accertamenti che emergono dalla relazione del CTU, né questi, a loro volta, recano elementi di contrasto con la sostanza delle contestazioni mosse dal provvedimento impugnato; l’iter argomentativo che si sviluppa tra accertamenti comunali-relazione del CTU e motivazione della sentenza TAR deve pertanto essere confermato.
2.7- Meritano infine conferma anche gli altri passaggi della motivazione della sentenza, contestati dall’appellante.
A differenza di quanto sostenuto dall’appello, la circostanza che i lavori non fossero ancora terminati non appare rilevante, atteso che gli interventi già compiuti ed accertati, come evidenziato dal TAR, risultavano inequivoci nel rivelare un adattamento all’uso abitativo.
Ciò trova correttamente conferma nella relazione del CTU, laddove si afferma che “la qualità delle finiture e la predisposizione completa di impianto elettrico, idrico e del gas, sinora realizzati in tutti e quattro i manufatti sono uguali a quelle necessarie per un utilizzo residenziale”.
La sentenza va condivisa pure ove sottolinea l’assenza di ogni prova dell’asservimento dei manufatti realizzati a finalità agricole, ossia dell’effettiva strumentalità degli immobili a questa attività, peraltro smentita dagli elementi obiettivi cui si è incentrata la motivazione del contestato provvedimento.
3- Conclusivamente l’appello deve essere respinto, meritando conferma la decisione impugnata.
Sussistono giuste ragioni per disporre la compensazione delle spese del presente grado di giudizio, attesa la sufficiente complessità delle questioni sollevate e trattate.

P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (sezione IV), definitivamente pronunziando in merito al ricorso in epigrafe, respinge l’appello n. 2199 del 2009.
Dichiara interamente compensate tra le parti le spese del grado.
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 4 maggio 2010 con l'intervento dei Signori:
Luigi Maruotti, Presidente FF
Antonino Anastasi, Consigliere
Bruno Mollica, Consigliere
Salvatore Cacace, Consigliere
Raffaele Potenza, Consigliere, Estensore
L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Il Segretario
DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 15/09/2010
(Art. 55, L. 27/4/1982, n. 186)
Il Dirigente della Sezione


mutamento destinazione d'uso: Non è necessario titolo edilizio
CONSIGLIO DI STATO, SEZ. V - sentenza 28 maggio 2010 n. 3420
Edilizia ed urbanistica - Destinazione d’uso - Mutamento - Senza opere edilizie - Autorizzazione edilizia - Non occorre.

DECISIONE
sul ricorso r.g.n. 3279/1999, proposto da:
Paterlini Letizia, rappresentata e difesa dagli avv.ti Ermes Coffrini e Massimo Colarizi, con domicilio eletto presso lo studio del secondo, in Roma, via Panama, 12; Carlini Marco e Carlini Ermelinda, n.c.;
contro
Comune di Reggio Emilia, rappresentato e difeso dall'avv. Santo Gnoni, con domicilio eletto presso lo studio del dr. Gian Marco Grez, in Roma, corso Vittorio Emanuele II, 18;
per la riforma
della sentenza del T.a.r. Emilia-Romagna, Parma, n. 00116/1999, resa tra le parti e concernente concessione edilizia e ripristino dello stato dei luoghi.
Visto il ricorso in appello con i relativi allegati;
visto l’atto di costituzione in giudizio del comune di Parma;
visti tutti gli atti e le memorie della causa;
relatore, nell'udienza pubblica del giorno 23 marzo 2010, il Consigliere di Stato Aldo SCOLA ed uditi, per le parti, gli avvocati Colarizi e Pafundi, quest'ultimo per delega di Gnoni;
ritenuto e considerato, in fatto e diritto, quanto segue.
FATTO
A) - I tre originari ricorrenti esponevano che, con concessione edilizia 4 giugno 1965, era stata loro assentita la realizzazione di un complesso immobiliare nel centro storico di Reggio Emilia, con negozi e locali seminterrati (già accatastati originariamente come commerciali), con variante poi destinati ad uso commerciale; il 25 maggio 1995 essi presentavano d.i.a. per il mutamento di destinazione d’uso senza opere di magazzini a locali commerciali, con successiva ordinanza comunale di ripristino del 27 ottobre 1995, prontamente impugnata per violazione degli artt. 8 e 25, legge n. 47/1985, e degli artt. 1, lett. a), 2 e 6, comma 3, legge reg. Emilia-Romagna n. 46/1988, e delle norme urbanistiche, falsi presupposti, illogicità, travisamento e vizio di motivazione, trattandosi di locali da sempre destinati ad uso commerciale o, al massimo, trasformati senza alcuna variante essenziale, dato che le n.t.a., p.r.g., equiparerebbero depositi e magazzini a locali commerciali, al massimo sanzionabili ex art. 10 (e non ex art. 7), legge n. 47/1985, ed art. 16, legge n. 6/1995.
Il comune intimato si costituiva in giudizio e resisteva al ricorso, la cui istanza cautelare veniva accolta, mentre i primi giudici affermavano che l’esistenza della disciplina dei casi di necessaria autorizzazione sindacale preventiva per i mutamenti di destinazione d’uso ne escluderebbe una generalizzata imprescindibilità, salva una previa regolamentazione in apposito strumento urbanistico, in atto contemplante come varianti essenziali il mutamento degli standard ai sensi dell’art. 46, legge n. 47/1985, l’aumento della cubatura progettuale di oltre mc. 300 e l’ampliamento della superficie utile di oltre mq. 100; che non era stata chiesta né ottenuta alcuna autorizzazione igienico-sanitaria per un mutamento di destinazione d’uso interessante un’area di oltre mq. 100 e, dunque, integrante una variante essenziale; pertanto, gli stessi respingevano il ricorso.
B) - Detta sentenza veniva poi impugnata dalla parte soccombente per le stesse censure già dedotte in prime cure e, inoltre, per violazione del d.l. n. 88/1995 (i cui effetti sarebbero stati fatti salvi dall’art. 2, punto 61, legge n. 662/1996), del p.r.g. di Reggio Emilia, art. III, 2, 01 (dato che, prima dell’entrata in vigore della legge n. 47/1985, i mutamenti di destinazione d’uso - U15 - senza opere non sarebbero stati disciplinabili urbanisticamente), per cui si sarebbe trattato di un cambio d’uso solo funzionale, di data ben anteriore all’entrata in vigore della legge n. 47/1985, relativo a superficie utile (non di vendita, ma a disposizione dei negozi) secondo la disciplina edilizia comunale, senza varianti essenziali e senza riflessi sugli standard, donde l’insussistente necessità di previo assenso comunale (cfr. C.S., sezione V, dec. n. 4102/2003 e dec. n. 2586/2003.)
Il comune appellato si costituiva in giudizio e resisteva al gravame, mentre gli appellanti ribadivano le proprie tesi difensive in apposita memoria, depositata in vista dell’esame della loro domanda cautelare (poi accolta in sede d’appello) ed in un’ultima memoria finale.
All’esito della pubblica udienza di discussione la vertenza passava in decisione, dopo il deposito di una memoria riepilogativa da parte del comune di Reggio Emilia.
DIRITTO
I) - L’appello è fondato e va accolto, trattandosi di mutamento d’uso soltanto funzionale, senza visibili opere edilizie, per cui non occorreva nella specie neppure l’autorizzazione a costruire, salva l’ipotesi di contrasti con i vigenti assetti urbanistici di zona, secondo cui risulta superficie utile di vendita quella destinata a tale impiego, comprensiva dell’area occupata da banchi, scaffali, vetrine e mostre, come pure quella di ogni altro locale aperto al pubblico, mentre non integrano superficie di vendita (pur trattandosi di area utile) gli spazi destinati a magazzino, deposito merci, locali di lavorazione, uffici e servizi.
Dunque, i locali destinati a magazzino costituiscono superficie utile a tutti gli effetti, per cui il loro impiego finalizzato all’attività commerciale (con la quale sono strettamente connessi) non risulta contrastare in alcun modo con i vigenti assetti urbanistici di zona, trattandosi di un naturale e solo ulteriore, ma non sostanzialmente diversificato, modo di usare detti spazi: d’altra parte, non si può accrescere la disponibile superficie utile con aree che il p.r.g. già considera come tali, a nulla rilevando, nella specie, le prescrizioni igienico-sanitarie o di tutela della sicurezza negli ambienti di lavoro, operanti su di un piano differenziato.
II) - E ciò vale per ogni tipo di standard, concernente insediamenti residenziali, produttivi, alberghieri, direzionali e commerciali (pure all’ingrosso), per cui anche gli spazi accessori seguono la medesima regolamentazione e sono commisurati alla superficie lorda di pavimento, con correlativa irrilevanza di ogni modificata destinazione d’uso, tanto più che, nell’originario titolo concessorio, i discussi ambienti interrati risultavano definiti come locali a disposizione dei negozi, data la loro stretta connessione (pure catastale) con l’attività commerciale propriamente detta: il che esclude ogni possibile applicabilità delle ipotizzate sanzioni.
Conclusivamente, l’appello va accolto, con riforma dell’impugnata sentenza, accoglimento del ricorso di prima istanza ed annullamento degli atti ivi impugnati, fatti salvi quelli ulteriori della p.a., che li adotterà nel pieno rispetto dei principi di diritto qui enunciati, mentre le spese e gli onorari del doppio grado di giudizio possono interamente compensarsi, per giusti motivi, tra le parti costituitevi, tenuto anche conto delle alterne vicende processuali e della natura della vertenza.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, sezione V, accoglie l’appello e, in riforma dell’impugnata sentenza, accoglie il ricorso di primo grado ed annulla gli atti ivi impugnati, a spese ed onorari processuali integralmente compensati tra le parti in causa.
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 23 marzo 2010, con l'intervento dei signori giudici:
Stefano Baccarini, Presidente
Marco Lipari, Consigliere
Aldo Scola, Consigliere, Estensore
Nicola Russo, Consigliere
Eugenio Mele, Consigliere
DEPOSITATA IN SEGRETERIA Il 28/05/2010


Ordinanza di demolizione ed acquisizione al patrimonio comunale

 

Cass. Sez. III n. 40924 del 19 novembre 2010 (Ud. 22 ott. 2010)
Pres. Teresi Est. Rosi Ric. PM in proc. Sebastiani
Urbanistica. Ordinanza di demolizione ed acquisizione al patrimonio comunale

L’ingiustificata inottemperanza, nel termine di legge, all’ordine di demolizione di una costruzione abusiva emesso dall’autorità comunale comporta l’automatica acquisizione gratuita dell’immobile al patrimonio disponibile del Comune alla scadenza di detto termine, Indipendentemente dalla notifica all’interessato dell’accertamento formale dell’inottemperanza che ha solo funzione certificativa dell’avvenuto trasferimento del diritto di proprietà poiché la notifica all’interessato dell’accertamento formale dell’inottemperanza è unicamente il titolo necessario per l’immissione in possesso dell’ente e per la trascrizione nei registri immobiliari dell’atto di acquisizione

UDIENZA del 22.10.2010
SENTENZA N.1019
REG. GENERALE N. 6758/2010
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
Sez. III Penale
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. ALFREDO TERESI - Presidente
Dott. MARIO GENTILE - Consigliere
Dott. ALDO FIALE - Consigliere
Dott. SILVIO AMORESANO - Consigliere
Dott. ELISABETTA ROSI - Rel. Consigliere
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
PMT PRESSO TRIBUNALE DI TIVOLI nei confronti di:
1) SEBASTIANI MATILDE N. IL xz/zx/adxx
avverso la sentenza n. 454/2006 TRIB.SEZ.DIST. di PALESTRINA, del 27/11/2009
- visti gli atti, la sentenza e il ricorso
- udita in PUBBLICA UDIENZA del 22/10/2010 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. ELISABETTA ROSI
- Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Mario fraticelli
che ha concluso per l'annullamento senza rinvio limitatamente al dissequestro del bene in favore dell'imputata, cui va sostituito il Comune di Zagarolo;
- Udito, per la parte civile, l'Avv. //
- Udito il difensore Avv. Ernesto Fiasco che ha concluso per il rigetto del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
Con sentenza del 27/11/2009 il Tribunale di Tivoli in composizione monocratica, Sezione di Palestrina ha dichiarato non doversi procedere per intervenuta prescrizione e ha disposto la restituzione del bene in sequestro, nei confronti dell'imputata per i reati:
a) articolo 44 lettera c) d.P.R. 380/2001 per avere eseguito in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, senza essere in possesso della prescritta concessione edilizia, lavori di costruzione di manufatto in
blocchetti di tufo, ad uso magazzino (in ampliamento a preesistente manufatto) opera non sanabile per contrasto con lo strumento urbanistico;
b) articolo 181 D.L.vo 22 gennaio 2004, n.41 in relazione all'articolo 20 Lettera c) legge 47/85 (ora 44 lettera c) dpr 380/2001) per modificazione dell'originario assetto dei luoghi sottoposti a vincolo paesaggistico;
c) violazione delle prescrizioni antisismiche, omettendo la prescritta denuncia dei lavori e la presentazione dei progetti con le modalità previste e senza aver richiesto ed ottenuto la preventiva autorizzazione delle autorità competenti;
d) altre contravvenzioni edilizie del citato d.p.r. 380/ 2001, relative al fatto di aver costruito le opere suddette senza che fosse stato redatto da un tecnico abilitato il progetto esecutivo e senza che a tale tecnico ne fosse affidata la direzione e perché aveva omesso o ritardato la denuncia di lavori prevista, fatti accertati in Zagarolo il 4 marzo 2004.
Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Tivoli ha proposto ricorso per cassazione chiedendo l'annullamento della sentenza ai sensi e per gli effetti degli articoli 569 e 606 lettera b) c.p.p., per violazione delle norme sostanziali e processuali, in particolare, degli articoli 27 e 31 dpr 380/2001. Egli ritiene che, secondo la ormai prevalente giurisprudenza di questa Corte, che viene richiamata ampiamente nell'atto di ricorso, la scadenza del termine di novanta giorni senza che il contravventore abbia ottemperato all'ordinanza comunale di demolizione delle opere abusive produce ope legis l'acquisizione al patrimonio comunale del manufatto e dell'area di sedime e che non possa aver rilievo l'avvenuto adempimento della notifica all'interessato dell'accertamento formale della inottemperanza, necessaria solo a consentire all'ente comunale l'immissione in possesso nell'immobile e la trascrizione nei registri immobiliari del titolo dell'acquisizione. Nel caso di specie, poiché risultava dagli atti che il Comune di Zagarolo aveva emesso il 21 luglio 2005, l'ordinanza n. 195, con la quale aveva intimato all'imputato la demolizione delle opere, ordinanza della quale era stata accertata l'inottemperanza, in data 27 gennaio 2006, il giudice avrebbe omesso di verificare tale inosservanza, che avrebbe dovuto imporre la restituzione del manufatto all'avente diritto, ossia all'amministrazione comunale, in quanto la procedura di acquisizione automatica dell'immobile al patrimonio comunale doveva ritenersi completata.
CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è fondato e va pertanto accolto.
L'ingiustificata inottemperanza, nel termine di legge, all'ordine di demolizione di una costruzione abusiva emesso dall'autorità comunale comporta l'automatica acquisizione gratuita dell'immobile al patrimonio disponibile del Comune alla scadenza di detto termine, indipendentemente dalla notifica all'interessato dell'accertamento formale dell'inottemperanza che ha solo funzione certificativa dell'avvenuto trasferimento del diritto di proprietà, (tra le numerose altre, recentemente, Sez. 3, n. 2912 del 22/01/2010, Rv. 246048), poiché la notifica all'interessato dell'accertamento formale dell'inottemperanza è unicamente il titolo necessario per l'immissione in possesso dell'ente e per la trascrizione nei registri immobiliari dell'atto di acquisizione (Sez. 3, n. 1819 del 19/01/2009, Rv. 242254).
La procedura disciplinata dall'art. 31 del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, Testo unico in materia edilizia (ed ancor prima dall'art. 7 della legge 28 febbraio 1985, n. 47) prevede infatti la seguente sequenza procedimentale:
1) l'ingiunzione dell'autorità comunale che ha accertato l'abuso edilizio di demolizione dell'immobile;
2) l'acquisizione di diritto dell'immobile al patrimonio comunale se il responsabile non provvede alla demolizione nel termine di novanta giorni dall'ingiunzione;
3) l'accertamento formale dell'eventuale inottemperanza all'ordine di demolizione;
4) la notifica di tale accertamento all'interessato, che costituisce titolo per l'immissione nel possesso da parte del comune e per la trascrizione nei registri immobiliari. Dal disposto normativo appare chiaro che l'effetto ablatorio si verifica di diritto alla inutile scadenza del termine fissato per ottemperare all'ingiunzione di demolire, mentre la notifica dell'accertamento formale dell'inottemperanza si configura solo come titolo necessario per l'immissione in possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari.
La sanzione amministrativa del trasferimento coattivo del bene è volta a consentire all'ente pubblico di provvedere d'ufficio alla demolizione dell'immobile a spese del responsabile dell'abuso, salvo che si accerti in concreto un prevalente interesse pubblico alla conservazione dell'immobile stesso (art. 31, comma 5). Quindi, in caso di inottemperanza all'ingiunzione di demolizione, il manufatto abusivo non deve essere restituito al privato responsabile dell'abuso, quand'anche in possesso del bene, ma al Comune, divenutone proprietario a seguito dell'inutile decorso del termine di legge previsto dall'art. 31 del D.Lgs. 6 giugno 2001, n. 380 (Sez. 3, n. 48031 del 23/12/2008, Rv. 241768).
Nel caso di specie, risulta dagli atti che la contravventrice Sebastiani Matilde non aveva ottemperato nei termini prescritti alla ordinanza comunale di demolizione n. 195 del 21 luglio 2005, come attestato dal verbale di accertamento redatto dal Comando Polizia municipale il 27 gennaio 2006, pertanto il giudice di merito, nel disporre il dissequestro dell'immobile abusivo, avrebbe dovuto ordinarne la restituzione a favore dell'ente comunale, divenuto legittimamente proprietario del bene.
L'effetto ablatorio così verificatosi non trova smentite nei documenti prodotti in udienza dalla difesa, relativi al ricorso straordinario presentato al Presidente della Repubblica per la declaratoria di annullamento di atti amministrativi emessi dal Comune di Zagarolo, in quanto gli stessi, oltre ad essere successivi al verificarsi dell'effetto ablatorio, sono attinenti all'inclusione della zona interessata all'abuso nell'area soggetta a vincolo paesaggistico e al diniego del permesso in sanatoria e non hanno alcuna rilevanza sull'accertamento dell'inottemperanza all'ingiunzione di demolizione.
Di conseguenza la sentenza impugnata va annullata senza rinvio, limitatamente alla restituzione del manufatto abusivo alla Sebastiani Matilde, dovendo l'immobile essere restituito al Comune di Zagarolo, ormai titolare dello jus possidendi.
P.Q.M.
annulla senza rinvio limitatamente alle disposizioni restitutorie e dispone la restituzione dell'immobile abusivo al Comune di Zagarolo.
Così deciso in Roma, il 22 ottobre 2010.
DEPOSITATA IN CANCELLERIA Il 19 Nov. 2010


La ricostruzione su ruderi non costituisce ristrutturazione ma nuova costruzione Cassazione penale , sez. III, sentenza 30.09.2010 n° 35390


E’ fuor di dubbio che l’attività nomofilattica non possa essere realizzata senza una preventiva ed adeguata conoscenza del significato dei termini impiegati per la composizione del testo normativo.
Se, poi, la terminologia in questione attiene ad un campo extragiuridico e squisitamente tecnico, quale quello urbanistico e/o edilizio, beh, allora l’attività preliminare di definizione dei concetti impiegati diviene oltremodo importante.
Ed è in quest’ottica che, a modesto avviso di chi scrive, la sentenza 30 settembre 2010, n. 35390 appare interessante.
Il caso riguarda il rigetto di istanza di dissequestro di un immobile interessato da attività edilizia in relazione al quale erano stati rilasciati premesso di costruire ed autorizzazione paesaggistica.
Secondo l’opinione del Tribunale rigettante, la zona di ubicazione dell’immobile non consentiva interventi di nuova costruzione, ma solo di ristrutturazione e, dato che alla presentazione della richiesta di permesso di costruire il fabbricato esistente era ridotto allo stato di rudere, la richiesta di ristrutturazione, al di là del nomen iuris, avrebbe dovuto essere respinta, trattandosi in realtà di nuova costruzione.
Investita della questione, la Cassazione conferma la pronuncia di rigetto e precisa: il concetto di ristrutturazione edilizia postula, necessariamente, la preesistenza di un fabbricato da ristrutturare, cioè di un organismo edilizio dotato delle murature perimetrali, strutture orizzontali e manto di copertura.
Un fabbricato privo di tali requisiti, quale è un rudere, non può essere considerato edificio e, pertanto, non potrà essere oggetto di ristrutturazione, ma soltanto, di nuova costruzione.
Dalle attività di ristrutturazione e/o nuova costruzione vanno, poi, distinte quelle di risanamento conservativo e restauro: tali sono le opere che, lasciando inalterata la struttura interna ed esterna dell’edificio, sono atte a ripristinare l’individualità originaria dell’immobile.
Finalità del risanamento e restauro conservativo è, dunque, rinnovare l’organismo edilizio in modo sistematico e globale, nel rispetto dei suoi elementi essenziali topologici, formali e strutturali:
* elementi topologici sono tutti quelli di natura architettonica e struttura che consentono l’identificazione dello stabile in base alle classificazioni edilizi (capannone, edificio scolastico, residenziale…);
* elementi formali sono quelli che determinano la iconicità del manufatto, cioè che lo caratterizzano ed inquadrano in modo peculiare (disposizione dei volumi, elementi architettonici, particolari rfiniture);
* elementi strutturali sono quelli che compongono la struttura dell’organismo edilizio.
Così come la ristrutturazione, anche il restauro ed il risanamento presuppongono la presenza di un organismo edilizio sul quale intervenire, con la conseguenza che, laddove nel corso della realizzazione delle opere, dovessero venire meno, anche per fenomeno accidentale quale un improvviso crollo, le strutture identificative dello stabile, la loro riedificazione non può inquadrarsi nel concetto di restauro e risanamento, perché le opere nuove portano alla realizzazione di un edificio radicalmente e qualitativamente diverso dal precedente.
Alla luce di questa sentenza resta, ad avviso di chi scrive, un’ultima perplessità in ordine alle attività di ristrutturazione.
Non è chiaro, infatti, se, per poter parlare di ristrutturazione sia necessaria la contemporanea presenza di tutti e tre gli elementi indicati (mura perimetrali, strutture orizzontali, tetto) o se ne basta uno o due: in altri termini, un cascinale senza tetto, ma con le mura ed il solaio integri potrà essere ristrutturato o dovrà essere riedificato? Ed un cascinale con il tetto parzialmente crollato e senza solaio?
come può il privato cittadino capire, con un ragionevole grado di affidabilità, che tipo di richiesta depositare ai pubblici uffici ai fini di non incappare in costi inutili, sanzioni o, peggio ancora, sequestro e/ confisca del bene?
Forse la tutela dell’interesse privato alla conservazione del patrimonio personale necessita che le valutazioni prettamente “linguistiche” ed astratte siano affiancate da un esame della situazione concreta dell’immobile alla luce del contesto urbano e/o paesaggistico di riferimento.

(Altalex, 21 gennaio 2011. Nota di Marta Buffoni)


Capanno in legno TAR LAZIO - ROMA, SEZ. I QUATER - sentenza 21 gennaio 2011 n. 613

Permesso di costruire - Necessità - Per un capanno in legno - Allorché esso non sia destinato ad un utilizzo circoscritto nel tempo - Sussiste.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
(Sezione Prima Quater)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
ex artt. 60 e 74 del Decreto legislativo n. 104/2010;
sul ricorso numero di registro generale 85 del 2011, proposto da:
Nicola Trippa, rappresentato e difeso dall’Avv. Alfonso Di Benedetto, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma - Ostia, via Isole del Capo Verde, 26;
contro
Il Comune di Fiumicino, in persona del Sindaco pro tempore, costituito in giudizio, rappresentato e difeso dall’Avv. Catia Livio, con domicilio ex lege in Roma, via Flaminia n. 189, presso la Segreteria del T.A.R. del Lazio, in assenza di elezione di domicilio in Roma;
per l’annullamento,
previa sospensione dell’efficacia,
dell’ordinanza n. 73 del 28.9.2010, prot. n. 76137, emessa dal Comune di Fiumicino, notificata il 12.10.2010, con cui si ordinavano la demolizione delle opere abusive eseguite sull’immobile di proprietà del Sig. Trippa ed il ripristino dello stato dei luoghi.
Visti il ricorso e i relativi allegati;
Vista la domanda di sospensione dell’esecuzione del provvedimento impugnato, proposta in via incidentale;
Visto l’atto di costituzione in giudizio del Comune di Fiumicino;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore, nella camera di consiglio del giorno 20 gennaio 2011, la dott.ssa Rita Tricarico e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Visto l’articolo 60, comma 1, del D.Lgs. 2.7.2010, n. 104, che facoltizza il Tribunale amministrativo regionale a definire il giudizio nel merito, con sentenza in forma semplificata, in sede di decisione della domanda cautelare, una volta verificato che siano trascorsi almeno venti giorni dall’ultima notificazione del ricorso ed accertata la completezza del contraddittorio e dell’istruttoria;
Rilevato:
che nella specie il presente giudizio può essere definito con decisione in forma semplificata, ai sensi del menzionato art. 60, comma 1, del D.Lgs. n. 104/2010, stante la completezza del contraddittorio e della documentazione di causa;
che sono state espletate le formalità stabilite dal citato art. 60 del D.Lgs. n. 104/2010;
Rilevato:
che con il presente ricorso si impugna l’ordinanza, con cui si ingiunge la demolizione di un manufatto in legno, identificato in modo inequivocabile, avente la superficie di 9 mq e l’altezza di 2,5 m, realizzato in zona vincolata, su terreno di proprietà del ricorrente, ubicato in Fiumicino;
che la parte ricorrente sostiene che nella specie si sarebbero eseguiti lavori di manutenzione straordinaria su un manufatto preesistente;
Considerato:
che tale circostanza è solo dedotta e non provata;
che in ogni caso, anche per il preesistente manufatto manca il titolo edilizio (permesso di costruire, già concessione edilizia);
che è evidente che la tipologia, l’ubicazione e l’entità dell’abuso emergono chiaramente (intervento di nuova costruzione eseguito in assenza di permesso di costruire);
che, infatti, la realizzazione di un manufatto integra un intervento di nuova costruzione e richiede, pertanto, quale titolo legittimante, il permesso di costruire, nella specie mancante;
che, ai fini della qualificazione dell’intervento, sono indifferenti il rilevato tipo di materiale impiegato per la sua costruzione e la dedotta circostanza che esso sarebbe agevolmente amovibile;
che deve, in proposito, richiamarsi l’art. 3, comma 1, lett. e.5), del d.P.R. n. 380/2001, secondo cui per "interventi di nuova costruzione" si intendono "l’installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, (…) utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili";
che l’unico elemento rilevante per far venir meno detta qualificazione è il carattere precario dell’opera, vale a dire il fatto che esso sia diretto "a soddisfare esigenze meramente temporanee", il che si rinviene soltanto quando l’utilizzo è circoscritto nel tempo, circostanza che non ricorre nel caso in esame;
Ritenuto:
che, perciò, senz’altro nella specie per la realizzazione del manufatto fosse necessario il permesso di costruire, il quale, anche ove si volesse sostenere che su di esso di recente sarebbero stati eseguiti solo lavori di straordinaria manutenzione, non è stato acquisito neppure in passato;
che conseguentemente l’Amministrazione fosse tenuta a comminare la sanzione demolitoria, nell’esercizio dell’attività vincolata;
che, a fronte di quanto sopra evidenziato, pure ove sussistesse l’asserita sanabilità del manufatto, il Comune non dovesse in alcun modo sottrarsi all’irrogazione della sanzione demolitoria, potendo, invece, soltanto l’interessato proporre una domanda di accertamento di conformità, in tal modo introducendo un autonomo procedimento, il che, peraltro, allo stato non risulta essere stato fatto;
che in conclusione il provvedimento impugnato sia legittimo ed il ricorso sia infondato e debba essere rigettato;
che, in ordine alle spese, ai diritti ed agli onorari, essi seguano la soccombenza, ponendosi a carico del ricorrente, e debbano quantificarsi come in dispositivo;
P.Q.M.
Il Tribunale amministrativo regionale del Lazio – sezione I quater, definitivamente pronunciando, rigetta il ricorso in epigrafe.
Condanna il ricorrente alle spese di giudizio in favore del Comune di Fiumicino, forfetariamente quantificate in € 1.000,00 (mille/00).
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 20 gennaio 2011, con l’intervento dei Magistrati:
Elia Orciuolo, Presidente
Giancarlo Luttazi, Consigliere
Rita Tricarico, Consigliere, Estensore
DEPOSITATA IN SEGRETERIA Il 21/01/2011


Distanza minima di 10 metri tra fabbricati prevale sulle disposizioni del P.R.G. Consiglio di Stato , sez. IV, decisione 02.11.2010 n° 7731

 

La proprietaria di un appartamento chiede l’annullamento della concessione edilizia rilasciata dal Comune ad un società di costruzioni per l’edificazione di un fabbricato finitimo alla sua abitazione, lamentando, tra gli altri vizi del titolo abilitativo, il mancato rispetto dell’art. 9 del d.m. 2 aprile 1968, n. 1444, nella parte in cui prescrive le distanze minime tra i fabbricati.

 

L’art. 9 del d.m. 2 aprile 1968 n. 1444: i limiti di distanza tra fabbricati

Il Supremo consesso amministrativo, con la pronuncia in esame, condividendo la censura della ricorrente, ribadisce la natura di norma primaria imperativa dell’art. 9 del d.m. 2 aprile 1968, n. 1444 (Limiti inderogabili di densità edilizia, di altezza, di distanza fra i fabbricati e rapporti massimi tra gli spazi destinati agli insediamenti residenziali e produttivi e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, al verde pubblico o a parcheggi, da osservare ai fini della formazione dei nuovi strumenti urbanistici o della revisione di quelli esistenti, ai sensi dell’art. 17 della legge n. 765 del 1967), con la conseguenza che eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione vengono caducate ed automaticamente sostituite dalla anzidetta disposizione.

Trattandosi di norma volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario, è pertanto non eludibile”.

A tal proposito il Collegio sottolinea che “le distanze tra le costruzioni sono predeterminate con carattere cogente in via generale ed astratta, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza, di modo che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell'applicazione della disciplina in materia di equo contemperamento degli opposti interessi” (Consiglio Stato, sez. IV, 5 dicembre 2005, n. 6909).

Ne deriva che il giudice è tenuto ad applicare le disposizioni concernenti la distanza minima tra gli edifici “anche in presenza di norme contrastanti incluse negli strumenti urbanistici locali” dovendosi le prime ritenere automaticamente inserite nel p.r.g. al posto della norma illegittima (in tal senso Cassazione civile, Sez. II, 29 maggio 2006, n. 12741).

In particolare, l’art. 9 del d.m. 2 aprile 1968, n. 1444, rubricato “Limiti di distanza tra i fabbricati”, prescrive i limiti minimi di distanza tra edifici a seconda delle diverse zone territoriali omogenee, e segnatamente, in ipotesi di costruzione di “nuovi edifici ricadenti in altre zone” (comma 1 n.2), prevede che la distanza minima assoluta tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti corrisponde a 10 metri, con obbligo di aumento della distanza sino all’altezza del fabbricato finitimo più alto, se questa sia maggiore di 10 metri (comma 2).

In altre parole, qualora uno o entrambi i fabbricati confinanti (l’edificio pregresso e/o quello di nuova costruzione) presentino un’altezza maggiore di 10 metri, la distanza minima tra edifici prescritta dalla legge (10 metri) va maggiorata sino all’altezza del fabbricato più alto.

La misura minima della distanza, tuttavia, è derogabile in due ipotesi tassative, contemplate dal comma 2 dell’art. 9: è consentito edificare a distanze inferiori rispetto a quelle previste dal comma 1 soltanto per i piani particolareggiati e per le lottizzazioni convenzionate, e non anche per gli interventi edilizi diretti, consentiti dallo strumento urbanistico, interventi tra i quali ricomprendere il permesso di costruire.

La deroga alle distanze minime è ammessa quindi soltanto per la pianificazione attuativa e non anche per i titoli abilitativi diretti tra i quali figura il permesso di costruire.

 

Le modalità di calcolo della distanza tra edifici

In merito alle modalità operative di calcolo della distanza minima, inoltre, il Consiglio di Stato conferma che “la distanza di dieci metri tra pareti finestrate di edifici antistanti, prevista dall’art. 9 del d.m. 2 aprile 1968, n. 1444, “va calcolata con riferimento ad ogni punto dei fabbricati e non alle sole parti che si fronteggiano e a tutte le pareti finestrate e non solo a quella principale, prescindendo anche dal fatto che esse siano o meno in posizione parallela”.

Tra gli elementi costruttivi rilevanti ai fini del computo della distanza vanno considerati anche quelli accessori, qualunque ne sia la funzione, aventi i caratteri della solidità, della stabilità e della immobilizzazione, salvo che non si tratti di sporti e di aggetti di modeste dimensioni con funzione meramente decorativa e di rifinitura, tali da potersi definire di entità trascurabile rispetto all’interesse tutelato dalla norma riguardata nel suo triplice aspetto della sicurezza, della salubrità e dell’igiene (Consiglio di Stato, Sez. V, 19 marzo 1996, n. 268).

Non sono da includere nel novero degli elementi utili al calcolo le mensole, le lesene, i risalti verticali delle parti con funzione decorativa, gli elementi in oggetto di ridotte dimensioni, le canalizzazioni di gronde e i loro sostegni, a meno che tali sporgenze particolari assumano dimensioni tali da estendere ed ampliare per l’intero fronte dell’edificio la parte utilizzabile per l’uso abitativo (in tal senso anche Consiglio Stato, Sez. IV, 5 dicembre 2005, n. 6909).

(Altalex, 26 gennaio 2011. Nota di Filippo Di Camillo)


Acquisizione immobile abusivo per omessa demolizione

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